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Una risorsa rinnovabile ma non inesauribile (2)

Attraverso le considerazioni precedenti, possiamo capire quale sia l'importanza di una risorsa come l'acqua e come essa possa modificare le relazioni tra Stati e potenze. Partendo dalle premesse già messe in luce nel precedente articolo, capiamo ora cosa significhi avere potere sull'approvvigionamento idrico e sul suo corso. 

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In questa situazione di stress climatico l’acqua risulta il bene o la risorsa che più viene influenzata. Lo stress idrico (1700 m3/ab/annui) e la penuria idrica (1000 m3/ab/annui) riguardano oggi il 30% della popolazione mondiale e si prevede un aumento di questa percentuale al 40% della popolazione mondiale entro il 2050 (2500 m3/ab/annui è la soglia ottimale). I paesi più colpiti da questa sorgente di instabilità sono quelli contenuti all'interno del così detto “triangolo della sete” che vede costruirsi i suoi angoli attraverso i paesi della Mongolia, Yemen e Marocco. Alcune zone del mondo sono costrette a vivere con meno di 100 m3/ab/annui, come in Kuwait. In paesi così minacciati da una totale scarsità di risorse idriche, si deve obbligatoriamente ricorrere a metodi non convenzionali per il reperimento delle risorse, come ad esempio la desalinizzazione dell’acqua marina oppure lo sfruttamento delle falde sotterranee. Questo ultimo punto risulta molto interessante all'interno della geopolitica idrica, in quanto esistono due tipologie differenti di falde con un valore relativo molto differente: le falde freatiche, sono serbatoi naturali di acqua potabile che filtra nel sottosuolo e forma dei vasti laghi sotterranei. Esse sono facilmente accessibili, anche a pochi metri di profondità e sono rinnovabili, in quanto l’acqua che si infiltra a causa delle precipitazioni va a riempirne il bacino. Le falde fossili invece non sono rinnovabili. Esse sono molto profonde e del tutto separate dal ciclo di rinnovamento di cui le falde freatiche godono. Risalgono a 10-12 mila anni fa e sono oggi divise in vari paesi. Gli spazi tra il Sahara e la Penisola Arabica ne nascondono moltissime. Basti pensare poi alla falda del Sahara Settentrionale, lunga più di un milione di km2 che si estende sotto Tunisia, Algeria e Libia. Oppure in America Latina, del Guaranì, che misura 1.2 milioni di km2 a cento metri di profondità, condivisa tra Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Senza pensare alla difficoltà che incorre nella delimitazione delle aree di sfruttamento marittimo, pensiamo a quanto potrà e quanto è complessa la gestione delle falde sotterranee che contengono la risorsa più importante per il genere umano.

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La situazione di precarietà idrica porta gli Stati ad utilizzare queste risorse per sopperire alla mancanza di ulteriori corsi di superficie consumando acqua pura e "sprecandola" per utilizzi agricoli: un’ipoteca sulle spalle delle generazioni future. L’agricoltura è infatti l’attività umana che utilizza più acqua in assoluto, per un 70/80% del totale (e più della metà di questa evapora).
L’importanza dei corsi d’acqua allora si riscopre come primaria per l’autosufficienza idrica. Quello che però complica ulteriormente le cose è la suddivisione di questi ultimi all’interno del globo: ad oggi si contano 263 corsi d’acqua divisi tra più Stati. Dal punto di vista geopolitico, si viene qui a creare una discrepanza tra gli stati per quanto riguarda il loro potenziale di potere; infatti, gli Stati possono essere distinti in “A valle” (Downstream) oppure “A monte” (Upstream). Quelli che si trovano in cima ai corsi d’acqua godono senz'altro di un grande potere, per lo meno materiale, sui corsi d’acqua. Nonostante le norme di diritto internazionale siano per l’equa divisione delle acque, come stabilito dalla convenzione Onu del 1997 sulle norme per corsi d’acqua internazionali per usi diversi dalla navigazione, molti Stati sono ancorati a considerazioni di stampo storico o di preminenza nazionale. 

