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YPJ: donne in rivoluzione

All’incirca dal 2013 abbiamo visto la formazione dell’YPJ, ovvero l’Unità di protezione femminile, per combattere i gruppi jihadisti che minacciavano i territori occupati dalla popolazione curda.

Mappa: Wikipedia

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La loro visione di libertà si basa sulla parità di genere, sull’anticapitalismo e sull’egualitarismo e tutto si inserisce nel progetto politico denominato “confederalismo democratico” ideato dal fondatore del Pkk (partito dei lavoratori del Kurdistan) Abdullah Öcalan, al momento imprigionato nelle carceri turche dove il suo partito è considerato eversivo. Attualmente il Pkk è considerato organizzazione terroristica, anche dagli Stati Uniti, dall’Unione europea, dai paesi NATO e dall’Iran.

Il processo che ha spinto queste donne ad armarsi comprende un’infinità di sfumature: a livello personale c’è chi ha subito violenza in età infantile, chi ha subito matrimoni combinati, chi ha subito il patriarcato della famiglia o chi ha subito l’ingerenza dello stato sulla minoranza curda o, non ultima, c’è la volontà di vendicare le persone care cadute in battaglia. Per molte il movimento di resistenza armata rappresenta un’alternativa plausibile di liberazione dai contesti da cui cercano di scappare; mentre l’unione al partito conferisce una via di fuga fisica, geografica e politica, un elemento di rottura dalle loro vite. Per le nuove leve il momento cruciale è rappresentato indubbiamente dal massacro di Kobane perpetrato dall’Isis nel 2014; evento che ha anche proiettato il movimento sull’arena dei media internazionali e aperto nuove vie per la propaganda e le richieste di aiuti.

Foto: Kurdishstruggle

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Una volta entrata nella resistenza la volontaria viene sottoposta a un rigido indottrinamento: Le donne imparano a essere libere e autonome al prezzo di un contemporaneo addestramento militare dove si richiede l’autocontrollo e la capacità di dominare ogni impellenza fisica, anche sessuale. Per combattere le donne devono prima imparare a credere in se stesse, nella loro forza e nelle loro abilità. Donne e uomini imparano a “disimparare il patriarcato” e a trasformare il loro vissuto in forme diverse di resistenza nella società praticando ideali di eguaglianza. Questa educazione volta ad aiutare le donne a reclamare il loro posto è uno dei punti cardine del movimento di resistenza.

Secondo i critici una militarizzazione della società causa un aumento della violenza sulle donne e fa si che le conquiste femminili in tempo di guerra vengono ridimensionate, con le donne di nuovo relegate nella sfera domestica, a conflitto finito. Alcuni studi accusano che la militanza femminile spesso produce generalizzazioni e stereotipi: la vittima, la madre e gli altri simboli femminili della patria da liberare; così le donne soldato restano senza volto e viene prestata scarsa attenzione alle loro esperienze quotidiane, alla normalità della violenza che domina i loro contesti, agli obiettivi politici per cui combattono.

Il movimento femminile curdo si dice estraneo a queste critiche in quanto, secondo i militanti, esso afferma di sfidare e sostituire il patriarcato non solo ideologicamente ma anche nella pratica. Le milizie definiscono l’uso della violenza come “legittima difesa” enfatizzando l’importanza di cambiare la mentalità e le oppressive strutture sociali anche imparando a difendere se stesse, la propria gente e la propria terra. Definiscono il loro pensiero come costruito intorno alle donne, sviluppato e applicato da esse: sono le donne a fare il lavoro, non rappresentano il focolare domestico e non necessitano della protezione maschile ne ci si aspetta che stiano a casa a garantire la progenie della nazione.
In questa lotta per la conquista di nuovi spazi, il movimento femminile curdo rifiuta l’etichetta di “femminismo” e insiste nel voler costruire una società nuova basata su una “prospettiva femminile”. Affermano che i movimenti femministi tradizionali corrano il rischio di diventare elitari e di non criticare a sufficienza i sistemi esistenti, con il risultato di non elaborare valide alternative.

Foto: Kurdishstruggle

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Queste donne sfidano il patriarcato in vari ambiti ma la sessualità è per loro un punto cardine in quanto sostengono di dover spostare il dibattito sul piano civile per completare la sfida al sistema nel quale secondo loro la sessualità rappresenta il cuore dell’egemonia maschile. L’assunto di base è che gli orientamenti sessuali, anche omosessuali, non vadano negati; ma che allo stesso tempo non debbano giocare un ruolo importante nella nuova società. Fintanto che uomini e donne non saranno alla pari, piuttosto che diventare mogli e madri le donne dovrebbero investire le loro energie nella trasformazione della comunità. Secondo le combattenti, rinunciare alla sessualità le rende più libere, perché le protegge dalle oppressive pratiche riproduttive patriarcali e scongiura la loro dipendenza dagli uomini. Tale atteggiamento può essere inteso come un modo per reclamare il controllo del proprio corpo, dedicandolo alla lotta per la libertà.

Chiedersi chi siano queste donne, come siano giunte alla resistenza armata e soprattutto cosa facciano è importante per studiare e analizzare i fenomeni di questa rivoluzione che è diventata un esperimento sociale.

Foto: Jakob Reimann

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Foto di copertina: Kurdishstruggle


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  • L'Autore

    Fabio Di Gioia

    Sono uno studente di Scienze Internazionali, mi piace spiegare argomenti complessi nella loro totalità e credo che la storia raccontata nei suoi dettagli sia molto importante per capire gli eventi che accadono.

Categorie

Parità di genere


Tag

guerra

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