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Il ritorno della Guerra Fredda?

Venerdì 19 ottobre, Il presidente Trump ha annunciato l’intenzione di recedere dal Trattato INF, l’accordo che nel dicembre 1987 aveva posto fine alla crisi degli Euromissili. Martedì 22 ottobre, John Bolton (National Security Advisor) in occasione della sua visita a Mosca, ha comunicato all’amministrazione russa la decisione di denunciare il trattato, anche se servirà attendere 6 mesi da una denuncia formale prima che l'uscita possa considerarsi effettiva. [1]

La motivazione ufficiale è che la Russia abbia violato ripetutamente il Trattato INF e, che la situazione, nonostante le obiezioni degli USA (e dei loro alleati) e le frequenti richieste di chiarimenti e maggiore trasparenza degli ultimi 4 anni, non sia più ricomponibile.

Il Trattato

L’8 dicembre 1987, al termine di negoziati condotti in modo intermittente nel corso dei sei anni precedenti, Stati Uniti e Unione Sovietica firmarono l’Intermediate-Range Nuclear Force Treaty. I due paesi decisero in questo modo di smantellare tutti i missili cruise lanciati da terra (GLCM - Ground Launched Cruise Missile) e i missili balistici in loro possesso con una gittata compresa tra i 500 e i 5500 km, oltre che i relativi lanciatori. Non solo, pur consentendo programmi di ricerca e sviluppo, il trattato proibisce la sperimentazione di queste categorie di missili. L’accordo copre sia missili convenzionali che quelli dotati di carica nucleare ma non quelli basati su navi o sottomarini.

Una novità assoluta nella storia della riduzione degli armamenti fu, che per la prima volta, le due superpotenze decisero per lo smantellamento di determinati sistemi d’arma, invece che per una limitazione del loro numero o del loro sviluppo futuro. Un secondo elemento innovativo è stato il severo regime di ispezioni reciproche al quale Gorbachev ha acconsentito di aderire e che ha permesso l'effettivo smantellamento di ben 2692 missili, più significativamente di alcune delle armi più pericolose presenti negli arsenali americani e sovietici.

Appunto per la loro breve gittata, questi missili comportavano un intervallo minimo tra lancio e arrivo sul bersaglio di circa 6 minuti e, praticamente, azzeravano il tempo a disposizione dei comandi militari per evitare la mutua distruzione causata dalla risposta “automatica” nel caso di una falsa segnalazione di un lancio avversario.

Il Trattato INF inaugura così un periodo di maggiore cooperazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica/Federazione Russa, che porta alla conclusione dei trattati START I-II e, in generale, ad un migliore rapporto tra i due paesi e all'abbassamento della tensione nel teatro europeo.

Cosa è successo

Il clima di collaborazione inizia a guastarsi intorno alla metà degli anni 2000, quando, sotto Putin, la Federazione Russa intraprende un programma di aggiornamento delle forze armate. Nel febbraio 2007, Il presidente russo annuncia che il trattato non serve più gli interessi della Russia e, secondo l’intelligence statunitense, a partire dal 2008, la Russia inizia a testare dei missili cruise proibiti dal Trattato (Novator 9M729 o SSC-8 per la NATO). 

Nel 2011, a conclusione delle indagini, arriva la conferma che i test fossero una violazione del Trattato ma l’amministrazione Obama rende pubblica la notizia solo nel 2014, quando, con una lettera indirizzata al presidente Putin, Obama comunica al leader russo la sua disponibilità per negoziati ad alto livello finalizzati alla conservazione del trattato e alla risoluzione della violazione russa. [2]

Da allora, il Dipartimento di Stato ha segnalato annualmente l'inadempienza russa ma i tentativi diplomatici e gli incontri della Special Verification Commission, l'organo per la soluzione delle possibili violazioni, non hanno dato alcun risultato. Nonostante le prove fornite, compresi i nomi delle persone e delle aziende coinvolte nei test proibiti, la Russia ha sempre negato qualsiasi violazione e, a partire dall’inverno 2017, ha schierato in servizio attivo i missili in questione. [3]

Perché Trump sbaglia?

