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Trump nella scena internazionale e il vantaggio per il Premio Nobel per la Pace

Donald Trump, abbandonando il G7 di Charlevoix prima della discussione sull’ambiente ed i cambiamenti climatici, dopo aver però sottolineato la sua linea secondo la quale “riportare la Russia nel G7 è nell’interesse di tutti”, ha ribadito il suo peso sulla scena internazionale quale Presidente di una superpotenza sempre più protagonista sullo scacchiere internazionale. L’ha fatto anche annunciando, quando era già in volo verso Singapore, di non firmare il comunicato congiunto – indebolendo le decisioni del vertice canadese – probabilmente a seguito delle dichiarazioni del Primo ministro Trudeau sulle sanzioni su alluminio e acciaio, definendolo “molto disonesto e debole”.

Gli USA stanno affrontando i dossier geopolitici con con una strategia nettamente diversa rispetto a quella della presidenza Obama. Si osservi l’uscita dall’accordo sul nucleare iraniano accompagnato da sanzioni economiche che rischiano di minare fortemente l’economia del paese, dal momento che tale accordo è rivolto anche contro banche ed aziende occidentali che fanno affari con Teheran. Paese il cui export di petrolio è pure consequenzialmente destinato a diminuire.  L’accordo, quindi, sembra destinato a favorire gli esportatori USA di petrolio.  Oltre a questo è utile citare i dazi sull’import di acciaio (25%) e alluminio (10%) verso l’UE, tesi a colpire l’economia automobilistica tedesca in primis. Qui, la Francia, potrebbe trarne beneficio – anche se controbilanciato dalla Total in seria difficoltà in Iran – ed infatti era stata comunicata a Macron l’intenzione di chiudere il mercato USA del segmento premium automobilistico, per il 90% in mano ai tedeschi. Ma è sul dossier coreano che Trump sembra aver ottenuto la più grande vittoria.

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Grazie all' aiuto del Segretario di Stato nonché ex Direttore della CIA Mike Pompeo il primo summit tra un Presidente USA e un Leader supremo della Repubblica Popolare Democratica di Corea (nome ufficiale del paese) pare essere stato un successo per Trump: egli ha ottenuto un’intesa che mira a garantire un regime di pace nella penisola dopo la dichiarazione di Panmunjon, il raggiungimento di una completa de-nuclearizzazione e il rimpatrio di prigionieri di guerra delle salme dei caduti. Emerge che le dure parole di Trump stesso ma anche del suo Vice Mike Pence e del Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton siano state, assieme all’annullamento dell’incontro poi riconfermato, una tattica in pieno “Donald style” per assicurarsi la riuscita del vertice. Trump sembra aver studiato bene il dossier del partner contraente, con il fine di portarlo nella condizione in cui non avrebbe più potuto tirarsi indietro dall'idea di cooperare, come per dire: dimostrami che vuoi davvero partecipare al vertice, assicurami che si arrivi ad una intesa e lo facciamo alle mie condizioni. Inoltre, avendolo richiesto Pyongyang, Kim ne sarebbe uscito molto indebolito qualora non fosse sottostato a questi presupposti. Allo stesso tempo, Trump non avrebbe corso il rischio di uscirne sconfitto o schernito.

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Alla fine la sua strategia potrebbe funzionare non solo negli affari, ma anche in politica e, tanto inaspettatamente quanto in modo rimarchevole, con uno dei dittatori considerati più imprevedibili, instabili e pericolosi del mondo. Il tutto, dopo essersi scambiati pesantissime accuse e veri e propri insulti in maniera diretta. Questo accordo storico gli è valso la nomina di candidato al premio Nobel per la Pace, arrivata prima da due politici norvegesi e poi ufficialmente da 18 Repubblicani della Camera USA.

La sua posizione lo rende il vincitore più probabile del premio – anche se ha recentemente affermato di preferire la pace al premio per la Pace – sia per la portata del suo operato, verso una distensione attesa da decenni, così come un incontro sul delicatissimo tema del nucleare, dove si sono finalmente raggiunti i primi risultati, sia perché gli altri candidati non sembrano portare in dote operazioni di una simile importanza. Potrebbe vincerlo in duo con Kim, ma questo pone un problema di fondo: la candidatura deve essere presentata da una categoria quali professori universitari, ex vincitori del premio o membri di un corpo legislativo nazionale (e qui potrebbe trovarla facilmente), ma accettandola si legittimerebbe la sua figura e, in caso di assegnazione effettiva, anche il suo regime. Ecco perché Trump potrebbe essere l’unico vero vincitore del premio.

Trump sembra quindi essere il vero vincitore sulla scena internazionalePutin si trova a rincorrerlo, invitando Kim a Mosca. Ma il nominato russo (anche Putin è in corsa per il Nobel) è arrivato in ritardo. 


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    Alessio Ercoli

    Laureando in Scienze politiche e delle relazioni internazionali all'Università della Valle d'Aosta, studente Erasmus+ presso l'Universitat de Barcelona (2015). Specializzato in analisi politica e geopolitica, appassionato di sistemi di partito e campagne elettorali. Ma anche attivista politico e campaign strategist.

Data di pubblicazione 15 giugno 2018

Categorie Attualità
Tag Trump Kim Jong Un Nobel Pace Corea del Nord Putin

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