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Tunisia: le complessità di una democrazia emergente

La Tunisia costituisce certamente una delle realtà più dinamiche dell’area MENA ed è considerata l’unico esempio virtuoso e positivo delle primavere arabe. Tuttavia, lo stato tunisino è ancora attraversato da profonde fratture socio-economiche combinate con alcune criticità di natura politica. Quello che si evince da questa situazione è un netto divario tra la percezione internazionale, che elogia l’avanzamento verso un sistema pluralistico, e il malcontento della popolazione derivante dall’instabilità interna. 


Per quanto concerne il panorama politico tunisino, manca innanzitutto una chiara maggioranza parlamentare che possa sostenere le istanze della popolazione. I due maggiori partiti, Nidaa Tounes (blocco secolarista) e Ennahda (di ispirazione islamica moderata), non hanno infatti i numeri per poter governare autonomamente. Di conseguenza, è impossibile per qualsiasi schieramento politico perseguire i propri obiettivi di lungo termine senza l’imposizione di vincoli e limiti da parte di altri attori. A questo fattore, vanno aggiunte le frizioni interne agli stessi partiti, che  potrebbero favorire nuove ondate di instabilità politica e una redistribuzione degli equilibri in seno al parlamento. Le elezioni municipali del mese scorso (rimandate da più di un anno e mezzo per problematiche logistiche e organizzative) hanno messo in evidenza le attuali complessità del sistema politico tunisino. In primo luogo, la sfiducia nei confronti dei principali attori di governo - Nidaa Tounes e Ennahda - si è tradotta in un’esigua affluenza alle urne (33,7%), specialmente nelle aree periferiche e più marginalizzate. Oltre a questo dato, che riflette in modo palese la disillusione per la politica, occorre analizzare l’insieme dei voti conseguiti dalle tante liste indipendenti: queste, se sommate, hanno ottenuto il 33,2% dei seggi - seguono Ennahda con il 29,68% e Nidaa Tounes con il 22,7%. Tale risultato è coerente con le dinamiche politiche tunisine e con il relativo malcontento dei cittadini. Da una parte la popolazione sembra incline a rifiutare le formazioni partitiche più istituzionalizzate, non in grado di fornire risposte convincenti. Dall’altra, una galassia variegata di iniziative cerca di creare strade alternative e forme di protesta in contrapposizione al presente sistema. Dunque, in vista delle elezioni nazionali del 2019, il quadro politico della Tunisia non appare rassicurante. Per la prossima legislatura (2019-2024) si prospetta, a parere di molti analisti, un governo debole per via delle complessità appena descritte.

Un altro aspetto che merita particolare attenzione è il contesto socio-economico tunisino. A sette anni dall’inizio della transizione democratica, sussistono ancora varie deficienze strutturali di carattere economico e sociale. Per esempio, la disparità regionale continua a configurarsi come un serio problema a livello interno: le regioni orientali sono mediamente molto più sviluppate rispetto a quelle occidentali e centrali. In queste ultime si registrano tassi di povertà, analfabetismo e disocuppazione alquanto elevati (circa tre volte sopra la media nazionale) e l’accesso ai servizi basilari è spesso inadeguato e carente. In più, la Tunisia è tuttora alle prese con gli atavici problemi inerenti la mancanza d’impiego e la corruzione. Il tasso di disoccupazione supera il 13%  ed è particolarmente alto tra i giovani (quasi il 40%) e i laureati, che non trovano adeguati sbocchi lavorativi. La corruzione, a sua volta, costituisce un ulteriore fattore destabilizzante, nonché uno dei principali ostacoli allo sviluppo del paese. Tale fenomeno, che ha contrassegnato i decenni di sistema autoritario retto da Ben Alì, è ancora ben radicato nel paese specialmente nell’apparato burocratico (nel quale sono tuttora presenti vari esponenti legati all’ex dittatore). Analizzando taluni aspetti meramente economici, riscontriamo innanzitutto un elevato debito pubblico tunisino. Questo, dall’inizio della transizione nel 2011 fino ad oggi, è quasi raddoppiato passando dal 35% del Pil al 70%. In generale, il sistema economico di Tunisi è ancora caratterizzato da una forte centralizzazione e dalla mancanza di un vero e proprio mercato privato. Per di più, non va trascurato l’enorme peso dell’economia informale che ricopre il 50% di tutta l’economia nazionale tunisina. Ad aggravare maggiormente il quadro, intervengono le continue ondate di proteste contro il pacchetto di misure finanziarie varate dal governo per soddisfare le richieste dei donatori internazionali. In cambio di una serie di prestiti concessi dal Fmi, le autorità politiche tunisine hanno imposto (dall’inizio del 2018) un innalzamento del gettito fiscale, il parziale taglio dei salari pubblici e dei sussidi su alcuni beni di prima necessità e il congelamento delle assunzioni. Contro tali provvedimenti si sono susseguite numerose manifestazioni, talvolta sfociate in scontri violenti con le forze dell’ordine. Infine, occorre considerare il netto calo del flusso turistisco dopo gli attentati perpretrati dall’IS contro un museo e resort nel 2015. La drastica riduzione delle entrate derivanti dal turismo ha chiaramente danneggiato l’economia tunisina, che ha sempre beneficiato di importanti introiti tramite questo settore. Tuttavia, va detto che nel primo trimestre del 2018 la Tunisia ha registrato una forte ripresa nell’ambito turistico - con un +23% di fatturato rispetto al 2017. Alla luce delle complessità socio-economiche appena descritte, negli ultimi mesi del 2017 e nei primi del 2018, molti tunisini hanno lasciato il paese. L’incremento delle partenze ha pertanto alimentato il fenomeno dell’immigrazione clandestina, un problema che il governo di Tunisi deve necessariamente affrontare. Al di là della stipulazione di accordi sulla gestione dei migranti di nazionalità tunisina (siglati principalmente con l’Italia), le autorità centrali dovrebbero intervenire direttamente nelle aree più arretrate, estirpando le reali cause dell’emigrazione.