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La Turchia (paese a monte), ad esempio, ha sempre considerato l’acqua come una carta strategica e una leva di potere nei rapporti con i vicini (Siria e Iraq). Questo perché dalla Turchia nascono i due fiumi Tigri ed Eufrate, fondamentali per l’approvvigionamento idrico dei paesi a valle. Il progetto turco del GAP su entrambi i fiumi prevede la costruzione di 22 dighe e 19 centrali elettriche e farebbe diventare il paese uno dei più grandi cantieri mondiali ingegneristici, idraulici ed idrotecnici. Le preoccupazioni dei paesi rivieraschi però rischiano di minare i già precari equilibri tra le potenze e all’interno delle stesse popolazioni. Inoltre, gran parte del progetto si sviluppa in zone curde, che vengono evacuate continuamente. La costruzione delle dighe servirà oltre a controllare le acque anche a irrigare la piana del Diyarbakir, distruggendo però oltre 4000 villaggi. L’agricoltura ivi praticata però potrebbe correre il rischio di inquinare le acque del Tigri e potrebbe spingere verso l’aumento delle malattie legate all’acqua come la malaria o la lesmaniosi. La Siria ha poi bisogno delle acque dell’Eufrate per il suo sviluppo futuro e per mantenere a livello il Lago Assad per la produzione idroelettrica. Si stima che una volta terminato il progetto, ci sarà una riduzione del flusso d’acqua del 40% in Siria e del 90% in Iraq. I problemi relativi alla scarsità di acqua si rifletteranno in gravi crisi alimentari e di sviluppo. La Turchia in tutto questo sostiene che i fiumi nascano nel suo territorio e che invece lo stoccaggio delle risorse idriche a monte potrebbe essere solo un beneficio per i paesi a valle.

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In un sistema dove le conflittualità sono imprevedibili diventa necessario sostenere un dialogo comune alla ricerca di accordi per la divisione delle acque. In questo frangente viene a inserirsi l’Idrodiplomazia. Essa gioca un ruolo fondamentale all'interno del teatro asiatico, soprattutto fra i giganti di Cina e India. Entrambi gli stati sono dipendenti da una duplice crescita; economica e demografica. Esse richiederanno nel tempo ulteriori consumi di acqua che potrà causare non poche problematiche con i propri vicini. La Cina ad esempio possiede il 7% della totale quantità delle risorse idriche del pianeta, per una popolazione che ammonta al 21% di quella mondiale. Questo equivale ad oggi a 2000 m3/ab/annui, poco superiore ai 1700 m3/ab/annui per la soglia dello stress idrico. Oltre all'aumento della popolazione e alla relativa richiesta di risorsa, anche il miglioramento delle condizioni di vita inciderà prepotentemente sulla quantità consumata, fornendo un moltiplicatore impressionante. Questo è dimostrato dal fatto che in un secolo i prelievi di acqua si sono moltiplicati per 7, il consumo per 6 mentre la popolazione mondiale per 3.

In Cina l’espansione urbana ingoia le campagne, la desertificazione e l’erosione caratterizzano il suo nord (carente della risorsa) mentre al sud il sovra sfruttamento idrico e l’inquinamento dell’acqua riducono le superfici irrigate dell’1% ogni anno. Così spiegata la crescente importazione di derrate alimentari e agricole. In più, il mancato trattamento delle acque (1/3 quelli industriali e 2/3 di quelli domestici) corrisponde ad un inquinamento di quest’ultime in maniera terribilmente progressiva. Tutti questi motivi preoccupano i vicini dei cinesi, che vedono con sospetto anche la continua costruzione di dighe. La Shanghai Cooperation Organization, che ha per scopo lo sviluppo di relazioni pacifiche tra gli Stati membri (Cina, Russia, Kazhakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan con paesi associati come India, Mongolia e Pakistan), dovrà quindi essere in grado di gestire con diplomazia le sfide alla stabilità della regione. Attraverso la lente idrica, possiamo comprendere l’importanza che il paese da alla regione autonoma del Tibet. Questa regione è il Castello d’acqua asiatico, da cui originano dieci grandi fiumi tra cui l’Indo, il Brahmaputra, il Mekong e il Saluen da cui dipendono a valle i delta risicoltori di 1,5 miliardi di persone.

