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Una panoramica sulle proteste degli agricoltori in India

Risale a settembre 2020 il momento iniziale delle proteste che continuano a scuotere le fondamenta del gigante indiano: una moltitudine di agricoltori, principalmente appartenenti alla minoranza religiosa Sikhs e provenienti dai maggiori stati agricoli di Punjab e Haryana, è insorta per chiedere l’abrogazione di tre nuove leggi introdotte proprio a partire da settembre dal Bharatiya Janata, il partito del Presidente Narendra Modi. Le tre ordinanze varate da Modi si inseriscono nel quadro di un piano atto a rendere l’India una potenza economica da 5 trilioni di dollari entro il 2024, e hanno come fine ultimo la deregolamentazione del mercato agricolo, pertanto vengono percepite dai manifestanti come una pesante minaccia al proprio sostentamento, nonché volte a favorire le grandi aziende agricole private. Se adottate, infatti, tali ordinanze faciliterebbero il cosiddetto “contract farming”, ovvero la vendita diretta dei prodotti agricoli a compratori privati, bypassando le regolamentazioni statali attualmente in vigore nei mercati (detti “mandis”). Inoltre, renderebbero possibile per i compratori più facoltosi lo stoccaggio di riserve agricole, da vendersi successivamente approfittando di una fase di risalita dei prezzi, come sta avvenendo durante il periodo pandemico.

Già da tempo la compagine contadina ha subito un forte ridimensionamento del proprio valore quale ingranaggio principale del Paese: negli ultimi trent’anni, un settore agricolo che ancora supporta più della metà degli 1.4 miliardi di cittadini indiani ha perso il suo ruolo portante come motore dell’economia, contribuendo attualmente solo per il 15%. E tuttavia il settore agricolo continua a supportare una gran fetta della popolazione, ancor più durante l’attuale periodo di pandemia, che ha duramente colpito il settore economico urbano e costretto milioni di lavoratori a far ritorno alle zone rurali. Secondo il più recente censimento condotto dal Registro Generale dell’India, già nel 2011 i soli lavoratori agricoli componevano più della metà della forza lavoro del Paese, un dato che ad oggi è cresciuto esponenzialmente.

L’impegno pubblico a supporto del settore agricolo indiano risale agli anni Sessanta, nel quadro della cosiddetta “Rivoluzione verde”, durante la quale il Governo portò avanti un processo di modernizzazione del settore, in modo da risolvere la grave crisi alimentare allora in corso incrementando la produzione di riso e grano. E, tuttavia, dal periodo della “Rivoluzione verde” ad oggi il settore agricolo ha progressivamente vissuto un peggioramento della propria condizione, tanto da causare forte indebitamento tra gli agricoltori e creare quella che è stata definita una vera e propria crisi di suicidi. Più di metà della totalità dei contadini è sommersa da debiti, fenomeno che, secondo il National Crime Records Bureau indiano, ha generato un numero pari a 20.638 suicidi tra il 2018 e il 2019. A peggiorare ulteriormente le già precarie condizioni del settore si collocano, appunto, le leggi introdotte a settembre.

Il processo di sviluppo del mercato alimentare fu, all’origine, strettamente collegato alla produzione di surplus nelle attività agricole, per cui i mercati stessi si diversificarono rispetto alle attività svolte nei diversi Stati indiani, mantenendo però uno scheletro comune. In generale, i “mandis” sono mercati di commercio all’ingrosso presenti in tutto il Paese, dove gli agricoltori possono commerciare i propri prodotti con i traders attraverso aste aperte e con un sistema di prezzi trasparente, spesso caratterizzato da un “minimum support price”, ovvero un prezzo minimo fissato dal Governo centrale su alcuni prodotti. Una volta avvenuta la vendita all’asta, i prodotti passano poi ad un mercato secondario per un’ulteriore vendita. Le leggi varate a settembre dal governo Modi mirano alla modifica di questo sistema: esse rimuovono definitivamente le restrizioni esistenti applicate alla vendita dei prodotti agricoli nei mandis, eliminando qualsiasi regolamentazione statale e rendendo in tal modo possibile per gli agricoltori commerciare direttamente con i privati, sopprimendo contemporaneamente il divieto di commercio tra diversi Stati indiani. L’obiettivo del Governo è quello di stimolare la crescita economica tramite investimenti derivanti dal settore privato, ma le nuove regole non danno alcuna garanzia di esistenza di un prezzo minimo per ciascun prodotto, né tutelano in alcun modo l’attuale minimum support price.

Gli agricoltori temono, quindi, di perdere progressivamente il proprio potere contrattuale sui prezzi di vendita dei loro prodotti, vedendosi quindi privati della garanzia di mantenere uno standard di vita adeguato. La stessa Ministra delle Industrie di Trasformazione Alimentare del governo Modi, Harsimrat Kaur Badal, ha rassegnato le proprie dimissioni nel mese di settembre, definendo le leggi come “anti-agricoltori” e dando voce all’opinione del proprio partito, secondo il quale le nuove norme porterebbero alla distruzione dei mercati ed indebolirebbero l’economia del Paese.

