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Diritti umani violati per i detenuti di Cuba

Viaggio nelle carceri di L'Avana

Cuba “vanta” il primato del più alto numero di detenuti pro capite. Sarebbero 90.000, ovvero 794 detenuti ogni 100.000 abitanti. Una cifra spaventosa. Un cubano su tre ha vissuto un periodo di detenzione, secondo le stime di Prison Insider, ONG francese. Dal 2019, 127.000 persone stanno scontando reati penali.

Nel 2019 Cuba ha chiesto alla Russia di formare il proprio personale carcerario. I russi hanno messo a disposizione le loro tecniche e metodologie, come afferma Valery Maksimenko (1). "Adesso Cuba ha un sistema penitenziario basato su quello russo e adotta trattamenti disumani. Questi sono governi esperti nell'uso della tortura, del terrore e delle condizioni subumane come metodi per imporre il controllo sociale nelle carceri, dove finiscono i dissidenti russi e cubani" ha dichiarato Jorge Serrano (2). L'ipotesi che si possa rafforzare l'impiego di metodi repressivi acquista maggiore concretezza.

I detenuti delle carceri cubane vivono in situazioni promiscue. L'ONG Human Rights Watch ha più volte denunciato che vivono tutti insieme in spazi minuscoli senza essere divisi in base al reato commesso e senza che i giovani siano separati dagli adulti. I prigionieri politici non godono di uno status giuridico specifico e, se si rifiutano di venire rieducati o osano denunciare la condizione in cui vivono o la violazione dei diritti umani, vengono brutalmente puniti.

Nelle carceri ci sono persone di ogni genere: artisti, giovani manifestanti a favore della causa LGBTQ, professori, stranieri, individui di ogni ceto sociale, età, sesso o professione. Sono tutti accomunati dal non aver subito un regolare processo, dal non conoscere i capi d'accusa che pendono sulla loro testa, dal non poter godere dell'assistenza di un avvocato, o poter vivere in condizioni dignitose. I prigionieri, com'è noto in vari rapporti di ONG per la tutela dei diritti umani, di Amnesty International o dell'Osservatorio per i diritti umani, sono sottoposti a torture fisiche, a confessioni estorte con la violenza, a torture psicologiche, a percosse, cattiva alimentazione, isolamento, mancata visita dei familiari, mancata assistenza medica, lunghe attese prima dei processi (quando si svolgono) e sentenze ingiuste.

A Cuba tre carceri sono tristemente famose, quattro se si considera anche uno non più attivo. Il primo è sicuramente Guantanamo, carcere di massima sicurezza, posizionato sull’omonima bay, un pezzo di Stati Uniti sull’isola. Voluto da George Bush nel 2002, fu creato per i combattenti “nemici dell’America”, ossia gli artefici dell’attentato terroristico dell’11 settembre. Un ottimo trucco: creando il carcere fuori dalla giurisdizione degli USA, lo Stato non avrebbe dovuto attuare la Convenzione di Ginevra (che protegge i prigionieri di guerra) e così facendo poteva non garantire l’habeas corpus (diritto di comparire davanti al giudice in un dato momento).

I detenuti rinchiusi sono stati al massimo 779. Bush ne ha redistribuiti 550. Obama 200. Trump uno. Ne restano altri 40. Molti si sono impiccati. Obama l'ha definito "una macchia sull'onore nazionale americano". Biden ne ha rilasciati tre: nessuno di loro è stato mai accusato di alcun reato in un regolare processo dal sistema giudiziario americano.

Villa Marista e La Condesa sono due carceri di massima sicurezza cubani. Ne parliamo usando la testimonianza di Stephen Purvis, un britannico che si trasferì a Cuba con la famiglia per lavoro e fu incarcerato nel 2012.

Nel 2009 Raul, subentrato al fratello, istituì un ufficio di controllo che doveva trovare delle prove di crimini commessi da funzionari del partito comunista, dirigenti e dipendenti della compagnia statale. Nel 2010, centinaia di ministri, alti dirigenti e persone comuni vennero arrestate o licenziate. Poco dopo toccò agli stranieri. L'8 marzo 2012, a Purvis, fu prelevato da casa sua, caricato in macchina e portato in un edificio. Ricevette l'accusa di essere un "nemico dello Stato" e gli fu "consigliato" di non rivolgersi a un avvocato e di collaborare.