 Le relazioni tra Cina e India, separate dalla barriera fisica dell’Himalaya, sono tese anche per la suddivisione delle acque. Nuova Delhi è preoccupata per la scarsità del flusso idrico del fiume Yangtzè Yang le cui acque vengono trasportate a nord dai cinesi e quindi ricaricate con l’acqua del Brahmaputra, fiume sacro per gli Indù. Teme altresì che la Cina possa dare seguito agli innumerevoli progetti di costruzione di dighe sul fiume nell’area del Tibet (per contribuire ad un suo sviluppo) che potrebbero limitare il flusso idrico. L’India, come la Cina, è in una situazione idrica difficile: 16% della popolazione mondiale ma solo con il 4% della risorsa idrica. La disponibilità per abitante è calata notevolmente, diminuendo da 5.000 m3/ab/annui nel 1951 a 1550 m3/ab/annui nel 2010 dovuto al sovra sfruttamento idrico e all’aumento della popolazione. 

Questi dati sono particolarmente impressionanti se paragonati a zone come il Brasile che possiede in linea teorica circa 40.000 m3/ab/annui. In India poi le problematiche sono differenti; le irregolarità climatiche (economia monsonica rurale, e quello del 2009 è stato il più debole dal 1972) tanto che nel 2010 è stata costretta ad importare derrate alimentari dall'estero. L’urbanizzazione e la mancata previsione di meccanismi tecnologici per il trattamento delle acque e il loro uso inefficiente rende, poi, la risorsa idrica in grave pericolo. L’India poi ha relazioni complesse con il Pakistan e il Bangladesh; Il primo è una regione che non può beneficiare eccessivamente dei monsoni in quanto arrivano già secchi. La situazione è compensata dai corsi d’acqua che originano nel Kashmir, alimentati da precipitazioni e dai ghiacci. L’Indo è poi di fatto un’arteria vitale che attraversa lo Stato. Altri fiumi permettono una irrigazione capillare del territorio Pakistano, affluenti dell’Indo, lo Jhelum, e il Chenab che hanno la fonte nel paese, mentre il Ravi e lo Setley la hanno a monte, in India. L’utilizzo di quest’acqua è millenario. Con la partizione del mondo indiano nel 1948 tra l’India e il Pakistan stesso, i terreni irrigati vennero sconnessi dalle loro fonti di approvvigionamento per via delle nuove frontiere. Da questo momento si diede vita ad una gestione delle acque unilaterale, senza concertazione. L’India, che controlla i corsi superiori fluviali, sottopone il Pakistan ad una condizione di inferiorità idrica. Anche il Bangladesh, nato dall'indipendenza dallo Stato del Pakistan, gode di una posizione principale a livello fluviale nella regione; infatti, il delta fluviale più esteso al mondo (ricopre il 70 % del paese) si trova al suo interno. Fiumi come il Gange o il Brahmaputra confluiscono qui prima di entrare nell'Oceano Indiano. Fiumi che sono alimentati dal “castello d’acqua” himalaiano. Anche qui l’India possiede le sorti idriche della regione vista la sua posizione a monte.


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  • L'Autore

    Stefano Sartorio

    Laureato in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee e studente di Relazioni internazionali, mi piace indagare sulle cause delle problematiche e capire i fondamenti che caratterizzano le più odierne sfide globali. Attualmente sono Junior Researcher per l'università statunitense di Harvard ma partecipo ad altre iniziative e forum internazionali in associazioni Italiane e non. Ho studiato all'interno dell'Istituto di Studi di Politica Internazionale a Milano le implicazione dell'intervento umanitario e dell'aiuto allo sviluppo. Sono molto sensibile alle tematiche ambientali e sociali e spero un giorno di poter contribuire attivamente allo sviluppo sostenibile della nostra civiltà.

Categorie

Geopolitica Acqua pulita e servizi igienico-sanitari


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water waterpolitics Geopolitica geopolitica dell'acqua acqua idropolitica hydropolitics

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