Appurato ormai che la Russia abbia violato il trattato, una parte degli esperti ritiene che una denuncia da parte americana non sia nell'interesse degli Stati Uniti. Infatti, è da un decennio che i russi cercano un modo per liberarsi definitivamente dai vincoli del Trattato. Dunque, una tale mossa americana fornirebbe l’occasione su un piatto d’argento, facendo, tra l’altro, ricadere la colpa del fallimento dell’accordo sugli Stati Uniti.

La perdita di efficacia del Trattato, inoltre, eliminerebbe in maniera completa anche i rimanenti vincoli sulla produzione e lo schieramento di questi missili, aumentando la minaccia sui paesi europei. Ciò rischierebbe di seminare ulteriore discordia tra gli Stati Uniti e gli alleati sul continente, poiché gli Americani sarebbero i responsabili per questa nuova situazione di pericolo. Già nel dicembre 2017, la NATO aveva espresso il proprio totale sostegno al Trattato INF, visto come fattore determinante nel mantenimento della stabilità strategica in Europa. [4]

Una richiesta americana di dispiegare dei sistemi d’arma precedentemente proibiti in risposta ai missili russi, sarebbe molto difficilmente approvata dai paesi europei e fornirebbe un ulteriore assist a Putin -che potrebbe credibilmente sostenere come le (false) accuse di non aver rispettato il trattato rivolte alla Russia fossero, in realtà, mirate fin dall’inizio a far fallire l’accordo per consentire lo schieramento dei missili americani.  [5]

Altri esperti si preoccupano per le conseguenze di lungo periodo sul mantenimento di quell’equilibrio che era sopravvissuto anche nei momenti più tesi della Guerra Fredda. In particolare, ricordano come, nel 2002, a seguito della scelta statunitense di abbandonare l’Anti-Ballistic Missile Treaty per proseguire nello sviluppo della difesa antimissile, la Russia abbia concentrato la propria ricerca su nuove armi offensive, presentate con tanta enfasi da Putin lo scorso marzo. Assestare un ulteriore colpo al già fragile equilibrio tra USA e Russia potrebbe significare l’inizio di una nuova corsa agli armamenti, con tutti i rischi che ciò determinerebbe. [5]

Perché Trump ha ragione?

Un primo motivo a sostegno della decisione del Presidente Trump è che uscire dal Trattato permetterebbe agli Stati Uniti di sviluppare una tecnologia missilistica in risposta a quella russa e di ricostruire una mutua deterrenza, ad oggi assente, nel teatro europeo. Inoltre, significherebbe contrastare la tattica di Putin di adottare comportamenti proibiti da un trattato per rinegoziare i termini dello stesso, o negoziarne uno nuovo - come era apparso questa estate nel summit di Helsinki. [6]

La risposta della Commissione Europea, che ha affermato che “il mondo non ha bisogno di una nuova corsa alle armi […] che causerebbe ulteriore instabilità” [7] segnala che le istituzioni europee sembrano non aver compreso come l’instabilità sia già presente e sia dovuta alla corsa alle armi iniziata alcuni anni fa e condotta in modo pressoché unilaterale dalla Russia. Una risposta americana non sarebbe altro che una mossa logica verso il ristabilimento degli equilibri di forza e, seppur in maniera perversa (più armi per essere più sicuri), andrebbe a garantire maggiore protezione agli stati europei.

Una spiegazione che va oltre l’orizzonte geografico europeo è quella che sostiene che gli USA devono uscire dal trattato per rispondere alla minaccia proveniente da altri paesi, come Iran, Corea del Nord e soprattutto Cina. Il Trattato INF impegna, infatti, USA e Russia a livello globale, non solo europeo; questi paesi, non facendone parte, negli ultimi anni hanno potuto sviluppare e schierare tutta una serie di armi che minacciano gli interessi degli Stati Uniti. 

In particolare, la Cina ha collocato batterie missilistiche sulle proprie coste in modo da tenere sotto scacco le basi e le unità navali americane nel Pacifico. Per gli Usa, affrontare la difficile situazione nel Mar Cinese Meridionale, partendo con le mani legate da un trattato nel quale sono l’unica parte che lo rispetta, ha poco senso strategico e potrebbe essere una motivazione molto importante nella decisione di uscire dal Trattato. 