Fu così rinchiuso a Villa Marista, un ex seminario cattolico fuori L'Avana. Nel 1963 era stato adibito a centro di interrogatori in cui si impiegavano le tecniche del KGB. Da quel momento smette di essere Stephen Purvis e diventa il "prigioniero 217". Con lui è rinchiuso sia il suo capo che il suo vice-direttore, entrambi stranieri. La sua vita era interamente in mano a un uomo conosciuto come "l'istruttore". Viveva in una cella grande quanto un materasso matrimoniale con altre tre persone. Lo prelevavano a qualsiasi ora per sottoporlo a interrogatori interminabili che avevano come unico scopo di fargli confessare azioni illegali fatte da altri stranieri contro il governo. Non ci fu verso di farlo parlare: non confessò. Mai.

Fu trasferito a La Condesa, carcere di massima sicurezza per stranieri. Lì la sua compagnia era alquanto variegata: ci sono stupratori, narcotrafficanti, un "gruppo misto" di innocenti, sicari e assassini. Le guardie erano corrotte. Picchiavano i detenuti e si intrattenevano e traevano profitto da prostitute mandate dal villaggio più vicino.

Nel 2013 viene fissata la data del suo processo. Le prove contro di lui non gli furono mai mostrate. Il processo fu segreto. Non ha mai saputo di cosa fosse accusato. Non ha potuto preparare una difesa. Fu dichiarato colpevole di transazioni illegali in valuta estera e avrebbe dovuto scontare una pena di due anni e mezzo senza custodia cautelare.

Fu scarcerato.

Il quarto, non più esistente, è chiamato Presidio Modelo, sito sull’isola de Juventud. Questa struttura ha ospitato Fidel Castro nel 1952, detenuto insieme al fratello Raul per due anni dopo il famoso attacco mancato alla caserma Moncada durante la dittatura di Fulgencio Batista. La struttura ricalca lo Stateville Correctional Centre, una prigione "panopticon" a Crest Hill, Illinois, che si ispira alle teorie del filosofo Jeremy Bentham alla fine del XVIII secolo, il quale voleva creare una struttura al cui interno i detenuti fossero costantemente sorvegliati senza sapere se lo fossero realmente. Le celle sono costruite ad anello, sviluppate su cinque piani attorno a un'unica torre di avvistamento sopraelevata. Dopo la rivoluzione, Castro vi rinchiuse i suoi nemici. La struttura divenne famosa per essere sovraffollata e per il trattamento duro che riservava. Fortunatamente è chiusa da 50 anni ed è stata convertita in un museo.

A Cuba il carcere non rieduca l'individuo che rimane comunque cittadino di uno Stato di diritto. A Cuba l'individuo viene perseguitato. Diventa carne da macello. Non sa quando varcherà la soglia di quel luogo e nemmeno se la varcherà.


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  • L'Autore

    Giulia Patrizi

    Giulia Patrizi si è laureata a luglio 2020 in "Lingue, Culture, Letterature e Traduzione" presso l'Università La Sapienza, specializzandosi nella lingua russa, spagnola (approfondendo il continente latinoamericano) e slovena, con una tesi dal titolo: Hemingway tra rivoluzione cubana e disgelo. Parabola di un mito. Ha partecipato al programma di "International Exchange extra-UE" che le ha permesso di svolgere il Semestre primaverile del 2019 nell'ateneo russo Università Politecnico di Tomsk (TPU), dove ha sostenuto esami in lingua russa e inglese. Collabora con Mondo Internazionale come autrice delle aree America Latina e Europa Centro - Orientale e Russia in Framing the World.

    Giulia Patrizi graduated in July 2020 in "Languages, Cultures, Literatures and Translation" at La Sapienza University, specialising in Russian, Spanish (analysing the Latin American continent) and Slovenian, with a thesis entitled: Hemingway between the Cuban revolution and the Thaw. Parable of a myth. She participated in the "International Exchange extra-EU" program which allowed her to carry out the Spring Semester of 2019 at the Russian University Tomsk Polytechnic University (TPU), where she took the exams in Russian and English. She collaborates with Mondo Internazionale as the author of the Latin America and Central-Eastern Europe and Russia areas in Framing the World.

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