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Una linea nella sabbia

Nei giorni scorsi, più precisamente il 6 febbraio, abbiamo assistito alla approvazione da parte del parlamento israeliano di una legge controversa definita come “legge della regolarizzazione” mentre qualcuno si riferisce ad essa come “legge dell’esproprio”. Questa legge prevede che Israele possa espropriare i terreni privati palestinesi in Cisgiordania dove siano sorti avamposti o villaggi israeliani, anche con effetto retroattivo. La legge è molto controversa e si configura in un orientamento che sembra andare verso la direzione opposta di un riavvicinamento. Israele sembra infatti essersi spinta. Affronta il tema dei diritti di proprietà di una popolazione che non partecipa all'elezione del parlamento israeliano (Knesset) che quindi non ha diritto ad approvare leggi in loro nome. La situazione della Cisgiordania è poi di per sè complicata. Riconosciuta da Israele come territorio conteso e occupato per la maggior parte dalle sue truppe mentre la comunità internazionale sostiene le rivendicazioni sul territorio da parte dello Stato di Palestina.Il dissidio tra Israele e Palestina infiamma l’arena della politica internazionale ormai da molti anni e la soluzione alla costituzione pacifica di uno Stato di Palestina riconosciuto internazionalmente non risulta  pienamente perseguita. È opportuno però domandarsi quali siano le radici storiche che hanno caratterizzato l’evoluzione in un senso dei rapporti tra queste due popolazioni, per poter comprendere entrambe le fazioni ed avere uno sguardo più consapevole nei confronti dell’evolversi della questione.

L’impero ottomano e la sua caduta

Innanzitutto occorre fare un breve salto nel passato, all’inizio del XX secolo, e introdurre brevemente quello che è stato il contributo alla questione da parte della caduta dell’Impero Ottomano. Quest’ultimo viene definito come uno dei più estesi e duraturi della storia, con una durata complessiva di 623 anni dal 1299 al 1922. Durante il XIX secolo le potenze europee si configuravano in una volontà più o meno congiunta nell'obiettivo di eliminare dallo scacchiere internazionale l’Impero, che possedeva una posizione strategica anche per quanto riguarda i commerci dato il controllo degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli.

Con la perdita del sostegno francese, inglese e russo, l’impero si dirigeva sempre di più verso il suo collasso. Dal punto di vista esterno in quanto privo di appoggio da parte delle potenze europee in grado di assicurargli uno status privilegiato. Interno dato che nel 1908 si attuerà quella rivoluzione militare di stampo nazionalista dei “Giovani Turchi”, che rappresenta solo una parte delle divisioni intrinseche. Per questi motivi fu costretto ad avvicinarsi all'impero germanico che contribuì fortemente al riassetto della sua potenza soprattutto a livello militare. Allo scoppio della guerra questi precedenti portarono l’Impero Ottomano a schierarsi con gli imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Regno di Bulgaria) credendo, non a torto, che rappresentasse l’unico modo per sopravvivere. La triplice Intesa aveva però già le idee chiare e la volontà di cancellare l’Impero Ottomano per ottenere il controllo sulle zone agognate. Francia e Gran Bretagna si accordarono quindi per dividersi i territori, rispettivamente il Libano e la Siria alla Francia e L’Iraq e gli stati insediati in territorio palestinese alla Gran Bretagna. Questo fu stabilito all'interno dell’accordo di Sykes e Picot del 1916.

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I Mandati

Un anno dopo, nel novembre del 1917, il Ministro degli Esteri britannico Lord Balfour fece una dichiarazione che riguardava il popolo ebraico, auspicando la costruzione di una “National Home” sul territorio della Palestina. Alla fine della guerra l’Impero Ottomano venne smembrato tramite gli accordi di Sèvres del 1920 che lo circoscrivevano all’interno della penisola anatolica (una parte dell’attuale Turchia) e stabiliva cosa di questo impero sarebbe dovuto restare agli europei. Riconosceva il protettorato francese su Marocco e Tunisia (indipendenti dal 1956). Prima ancora di Sèvres però, vi fu la Conferenza di San Remo, nello stesso anno, in cui gli alleati stabilivano la formula del “Mandato di tipo A” prevista dall’art 22 della Società delle Nazioni in cui vennero affidati i territori corrispondenti alla Palestina alla Gran Bretagna.

