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Uno sguardo all’Immigration Reform dell’Amministrazione Biden

Sin dal periodo della campagna elettorale, tra le promesse fatte dal candidato alla presidenza Joe Biden ne spiccavano alcune inerenti alla modifica dei metodi adottati dall’Amministrazione Trump in materia di immigrazione. Il fine ultimo della riforma sembrerebbe quello di imprimere una svolta al sistema, favorendo la riunificazione familiare e cercando di affrontare le cause primarie dei flussi migratori verso gli Stati Uniti.

Tra le proposte principali vi è l’introduzione del cosiddetto “US Citizenship Act of 2021”, una proposta di legge che punta a creare un percorso, della durata di otto anni, di facilitazione all’ottenimento della cittadinanza per immigrati non autorizzati presenti sul territorio statunitense – circa 11 milioni di individui ad oggi privi di documentazione – insieme alla creazione di una via preferenziale alla cittadinanza per coloro che sono entrati illegalmente nel Paese da bambini. La proposta di legge mira alla totale modernizzazione del sistema di immigrazione, per simboleggiare una rottura definitiva con le politiche migratorie restrittive della presidenza Trump, il quale, alla luce della situazione pandemica, nel corso del 2020 aveva reso ancor più stringenti le regolamentazioni vigenti, imponendo forti limitazioni alla concessione di permessi di soggiorno.

In particolare, tramite lo US Citizenship Act, alle persone immigrate entro il primo gennaio 2021 viene data la possibilità di fare domanda per la legalizzazione del proprio status, a patto di essere in regola con il pagamento delle tasse richieste e di non avere precedenti penali. Il primo passo consisterebbe nell’assicurare a questi individui un legittimo status di potenziale immigrato - LPI (“lawful prospective immigrant status”) - valido per sei anni, durante i quali si avrà possibilità di accesso alla residenza legale permanente. Chi è in possesso di un LPI è autorizzato a lavorare legalmente e potrà viaggiare anche fuori dagli U.S.A. con garanzia di riammissione nel Paese al proprio ritorno. Inoltre, gli individui possessori di un LPI sono legalmente protetti dal rischio di deportazione. Trascorsi cinque anni, queste persone saranno in grado di fare domanda per ottenere una green card, ovvero un permesso di soggiorno permanente. Dopo ulteriori tre anni dall’ottenimento della green card, avendo dimostrato adeguata conoscenza della lingua inglese e dell’educazione civica statunitense, vi è poi la possibilità di richiedere la cittadinanza. 

Come accennato, sono previste delle vie preferenziali – oltre che per i rifugiati possessori di status di “protezione temporanea” e per i lavoratori agricoli – anche per i cosiddetti “Dreamers”, ovvero coloro che sono giunti sul territorio statunitense da bambini. Proprio a favore dei “Dreamers” l’amministrazione Obama aveva instaurato, nel 2012, il programma “Deferred Action for Childhood Arrivals” (DACA), tramite il quale questa categoria di individui era autorizzata a fare domanda diretta per una green card. L’intento di Joe Biden è dunque quello di riportare in vigore tale sistema, ma non solo: in diretta opposizione al precedente metodo adottato da Trump, il neoeletto presidente mira alla velocizzazione del processo di riunificazione familiare - il quale attualmente dura anche più di due anni - ed all’estensione della categoria V per il conferimento di una carta Visa (ovvero un visto di ingresso), categoria creata appunto allo scopo di tenere le famiglie unite durante il processo di immigrazione. Attualmente, infatti, la categoria V ingloba unicamente il coniuge ed i figli minori di chi possieda una green card, poiché lo scopo dell’amministrazione Trump era quello di tramutare il sistema da un metodo basato sulla riunificazione familiare ad uno improntato sul riconoscimento del merito personale.

L’attuale legge sull’immigrazione prevede inoltre che coloro che sono rimasti illegalmente sul territorio statunitense per un periodo superiore ai 180 giorni - ma inferiore ad un anno - si vedono sbarrato l’accesso a fare ritorno negli Stati Uniti per tre anni, mentre per coloro che sono illegalmente presenti sul territorio per più di un anno è previsto un divieto per dieci anni. A tal proposito, lo US Citizenship Act mira all’eliminazione definitiva di tale sbarramento per chi ha vissuto illegalmente nel Paese per poi successivamente andarsene. In ultimo, la proposta di legge mira all’incremento dei fondi destinati al rafforzamento dei controlli sull’immigrazione, tramite tecnologie di screening, addestramento del personale, costruzione di strutture apposite nei punti d’ingresso e miglior controllo dei confini. Il tutto è stato concepito con l’intenzione di superare la precedente metodologia di contrasto all’immigrazione che l’amministrazione Trump ha basato, tra le altre cose, sulla costruzione di un imponente muro a confine con il Messico. A tal proposito, nei suoi primi mesi di mandato, Biden ha firmato un ordine esecutivo che ha posto ufficialmente fine alla dichiarazione di “emergenza nazionale”, la quale aveva consentito all’ex presidente di deviare fondi da progetti militari verso costruzione del muro. Il nuovo ordine esecutivo ha ufficialmente bloccato la sua costruzione fino al completamento di un nuovo piano di allocazione fondi per l’anno 2021.

