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La Brexit e le sue conseguenze per i diritti umani

La Brexit avrà conseguenze dirompenti nel sistema politico, economico, sociale e giuridico britannico: uno degli aspetti meno dibattuti, ma non per questo marginale, è l’impatto che essa avrà sulla tutela dei diritti umani.

Secondo Tobias Lock della School of Law dell’Università di Edimburgo, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea avrà, probabilmente, tre effetti:

- la popolazione del Regno Unito perderà quei diritti oggi garantiti solo dalla Carta Europea dei Diritti Fondamentali, che si applica direttamente in tutti gli Stati membri del’UE;

- anche se diritti simili a quelli garantiti dalla Carta rimarranno in vigore nel diritto interno, i residenti in Gran Bretagna non beneficeranno più dell’interpretazione spesso molto progressista che si dà ad essi nella legge europea;

- ci saranno sostanziali perdite di diritti per i cittadini europei che vivono nel Regno Unito.[1]

Queste affermazioni vanno considerate nel contesto della legislazione britannica in materia: il Regno Unito non ha una costituzione e, quindi, non può fare affidamento su una legge fondamentale rigida che difenda i diritti umani. Ciò, naturalmente, non significa che questi ultimi non siano contemplati dall’ordinamento giuridico: Londra ha, infatti, recepito con una legge interna - lo Human Rights Act del 1998 - quanto stabilito dalla Convenzione Europea sui Diritti Umani. Si parla del trattato internazionale del 1953, che si colloca al di fuori dell’apparato istituzionale e legislativo dell’UE a cui hanno aderito, però, numerosi Stati della regione. Inoltre, fino ad ora, all’interno del Regno Unito si è applicata direttamente la Carta Europea dei Diritti Fondamentali, che stabilisce una serie di diritti e libertà inviolabili che si applicano a tutti i cittadini dell’Unione.

Tuttavia, naturalmente, abbandonando Bruxelles la Gran Bretagna rinuncerà anche alla Carta. Lock nota poi, come già accennato che, anche se Londra dispone dello Human Rights Act, i diritti da esso garantiti potrebbero essere interpretati, nella loro applicazione, in maniera più restrittiva di quanto venga fatto con le norme europee, risultando in una riduzione effettiva delle tutele di cui oggi godono i cittadini britannici. La Convenzione Europea sui Diritti Umani, in più, non specifica le modalità con cui i Paesi firmatari sono tenuti a recepirla, lasciando loro ampi margini di manovra. Londra, continua l’accademico, in virtù di tale possibilità ha quindi preso in considerazione la sostituzione dello Human Rights Act vigente con una nuova legge, la quale potrebbe essere più permissiva e, insieme alla Brexit, creare ulteriore confusione in materia, oltre ad accentuare l’instabilità costituzionale.

Simili preoccupazioni sono state espresse anche da Benjamin Ward, direttore aggiunto per il Regno Unito di Human Rights Watch, ONG internazionale che si occupa di investigare e denunciare le violazioni dei diritti umani nel mondo. Il rischio, afferma Ward, è che con l’abbandono della Carta i diritti ora garantiti vengano ridimensionati: ad esempio, alcuni conservatori hanno già affermato che, nel caso di una recessione economica dopo l’uscita dall’UE, potrebbe essere necessario ridurre le protezioni per i lavoratori al fine di attrarre investimenti.[2]

C’è, infine, un ulteriore elemento critico che vale la pena evidenziare. Leïla Choukroune, dell’Università di Portsmouth, fa notare che il Regno Unito, in quanto membro dell’UE, è parte di 40 accordi commerciali che prevedono sistematicamente anche clausole per la tutela dei diritti umani:[3] si tratta di una delle strategie che l’organizzazione internazionale usa per promuovere questi ultimi al di fuori dei suoi confini. Includendo questo tipo di obblighi, Bruxelles cerca di assicurarsi che, nell’applicazione pratica dei trattati di scambio, non vengano violati ma - anzi - vengano sostenuti, principi considerati fondamentali dall’Unione. Quest’ultima, continua Choukroune, può fare ciò grazie al proprio peso, mentre negli accordi commerciali che Londra ha concluso autonomamente negli ultimi anni - per far fronte all’imminente uscita dal Mercato Comune europeo e da tutti i trattati sottoscritti dall’UE – l’aspetto dei diritti umani è chiaramente ridimensionato. Un ridimensionamento, secondo la studiosa, dovuto probabilmente all’inferiore potere negoziale della Gran Bretagna, se paragonato a quello dell’Unione Europea nel suo complesso.

Da queste considerazioni emerge, quindi, una criticità legata alla Brexit spesso tralasciata nel dibattito pubblico. Se, da un lato, essa ha già iniziato ad essere evidente nei nuovi trattati di scambio conclusi dal Regno Unito, dall’altro potrebbe presto manifestarsi più chiaramente anche a livello interno. I diritti umani necessitano, per essere veramente protetti e tutelati a diversi livelli, un quadro legislativo stabile e sempre più rigido, dettagliato e progressista, man mano che la società e la cultura giuridica si evolvono. L’incertezza dovuta all’imminente uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e dalla sua Carta dei Diritti Fondamentali, unita alla possibile sostituzione dello Human Rights Act con una nuova legge, creano, al contrario, una situazione di precarietà.


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  • L'Autore

    Chiara Vona

    Si è laureata in Relazioni Internazionali, con una tesi sulle trasmissioni radiofoniche americane verso i Paesi del blocco orientale durante la Guerra fredda e, attualmente, lavora nell'ambito della comunicazione.
    In Mondo Internazionale è Segretario di Mondo Internazionale Academy e redattrice per "AccadeOggi" ed "EuropEasy".

    She graduated in International Relations with a dissertation about American International broadcasting towards the communist bloc during the Cold War and, currently, she works in communications.
    Within Mondo Internazionale, she is Secretary of the Mondo Internazionale Academy and she writes for "It Happens Today" and "EuropEasy".



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Dal Mondo Europa


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Brexit Regno Unito Unione Europea European Union United Kingdom DirittiUmani human rights

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