Articolo 22: “Alle colonie e ai territori che in seguito all’ultima guerra hanno cessato di trovarsi sotto la sovranità degli Stati che prima li governavano, e che sono abitati da popoli non ancora in grado di reggersi da sé,[..], si applicherà il principio che il benessere e lo sviluppo di tali popoli è un compito sacro della civiltà, e le garanzie per l’attuazione di questo compito dovranno essere incluse nel presente patto. Il metodo migliore per dare effetto pratico a questo principio è di affidare la tutela di questi popoli a nazioni progredite [..]; questa tutela dovrebbe essere esercitata dalle medesime come mandatarie della Società e per suo conto. [–].”

Questa situazione si configura quindi in una volontà delle potenze europee di “scortare” verso lo sviluppo i popoli che secondo la Società delle Nazioni non sono ancora in grado di costituire una comunità statuale stabile. La regione di nostro interesse, ovvero i territori della Palestina, rientrano in quello che veniva definito “Mandato di tipo A”. Esso si configura in quelle nazioni prima parte dell’Impero Ottomano che “avessero raggiunto uno stadio di sviluppo in cui la loro esistenza come Nazioni Indipendenti poteva essere riconosciuta, anche se provvisoriamente soggetta all’assistenza amministrativa di una potenza Mandataria” con obiettivo l’autogoverno del territorio. La Palestina acquisisce così il grado di Mandato di Classe A dall’aprile del 1920 al maggio 1948 (con l’Indipendenza di Israele).

Il problema si concretizzò  fra il 1935 e il 1947 dato che le immigrazioni ebraiche portarono ad un rapporto, relativamente alto tra le popolazioni, di 400.000 ebrei e circa 600.000 arabi.

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Il libro Bianco

Nel 1939 venne pubblicato il “Libro Bianco” della Gran Bretagna relativo alla situazione in Palestina, che aveva l’obiettivo di placare il risentimento della popolazione araba stanziata nel territorio. Esso agiva limitando la vendita di nuove terre alla popolazione ebraica, limitando l’immigrazione di questi ultimi a 75.000 ingressi in 5 anni e progettando la creazione in dieci anni di uno stato palestinese unitario e indipendente. Tutto ciò era in contrasto con la politica fino ad ora perseguita e cioè l’essere favorevoli alla creazione di uno stato ebraico in Palestina. Questo provoca una dura reazione da parte delle associazioni e i movimenti sionisti, che memori di Balfour e della sua dichiarazione, vedevano la Gran Bretagna come un possibile garante nella creazione di una loro patria. In questa atmosfera di disperazione che andava a sommarsi ad un più grande collaborazionismo tra Tedeschi e Arabi ( che oltre ad essere contro gli ebrei combattevano anche contro l’imperialismo britannico) nacque in Palestina una brigata ebraica armata integrata poi nell’esercito britannico e vari gruppi armati illegali ma tollerati perché attuavano una lotta anti araba (Haganah). In questo momento viene anche ad insediarsi nella comunità dirigente ebraica Ben Gurion (futuro primo ministro Israeliano) che si alleava con la Gran Bretagna per la lotta anti araba e contro i tedeschi, memore però che una volta finita la guerra il problema sarebbe stato di nuovo rappresentato dagli inglesi.

Gli Stati Uniti

È in questi anni che gli Stati Uniti, sotto la spinta dell’importanza che la comunità ebraica americana aveva assunto, prendono una posizione più ferma e decisiva sulla questione. Il presidente Roosevelt, che aveva a cuore gli interessi dell’America nel mondo arabo, rassicurò la comunità ebraica di Palestina che ogni decisione inerente al loro futuro non sarebbe stata presa senza la loro consultazione. Con l’arrivo di Truman però le cose cambiarono radicalmente. Il suo coinvolgimento, che avvenne maggiormente per motivi umanitari scaturiti dall’emozione fortemente negativa che suscitò la scoperta dei campi di concentramento e dei loro abomini, si fece più intenso. Inviò cosi uno studioso di sua fiducia (Harrison, dell’università di Pennsylvania) ad investigare sulla questione. Egli tornò in America riferendo, nell’agosto del 1945, dell’aspirazione della popolazione ebraica a emigrare in Palestina e raccomandò a Truman che 100.000 di essi potessero farlo immediatamente. Truman trasmise immediatamente agli inglesi la propria idea e in questo modo gli stati uniti si trovarono coinvolti nella questione palestinese.