In aggiunta allo US Citizenship Act, il nuovo piano sull’immigrazione ha come ulteriore obiettivo quello di allocare, nel corso dei quattro anni della presidenza Biden, 4 miliardi di dollari per la risoluzione dei cosiddetti “push factors” che favoriscono i movimenti migratori dall’America centrale. Lo scopo di tale azione è molteplice: se da un lato si mira ad incentivare gli Stati centrali del continente a migliorare le condizioni di vita della popolazione, dall’altro le risorse serviranno alla costruzione di nuovi centri di registrazione dei rifugiati, in modo fa facilitare la loro riallocazione nel territorio statunitense qualora siano qualificabili per la protezione umanitaria. Il nuovo presidente ha inoltre avviato una serie di iniziative, affidate alla “Task Force on New Americans” del governo federale, al fine di migliorare le condizioni di vita degli immigrati, tramite la creazione di uffici locali e hub che mettano a disposizione le dovute risorse ed il supporto necessario in materia di sanità, educazione e lavoro.

Concretamente, durante i primi mesi del suo mandato, Biden si è già mostrato determinato a trasformare le promesse della campagna elettorale in realtà. Una tra le prime azioni da lui intraprese in questo senso è stata l’emissione di un ordine esecutivo con il quale abrogare il “Muslim Ban indetto dalla presidenza Trump. Si trattava di due ordini esecutivi risalenti al 2017, con i quali l’ex presidente negava l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di alcuni paesi dell’area medio orientale (Iran, Siria, Iraq, Yemen) ed africana (Somalia, Sudan, Libia), divieto poi esteso a Nigeria, Myanmar, Eritrea, Kyrgyzstan, Sudan, and Tanzania nel 2020. Biden ha, inoltre, richiesto al Dipartimento di Stato l’emissione di un report con il quale garantire a tutti coloro le cui domande di visto sono state respinte sulla base di tali divieti che esse possano essere riesaminate senza pregiudizio.

In aggiunta, il neoeletto Presidente mira alla soppressione dei Migrant Protection Protocols (MPP), conosciuti anche col nome di iniziativa del “Remain in Mexico”, la quale rende possibile per i richiedenti asilo che tentano di entrare negli Stati Uniti dal confine con il Messico di venire respinti oltre confine durante il periodo di presa in carico della domanda d’asilo. Tale politica ha evidenti implicazioni negative sia dal punto di vista umanitario che per la sua violazione dei protocolli internazionali, i quali obbligano alla tutela dei richiedenti asilo. Oltre ad assicurare che il periodo di attesa per l’ottenimento dell’asilo non venga svolto in condizioni di pericolo per i rifugiati, Biden si è impegnato affinché il personale dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e del Customs and Border Patrol (CBP) rispetti a pieno i protocolli e sia da ritenere pienamente responsabile nei casi di trattamento inumano dei migranti. Il Presidente ha, infatti, promesso un incremento delle risorse per la loro formazione e ha sottolineato l’esigenza di piena trasparenza nel loro operato.

Nonostante l’ambizioso piano di riforma del sistema sia uno dei perni della presidenza Biden, molte critiche sono state rivolte a questa nuova metodologia di gestione dell’immigrazione. Per la maggior parte, esse vertono sull’aumento del numero di individui che, proprio a causa delle nuove norme proposte dall’amministrazione attuale, hanno deciso di intraprendere il rischioso viaggio fino alle soglie degli Stati Uniti, incrementando in questo modo anche l’attività dei trafficanti, soprattutto nelle aree attorno al fiume Rio Grande, a confine con lo stato del Texas.


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  • L'Autore

    Sara Scarano

    Sara Scarano, classe 1996, è una studentessa di Laurea Magistrale in International Cooperation on Human Rights and Intercultural Heritage all’Alma Mater Studiorum di Bologna, dove ha conseguito anche la Laurea Triennale in Sociologia con una tesi sul fenomeno del karoshi ed il ruolo della donna nel mercato del lavoro giapponese. Femminista, ambientalista, con un forte interesse per la cooperazione e la politica internazionale, la questione migratoria, e in generale i Diritti Umani. Sogna di fare dell’aiutare gli altri la propria carriera.

    Sara Scarano, class 1996, is a student of the Master Degree in International Cooperation on Human Rights and Intercultural Heritage at the Alma Mater Studiorum of Bologna, where she also graduated in Sociology with a thesis about the phenomenon of karoshi and the role of women in the Japanese job-market. Feminist, environmentalist, with a strong interest for international policy and cooperation, migration, and Human Rights in general. She dreams of making supporting others her career.

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