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Xi Jinping e le contraddizioni della Cina

Foto di copertina: Global Panorama, Michel Temer

La Cina di oggi si presenta come una vera e propria potenza mondiale ed è arrivata a conquistare i mercati d’Europa anche investendo in ex compagnie statali, poi privatizzate, e in associazioni sportive in tutto il mondo.

Il 17 gennaio si è tenuto l’incontro del World Economic Forum a Davos in cui si è parlato di disuguaglianza e povertà e dove sono stati toccati i temi più caldi della situazione economica attuale. Xi jinping, segretario generale del partito comunista cinese, è stato il protagonista assoluto del summit, nel quale ha parlato della globalizzazione in termini positivi e delle speranze riposte nelle politiche di libero scambio. Quello di Xi è sembrato un discorso pieno di buone intenzioni e grandi speranze, ricco di colte citazioni, da Tucidide a Dickens, e degno dei migliori “Presidential speech”. Il che rende ancor più necessaria un’analisi su ciò che rappresenta la figura del leader cinese, così da poter accantonare le illusioni generate dalle sue belle parole.
La Cina, infatti, è dipendente dal libero scambio con l’estero e dalle esportazioni così come il governo cinese è dipendente da una continua repressione politica al suo interno: ogni mossa del governo è dettata da una ragionata strategia politica e da reali interessi economici e commerciali, e non da qualche congenita volontà di salvare l’economia mondiale o combattere la povertà.

È vero che la Cina si è ampiamente adattata al sistema capitalista attraverso le quattro modernizzazioni e le successive manovre in continuità con esse, ma è altrettanto vero che non ha ancora acquisito una consapevolezza riguardo i diritti umani e in particolar modo per ciò che concerne la cosiddetta “quinta modernizzazione” proposta nel 1978 in risposta alle quattro di Deng Xiaoping e richiesta da Wei Jingshen: la democrazia. Parte della popolazione cinese non ha dimenticato questo desiderio di democrazia e nemmeno i fatti di piazza Tian’anmen del 1989, ancora oggi argomento tabù.
In continuità con la linea del partito di quegli anni sono state perpetrate diverse persecuzioni e repressioni del dissenso come quella nei confronti dell’attivista Liu Xiaobo condannato dal governo con l’accusa di “istigazione alla sovversione” a undici anni di reclusione e poi vincitore del Nobel per la Pace nel 2010; colpevole di aver chiesto più libertà, uguaglianza e rispetto dei diritti umani. E nei confronti dell’artista cinese Ai WeiWei per aver documentato le vittime del terremoto nel Sichuan del 2008, solo per citare i due casi più noti.

Oggi il partito comunista cinese viene accusato da Amnesty International dell’utilizzo massiccio della pena capitale, e della persecuzione della setta religiosa del Falun Gong: rapimenti, omicidi e vendita degli organi di alcuni membri, iniziati già nel 1999. Negli ultimi due anni infine si è discusso sul caso della sparizione degli avvocati che si sono battuti per il rispetto dei diritti umani, di cui ancora non si sa nulla.
In merito a tutte queste accuse il governo ha dato risposte poco chiare e non convincenti, confermandosi oscurantista su questi temi sensibili. Purtroppo i casi qui riportati sono solo una goccia nel mare delle violazioni cinesi.

Xi Jinping auspica buoni rapporti commerciali e il mantenimento dell’apertura dei mercati da un lato e dall’altro reprime le contestazioni al partito e le minoranze interne al paese. Questa ambiguità viene tollerata in un mondo in cui ciò che riguarda il profitto economico pare sia di primaria importanza rispetto a qualunque altra questione; e la Cina incarna in pieno questa linea di pensiero poiché sin dall’inizio della sua svolta verso un’economia di mercato ha abbracciato la visione occidentale dell’individuo come operatore economico, dimenticandosi dell’individuo in veste di persona meritevole della partecipazione alla vita politica e come depositario della dignità umana. L’ostruzionismo verso la democratizzazione è probabilmente l’unica posizione politica plausibile nella visione del partito comunista cinese, impegnato ad assicurarsi il mantenimento della stabilità politica e il controllo di un paese vasto ed eterogeneo, che potrebbe non sopportare le molteplici spinte multilaterali delle minoranze e dei cittadini emancipati che protestano per il rispetto dei propri diritti.

Il “Leviatano” comunista, per citare un termine caro alla filosofia politica di Hobbes, se non utilizzasse metodi pervasivi di repressione e controllo del pensiero rischierebbe di implodere e crollare come è accaduto all’impero dei Qing nel 1911.
Il palliativo che affievolisce i sintomi di questa patologia endemica è, come detto, quello di mostrarsi aperta al mondo e disponibile verso le potenze occidentali sotto l’aspetto economico, attraverso discorsi che fanno trasparire piena fiducia nel proprio operato ma tacciono sul tema dell’intolleranza interna; in questo Xi si è dimostrato un politico abile e un continuatore della linea del partito.
In relazione agli Stati Uniti di Donald Trump e alle sue politiche conservatrici, il governo comunista cinese sembra voler impersonare il ruolo del paladino votato al salvataggio della principessa “globalizzazione” dal drago Trump, fingendo di non rendersi conto di essere un drago da cui doversi liberare.

Alla luce di tutto ciò la domanda da porsi è: quanto è credibile che una nazione come la Cina, ricca di contraddizioni, si trovi in prima fila nella lotta per le libertà e che cerchi di fare da contraltare alla chiusura americana?


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    Daniele Molteni

    Studente della facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell'Università degli studi di Milano. Appassionato spettatore di ciò che accade nel mondo, di relazioni tra stati e rispetto dei diritti umani. Ho un interesse particolare anche per arte e cinema, ereditato da ben sei anni di liceo artistico e porto il duplice fardello di essere il primo diplomato e il primo iscritto a un'Università della mia famiglia: sacrifici e soddisfazioni.

Categorie

Geopolitica Mondo Asia


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Beijing Cina Comunismo Democrazia Diritti Economia

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