Gli inglesi, che non avevano intenzione di creare ulteriori risentimenti all’interno della regione promossero la creazione di commissioni d’inchiesta anglo-americane, con lo scopo di trovare una soluzione alla problematica. Mitigarono le formule scritte nel libro bianco del 1939 che aveva suscitato grande disaccordo e proposero alla fine la costruzione di una amministrazione fiduciaria con il compito di costituire due Stati nazionali, uno arabo e uno israeliano. Questo però scontentò tutte le parti. Gli inglesi proposero cosi un’altra commissione che però sortì lo stesso risentimento. Di fronte a questi insuccessi, si senti la necessità di deferire la questione ad un giudice esterno alla questione, che si configurò nelle Nazioni Unite. Esse proposero una terza commissione d’inchiesta (lo United Natons Special Committee on Palestine) che riconfermò le decisioni prese in precedenza sulla costruzione di uno stato ebraico e uno palestinese.

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La fine del Mandato Britannico e il conflitto Israelo-Palestinese

Questo si accompagnò ad un certo rifiuto da parte della popolazione araba. Nonostante questo il rapporto del comitato venne votato in Assemblea Generale delle Nazioni Unite e approvato. Si decise che il Mandato britannico si sarebbe dovuto concludere il 1 agosto 1948 (poi anticipato al 15 maggio). La Palestina venne quindi abbandonata, lasciando due popoli sul piede di guerra. Una situazione di anarchia, dalla quale però i sionisti riuscirono a creare un’entità statale, lo stato di Israele, in cui le bande armate di cui abbiamo parlato in precedenza divennero a tutti gli effetti l’esercito ufficiale statale. Questa capacità organizzativa caratterizzata da un’unitarietà tra la popolazione porterà lo stato di Israele a resistere alle aggressioni disordinate da parte del popolo arabo, che non riusciva a trovare una identità nazionale. A tutto questo bisogna aggiungere che Israele venne riconosciuta immediatamente dagli Stati Uniti (11 minuti dopo la proclamazione), poi dall’Urss e da altri stati. In un quadro desolante che vedeva quindi i palestinesi rifugiati nei paesi vicini, accolti per ‘altro negativamente, le Nazioni unite inviarono un mediatore (lo svedese Bernadotte, poi assassinato e sostituito dall’americano Bunche) con lo scopo di ridurre i conflitti tra le due fazioni e cercare un compromesso, con l’idea di concludere armistizi che però vennero osteggiati dalle parti in conflitto. Nonostante si riuscì a concludere degli armistizi successivamente con alcuni stati in guerra contro Israele, essi vennero considerati solo come una pausa all’interno di un conflitto difficilmente risolvibile.

Da questo nasce il sentimento di Israele che si configura in una paura per la propria sicurezza e incolumità dinanzi ad un rifiuto nei suoi confronti da parte del mondo arabo. Tanto meno si poteva parlare di una fiducia da parte degli arabi nei confronti del comportamento più distensivo assunto da Israele nel corso del tempo. Si creò quindi una situazione di acuto risentimento da parte della popolazione araba stanziata sui territori circostanti ad Israele che non aveva la possibilità di tornare in patria. Tutto questo venne acuito poi dal fatto che gli Arabi di Palestina non possedevano una rappresentanza politica, che quindi gli avrebbe permesso di avere una voce rappresentativa sul piano internazionale. Sono dunque questi gli eventi che hanno preceduto quello che oggi è considerato un problema internazionale di difficile se non di dubbia risoluzione, che ha portato con sé innumerevoli sofferenze e instabilità, riconosciuta anche da eventi chiave quali la contesa della striscia di Gaza (territorio rivendicato interamente dallo Stato di Palestina e controllato da Hamas, organizzazione di stampo estremista nata per combattere Israele). Il mancato riconoscimento della Palestina come stato, data la difficoltà di quest’ultima di poter identificarsi in un Governo esclusivo (uno dei requisiti per lo status di stato) e l’opposizione di Israele in questa direzione sicuramente rende la questione ancora più complessa.


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    Stefano Sartorio

    Laureato in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee e studente di Relazioni internazionali, mi piace indagare sulle cause delle problematiche e capire i fondamenti che caratterizzano le più odierne sfide globali. Attualmente sono Junior Researcher per l'università statunitense di Harvard ma partecipo ad altre iniziative e forum internazionali in associazioni Italiane e non. Ho studiato all'interno dell'Istituto di Studi di Politica Internazionale a Milano le implicazione dell'intervento umanitario e dell'aiuto allo sviluppo. Sono molto sensibile alle tematiche ambientali e sociali e spero un giorno di poter contribuire attivamente allo sviluppo sostenibile della nostra civiltà.

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Mondo Medio Oriente


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