Le proteste pacifiche che si sono susseguite senza tregua per mesi hanno progressivamente condotto ad uno degli episodi più eclatanti: il 26 gennaio 2021, centinaia di agricoltori riuniti in protesta alle porte di Nuova Delhi hanno guidato i propri trattori attraverso le barricate erette dalle forze dell’ordine, scontrandosi violentemente con la polizia. I sindacati degli agricoltori – con l’approvazione del Governo centrale – avevano originariamente pianificato una marcia pacifica per le strade della città, da attuarsi in quello che in India è il Giorno della Repubblica, ricorrenza che segna la firma della Costituzione. Tuttavia, la decisione degli agricoltori di avviare la marcia qualche ora prima dell’orario prestabilito ha portato all’intervento delle forze di polizia, le quali sono ricorse all’uso di gas lacrimogeni e manganelli nel tentativo di ristabilire l’ordine. Il giorno successivo i manifestanti hanno fatto ritorno negli accampamenti eretti alle porte di Nuova Delhi, nei quali gli agricoltori vivono dal mese di novembre 2020, mentre il Joint Farmers’ Front, che rappresenta un vasto numero di sindacati agricoli in India, ha rilasciato una dichiarazione nella quale condanna aspramente gli scontri avvenuti e si distacca dai protestanti che in quel giorno hanno fatto ricorso alla violenza.

Secondo il corpo di rappresentanza degli agricoltori impegnati nelle proteste, il Samyukta Kisan Morcha, un totale di circa 147 agricoltori avrebbe perso la vita dall’inizio delle proteste, alcuni anche per cause quali suicidio, incidenti stradali ed esposizione a temperature rigide. Le autorità indiane non hanno ancora rilasciato informazioni ufficiali in merito, tuttavia un provvedimento che tali autorità hanno posto in essere successivamente ai fatti del 26 gennaio è stato il blocco immediato dei servizi internet per una presunta necessità di mantenimento dell’ordine pubblico. L’India è, in realtà, diventata uno dei Paesi in cui tale provvedimento è attuato con sempre maggiore frequenza, trovando legittimazione in una legge datata 2017: la Temporary Suspension of Telecom Services (Public Emergency or Public Safety) Rule permette, infatti, al Governo di ampliare il proprio potere di sorveglianza sui cittadini per “questioni di pubblica sicurezza”.

A metà gennaio la Corte Suprema Indiana ha disposto la temporanea sospensione delle tre leggi oggetto di protesta, in modo da garantire un margine di tempo per le negoziazioni pacifiche. Nei giorni seguenti lo stesso Governo Modi ha annunciato la propria volontà di prorogare la sospensione delle leggi per un periodo compreso tra i 12 e i 18 mesi, in vista del raggiungimento di un appropriato compromesso tra le parti. Tutto ciò non è però bastato a placare le proteste, alimentate dalla ferrea volontà degli agricoltori indiani di vedere le tre leggi abrogate definitivamente.

Fonti consultate per il presente articolo:

Here's why farmers are protesting against three agriculture ordinances - India News (indiatoday.in)

Why are thousands of Indian farmers protesting? | Agriculture News | Al Jazeera

India’s Republic Day farmer protests turn violent - Vox

Protesting Indian farmers return to camp after storming historic fort | CBC News

Why India's Farmers Are Protesting - The New York Times (nytimes.com)

India's farmer protests: Why new farm laws have sparked outrage - CNN

India passes farm bills amid uproar by opposition in parliament | Agriculture News | Al Jazeera

India farmers protests: Thousands swarm Delhi against deregulation rules - CNN

La più grande protesta della storia di cui non hai sentito parlare - Wired

Photo: person holding happy birthday to you signage photo – Free Person Image on Unsplash


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  • L'Autore

    Sara Scarano

    Sara Scarano, classe 1996, è laureata con lode in International Cooperation on Human Rights and Intercultural Heritage all’Alma Mater Studiorum di Bologna, dove ha conseguito anche la Laurea Triennale in Sociologia. Femminista, ambientalista, con un forte interesse per la cooperazione e la politica internazionale, la questione migratoria, e in generale i Diritti Umani. Sogna una carriera negli organi internazionali o nelle ONG.

    Sara Scarano, class 1996, graduated with honors in International Cooperation on Human Rights and Intercultural Heritage at the Alma Mater Studiorum of Bologna, where she also graduated in Sociology. Feminist, environmentalist, with a strong interest for international policy and cooperation, migration, and Human Rights in general. She dreams of a career in international bodies or NGOs.

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#proteste #agricoltura #economia #india #liberalizzazione

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