In riferimento al tema della sicurezza interna, Tunisi deve fronteggiare la problematica dell’estremismo islamico e della diffusione dell’ideologia jihadista. Le condizioni di povertà e di relativo malcontento nelle regioni rurali favoriscono, infatti, l’adesione alle cellule terroristiche locali (specie tra i giovani). Come accennato poc’anzi, nel 2015 la Tunisia è stata vittima di due brutali attacchi rivendicati dall’IS: al Museo del Bardo di Tunisi (24 vittime, tra cui 21 turisti, una guardia e due attentatori) e alla struttura alberghiera Imperial Marhaba presso la località di Sousse (38 morti). Dunque, Daesh si configura come una concretta minaccia per lo stato tunisino, specialmente se si considera l’elevato rischio di infiltrazioni dei suoi membri dal confine con la Libia. Oltre a ciò, è essenziale analizzare la questione dei cosidetti foreign fighters di ritorno (returnees). Dato l’arretramento militare di Daesh in Siria e Iraq, è plausibile che molti combattenti islamici tenteranno di ritornare nei propri paesi di origine (o in molti casi hanno già tentato). Stando a un report delle Nazioni Unite, circa 800 tunisini hanno fatto ritorno in Tunisia dopo aver partecipato alla causa jihadista all’estero. Si tratta di un fenomeno certamente allarmante che potrebbe espandersi ancor di più - alla luce del numero cospicuo di membri dell’IS di nazionalità tunisina  (più di 2000 esponenti secondo il ministero degli interni di Tunisi, dalle 5000 alle 6000 unità secondo le stime dell’ONU).



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Forze di sicurezza tunisine in azione durante l'attentato al Museo del Bardo (marzo 2015)

Per concludere, è utile inquadrare la crisi tunisina - e le sue ripercussioni - all’interno di un contesto più ampio. Da un punto di vista internazionale, l’incremento della partenze dalla Tunisia (per via delle complessità socio-economiche interne) coinvolge chiaramente l’Europa. Di conseguenza, nel corso degli ultimi mesi si sono intensificati i rapporti tra le autorità tunisine e gli stati membri dell’UE (ovviamente su tutti l’Italia) per la gestione dei flussi migratori. Un’ulteriore questione che preoccupa l’Europa è la minaccia jihadista in Tunisia, rappresentata anzitutto dai numerosi foreign fighters tornati in patria - che potrebbero dirigersi verso le coste europee per perpetrare attacchi terroristici. Pertanto, i paesi dell’Unione e le stesse istituzioni comunitarie hanno intrapreso una serie di progetti di cooperazione con il governo di Tunisi, volti ad affrontare il problema dell’estremismo islamico e della radicalizzazione nel paese. Le vicende tunisine possono avere altresì dei risvolti a livello regionale, specie nella regione del Maghreb – attualmente alle prese con il fallimento dello Stato libico e con il sistema autoritario e repressivo di Al Sisi in Egitto. Di conseguenza, un eventuale peggioramento della situazione in Tunisia andrebbe a inserirsi in un contesto, quello dell’Africa settentrionale, già di per sé turbolento e complesso. Quindi, la Tunisia deve far si che il rinnovamento politico conseguito non venga interrotto da nuove ondate di instabilità. Condizione di vitale importanza non solo per Tunisi, bensì per tutta l’area del Maghreb. 



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    Vincenzo Battaglia

Data di pubblicazione 26 giugno 2018

Categorie Mondo Africa
Tag Tunisia Maghreb Politica Economia Sicurezza terrorismo

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