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Tractatus iuris philosophiae: il fascino della semplicità e il moderno orientamento giurisprudenziale

O voi lettori, non fatevi trarre in inganno dalla solennità del titolo: la penna - o per meglio dire, il tasto - è quella del filosofo, ma la trattazione, il dubio e la curiosità son quelli dello scienziato; non è dunque mio proposito noiarvi. Ma se dovessi riuscirci, crediate che non lo si è fatto apposta. 

Orbene, di che vi voglio parlare? Non di meno che di un tema che risulta essere congeniale all'internazionalità dell'associazione: i diritti umani. Cosa sono? Quando nacquero? Cosa tutelano?

L'indagine storica ha rintracciato quello che - tra mille e più virgolette - potrebbe essere definito l'embrione della giurisprudenza del moderno Stato di diritto: si tratta del "Cilindro di Ciro" [1], un cilindro inciso in accadico cuneiforme, interrato a Babilonia all'indomani della conquista della stessa da parte di Ciro II di Persia (539 a.C.), in virtù di una tradizione mesopotamica, secondo la quale il sovrano novizio si sarebbe dovuto prodigare in dichiarazioni liberali nei confronti del popolo.

Filosoficamente, o umanamente, potremmo considerare antesignano delle garanzie umanitarie lo stesso Gesù Cristo: se il contenuto dei vangeli canonici corrisponde a verità, egli andava predicando - seppur in chiave escatologica e non razionale - un messaggio di pace e di non violenza, giacché gli empi e i benefattori sarebbero stati giudicati soltanto in ultima istanza da Dio Padre e a loro, rispettivamente, sarebbe stato comminato l'Inferno o - per dirla con un lessico più attuale - una "giusta giustizia". Il referente messianico appare chiaro: gli uomini non debbono adoperare la violenza ma comportarsi con rettitudine, poiché la rabbia può dare adito ad un simulacro di giustizia contingente, non contemplato - in teoria - dal mondo cristiano e destinato ad essere giudicato fatalmente in dì indeterminato. 

Per quanto vi possa essere una sottile continuità tra il presunto pensiero del Cristo e la postmodernità, sarebbe improprio asserire che questa continuità sia sufficiente a spiegare un'evoluzione lineare e progressiva dei diritti umani sin dai tempi in cui il Messia vagava per la Palestina - soprattutto per la mancanza di ufficialità dei testi evangelici. 

Pertanto, per reperire una fonte ufficiale e acclarata di chiaro passaggio - almeno in apparenza - alla cultura dei diritti umani, è necessario avanzare di diciotto secoli e fare tappa alla inflazionatissima Rivoluzione francese - avvenuta nel milesettecentottantanove, per non dimenticare una data che, nel bene e nel male, rimane un importantissimo spartiacque nella storia dell'umanità. 

All'indomani della presa della Bastiglia, fu emanata la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e del cittadino: essa istituiva un regime di uguaglianza sostanziale tra i cittadini, soppiantando la subalternità della sudditanza propria dello Stato assoluto.

Trascurando la repentina involuzione con la proclamazione della Repubblica democratica giacobina, è giusto inserire qualche considerazione relativa al periodo nel quale la Rivoluzione si compì. Era il tempo del razionalismo, dell'illuminismo, del giurisdizionalismo, del liberalismo: un tempo che, non raramente, è assurto a modello - per ciò che concerne gli ideali - di civiltà per una più efficace implementazione negli ordinamenti statuali dei diritti umani, la cui applicazione è ritenuta essere sempre imperfetta.

Tuttavia, nella pratica, mai viene rammentato che il sostrato di quella cultura fosse estremamente razzistico e gerarchico. Se di Voltaire si è soliti celebrare l'allocuzione "Non sono d'accordo con le tue idee, ma morirei affinché tu le possa esprimere", non si ricorda con altrettanto piacere questa sua proposizione:"Il brasiliano è un animale che non ha ancora raggiunto la maturazione della propria specie" [2]. John Stuart Mill, nel saggio Sulla libertà, scriveva:"Su sé stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l'individuo è sovrano. E' forse superfluo aggiungere che questa dottrina vale solo per esseri umani nella pienezza delle loro facoltà. Non stiamo parlando di bambini o di giovani che sono per legge ancora minori d'età [...]. Per la stessa ragione, possiamo tralasciare quelle società arretrate in cui la razza stessa può essere considerata minorenne [...]. Il dispotismo è una forma legittima di governo quando si ha a che fare con barbari, purché il fine sia il loro progresso e i mezzi vengano giustificati dal suo reale conseguimento" [2].

Se, di primo acchito, queste frasi possono sembrar noi oscene e antitetiche all'ideologia liberale-egualitaria, in un secondo momento, riflettendoci, non risultano essere poi così discordi sul piano concettuale con il liberalismo puro, quello che retoricamente potrebbe essere definito "legge della giungla". In origine, i diritti individuali erano appannaggio della razza bianca. In buone sostanza, l'etica liberale spuria potrebbe essere riassunta così: io, bianco, sono superiore e pertanto godo, sin dalla nascita, di diritti inalienabili; tu, non bianco, sei inferiore, dunque potrai godere di diritti inalienabili se ti evolverai e raggiungerai il mio livello, di uomo bianco. 