In questo senso, gli USA potrebbero permettersi di abbandonare la speranza di ricucire i rapporti con la Russia e di ri-orientare la propria attenzione strategica da una superpotenza aggressiva, ma in declino demografico ed economico, ad una superpotenza pacifica ma in rapida ascesa.

Cosa potrebbe succedere?

Se è vero che il mondo è sempre meno unipolare e gli Stati Uniti non possono permettersi di agire unilateralmente come nel passato, importanti segnali predittivi possono essere colti dalle reazioni degli alleati.

È significativo il generale supporto espresso dai alcuni alleati chiave, in particolare la Gran Bretagna. La risposta del Defense Secretary, Gavin Williamson, è stata infatti che è la Russia a farsi scherno del trattato e che il Regno Unito è determinato, al fianco degli Stati Uniti, nel mandare un chiaro messaggio alla Russia. [8] Dello stesso tono sono le risposte dei paesi dell’Europa Orientale, preoccupati ormai da diversi mesi per i nuovi missili russi. 

La NATO, che già il 2 ottobre sottolineava come tutti i paesi membri concordavano nella violazione russa e chiedeva una risposta trasparente alla Russia, tramite il Segretario Generale Jens Stoltenberg, il 24 ottobre ha comunicato che, sebbene stia ancora valutando le conseguenze dell’annuncio di Trump, ritiene che in conseguenza della violazione russa, il trattato non possa più considerarsi effettivo.  [9]

La Germania è stata l’unico paese a smarcarsi nettamente dalla posizione americana, ricordando di essere contraria ad ogni decisione che indebolisce uno strumento che serve gli interessi europei.  [10]

L’uscita americana dal Trattato ed un loro coinvolgimento più attivo nel teatro europeo andrebbe, inoltre, nella direzione di un rafforzamento dei rapporti transatlantici in funzione anti-russa, in particolare con i paesi dell’est. Le relazioni con gli USA, messe a dura prova dai primi mesi della presidenza Trump, subirebbero così un netto miglioramento.

Considerazioni di politica interna, infine, potrebbero spingere il presidente a confermare la linea dura contro Mosca. Le elezioni di mid-term (ma anche il cosiddetto Russiagate) suggeriscono che una posizione di maggiore opposizione alla Russia potrebbe portare dei vantaggi elettorali, convincendo sia quei repubblicani tiepidi verso Trump per la sua vicinanza a Putin sia gli indipendenti/tendenti democratici che potrebbero vedere scomparire un ostacolo verso un voto per il partito repubblicano.

Non tutto è perduto

Ci sono, tuttavia, degli elementi che tengono in vita la speranza di ricomporre la frattura. Infatti, se si è imparato qualcosa dalla conduzione dei negoziati durante questa presidenza è che Trump tende prima ad alzare la posta in gioco, anche a costo di pregiudicare lo status quo (sfavorevole al suo paese e negoziato dai suoi predecessori “incapaci”), per poi negoziare un nuovo accordo a condizioni più favorevoli e celebrarlo come un successo personale. Il “pessimo e orribile” NAFTA è stato così sostituto da un “tremendous” USMCA e la promessa di scatenare “fire and fury” contro la Corea del Nord è diventata una dichiarazione di amore nei confronti di Kim Jong-Un. 

Se quindi nel breve periodo è probabile che il presidente Trump perseveri nella linea dura contro la Russia, anche a costo di uscire effettivamente dal Trattato e di innalzare il livello di tensione tra Stati Uniti e Russia, è possibile, se non addirittura probabile, che nel corso dei prossimi due anni il Trattato INF venga sostituito da un nuovo strumento che limiti o regoli gli arsenali americani e russi in modo simile, se non più restrittivo, di quello attualmente in vigore. 

Bisognerà, quindi, prestare attenzione alla diplomazia personale del presidente Trump e ai prossimi incontri con il presidente Putin, il primo dei quali dovrebbe svolgersi il mese prossimo a Parigi in occasione del centenario della fine della Prima Guerra Mondiale.


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    Leonardo Aldeghi

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