Per capire come questa fosse l'essenza reale della cultura liberale, basti osservare la storia della patria del liberalismo per eccellenza, gli Stati Uniti d'America. George Washington, firmatario della Dichiarazione d'Indipendenza e il cui cognome inaugurò la nuova capitale, possedeva più di trecento schiavi [3]. La segregazione razziale fu attiva negli Stati Uniti sino al millenovecentosessantacinque. 

Un autentico apporto migliorativo al tema dei diritti umani è stato sospinto, nel corso del Novecento, dall'Occidente europeo, sconvolto in prima persona dalla Seconda Guerra mondiale.

Prima tappa del percorso ascetico dell'ideale dei diritti umani, in epoca moderna, è senza dubbio il processo di Norimberga. I gerarchi nazisti furono ritenuti responsabili dalle controparti - le quali, ancorché vincitrici, non avevano le coscienze monde più degli imputati - non solo di crimini di guerra, ma altresì di crimini contro l'umanità. Il concetto elaborato, al fine di scagliare questa accusa, fu quello di "dignità umana".

Cos'è questa dignità umana? Mi sembra opportuno fornire una spiegazione a riguardo, anzitutto per arricchire la conoscenza di voi, lettori, e poi per favorire la comprensione di un concetto che intuitivamente potrebbe risultare non semplice da comprendere.

La dignità umana è una condizione ancestrale di purezza che, secondo gli ideologi e i detrattori del concetto siffatto, appartiene a ogni essere umano esistente sulla Tera e non può mai essergli sottratta. Se volessimo spiegarla con una metafora, potremmo dire che la dignità umana corrisponde ad una "cicatrice interiore", a un organo aggiunto, immanente e imprescindibile all'esistenza. E' come il cuore, soltanto che essa non si sobbarca la responsabilità di tenere in vita l'essere umano,ma di preservare in lui una fetta di ibridismo che lo esula da qualsiasi valutazione di carattere perpetuo o di violenta assertività. In pratica: in virtù dell'esistenza della dignità umana, ogni giudizio espresso nei confronti di un essere umano - ovviamente, di connotazione negativa - deve essere sempre pronto ad essere riveduto in conformità alla sua "umanità di fondo".

Cerco di spiegarmi ancora meglio: è ormai da anni, specialmente a livello internazionale, che si opina sulla legittimità dell'ergastolo nei moderni apparati statali democratici. Perché l'ergastolo non dovrebbe essere legittimo? Per il semplice fatto che la sua perpetuità allude ad un giudizio perentorio sulla condotta di una persona, entrando in rotta di collisione con il postulato della dignità umana.

Veniamo ora al bandolo della matassa, per completare la cinghia di trasmissione con uno degli elementi del titolo: il fascino della semplicità. come si può facilmente desumere, la dignità umana, in quanto indice d'un cambiamento epocale, non è stata teorizzata e non è attualmente sostenuta e invocata dalla massa zelante, ma da una minoranza attiva. Pare a questo punto lecito chiedersi cosa pensi la massa zelante di un concetto che permea oggigiorno la cultura giuridica. visto il crescente sostegno elettorale, non solo in Italia ma in tutta Europa, ai cosiddetti "partiti populisti", i quali prevedono nella loro agenda politica un irrigidimento penale generale - particolarmente in tema immigrazione - in virtù d'un recupero del potere d'imperio nazionale, sembra che il popolo non apprezzi chi si dimostra troppo indulgente anche nei confronti di chi commette i crimini più efferati.

E' bene altresì aggiungere una cosa, per meglio comprendere la reticenza popolare nell'accogliere questo concetto: si presta poco, paradossalmente, ad un valore cardine delle nostre attuali società, la democraticità. "It may well suffice that the victim is humiliated in his own eyes, even if not in the eyes of the others" [4], pronunziò il giudice convenzionale nella sentenza Tyrer vs. Regno Unito (millenovecentosettantotto) della Corte di Strasburgo, oltre ad aggiungere che nemmeno la società espressasi tramite referendum avrebbe potuto condannare un uomo ad una pena ritenuta inumana e degradante.

Sono affermazioni che lasciano trasparire, apparentemente, una particolare tendenza: non più quella di amministrare la giustizia in nome del popolo - come recita l'art.centouno Cost. - ma in nome della dignità umana dell'individuo.

Giunti a questo punto, occorre domandarsi quale sarà il destino degli umani diritti: scomparire, darsi alla macchia, o assurgere definitivamente a emblema di una civica convivenza?

Spero di non avervi noiato; in tal caso, me ne ravedo.


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    Edoardo Pozzato

    Boschivo. 

Data di pubblicazione 22 luglio 2018

Tag ditritti umani filosofia dignità umana Diritto

Note


Nota n°1
BBC History, N°83, marzo duemiladiciotto


Nota n°2
Il Primato Nazionale, anno II - numero 9, primo giugno duemiladiciotto


Nota n°3
L'inganno antirazzista, Stelio Fergola, Passaggio al bosco


Nota n°4
Ergastolani senza scampo, Andrea Pugiotto, Editoriale scientifica


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