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The People vs. Belarus - parte II

A cura di Matteo Gabutti e Michela Rivellino


In questo secondo articolo continuiamo l’analisi delle responsabilità internazionali della Bielorussia per la crisi migratoria ai confini orientali dell’UE. Esamineremo così altri princìpi cardine del diritto internazionale, ovvero quelli di sovranità e non-intervento, per poi considerare le norme relative all’introduzione illegale di migranti e alcuni trattati bilaterali tra la Russia Bianca e i Paesi limitrofi.



Sovranità e non-intervento

Quello di sovranità è un principio omnicomprensivo incentrato su tre diritti fondamentali – sovranità territoriale, indipendenza dei poteri statali, uguaglianza degli Stati sul piano internazionale –, ma è anche riflesso in alcune norme più specifiche, incluse quelle del principio di non-intervento. Quest’ultimo sarebbe una sorta di corollario di quello di sovranità, le cui espressioni più autorevoli appaiono nella Risoluzione 2625 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e nella sentenza della Corte Internazionale di Giustizia nel caso Nicaragua c. Stati Uniti del 1986. In tale sentenza è specificato come il principio di non-intervento si applichi solo in relazioni interstatali in presenza di due elementi: l’oggetto dell’intervento e l’utilizzo di metodi di coercizione. Il primo coincide con questioni su cui ogni Stato può decidere autonomamente in virtù del principio di sovranità; il secondo, che pur rappresenta l’elemento distintivo del principio, non ha una definizione universalmente riconosciuta nel diritto internazionale, fatta eccezione per i contesti chiaramente coercitivi in cui si ricorra all’uso della forza.

Nel nostro caso pare evidente che la Bielorussia abbia infranto la sovranità degli altri tre Stati coinvolti; in particolare, Minsk avrebbe violato la loro integrità territoriale, in luce dei danni materiali causati alla frontiera con l’UE – come evidenziato nel primo articolo –, e la loro indipendenza nell’esercizio dei poteri statali. Infatti, nonostante uno Stato sia tenuto ad accogliere persone entro i propri confini, come i richiedenti asilo, tale obbligo non gli impone di aprire le proprie porte in maniera incontrollata e indiscriminata. In tal senso, gli sforzi della Bielorussia nel facilitare l’entrata clandestina di migranti nell’UE interferiscono apertamente con la funzione governativa dei suoi vicini di regolare l’accesso ai propri territori.

Inoltre, poiché le azioni violente attribuibili alla Bielorussia sulla frontiera polacca costituiscono un uso della forza, esse rappresentano indubbiamente dei metodi di coercizione. Pertanto, la Russia Bianca è anche in violazione del principio di non-intervento nei confronti della Polonia.



Traffico di esseri umani e introduzione illegale di migranti

Una delle più significative responsabilità attribuibili alla Bielorussia fa riferimento alla “strumentalizzazione dei migranti” per finalità politiche. Su questa base, il Consiglio dell’UE ha imposto una serie di misure restrittive nei confronti di tutte le persone ed entità che hanno facilitato l’attraversamento illegale delle frontiere da parte dei migranti, promuovendo il traffico o la tratta di esseri umani verso i territori dell’Unione. L’accusa ha coinvolto membri del ramo giudiziario e alti funzionari politici bielorussi, nonché organi di propaganda e società, per un totale di 183 persone e 26 entità sanzionate.

Per ciò che concerne il diritto internazionale, la Bielorussia è firmataria di una serie di convenzioni che le impongono numerosi obblighi legali, tra cui alcuni fondamentali relativi al trattamento dei rifugiati. In quanto firmataria della Convenzione sui Rifugiati (1951) e dei relativi Protocolli (1967), la Bielorussia non può espellere o respingere migranti dal proprio territorio se non per ragioni di sicurezza nazionale e previa procedura prevista dalla legge (art. 32). Premessa la legittimità della presenza dei migranti nel territorio bielorusso, il regime di Lukašenko ha adoperato metodi non convenzionali, incaricando le forze di sicurezza di espellere i rifugiati che si trovavano nel Paese. La Bielorussia ha inoltre aderito alla Convenzione delle Nazione Unite contro la Criminalità Organizzata Transnazionale (2000), inclusi i Protocolli addizionali, tra cui quello finalizzato a prevenire, reprimere e punire la tratta delle persone, in particolare donne e bambini. Nonostante la sua adesione, il leader bielorusso sembra contravvenire gravemente agli stessi princìpi dettati dall’art. 2 del suddetto Protocollo. Gli eventi verificatisi all’interno del territorio bielorusso, infatti, configurerebbero un’effettiva tratta di persone, ossia il trasferimento di individui tramite l’impiego di frode, inganno e abuso di potere a scopo di sfruttamento, così come espresso dall’art. 3 del Protocollo. Emblematici i vari casi di estorsione testimoniati dai migranti, ai quali vengono richieste ingenti somme di denaro per esser liberati e rimpatriati e, in caso di mancato pagamento, sono costretti con la forza ad accedere in Polonia.



Accordi bilaterali

Tra le responsabilità internazionali della Bielorussia non possiamo escludere gli accordi bilaterali del Paese con i suoi vicini.

In particolare, negli anni ’90 la Russia Bianca concluse trattati di buon vicinato e cooperazione con Lituania e Polonia. L’art. 1 di entrambi gli accordi impegna gli Stati firmatari a osservare princìpi del diritto internazionale già analizzati in questi due articoli in uno spirito di rispetto reciproco e collaborazione. Questi ultimi due termini generici rappresentano una sorta di obiettivo complessivo, una chiave interpretativa per applicare le misure dei trattati. In tal senso, è arduo riconciliare con lo scopo degli accordi bilaterali l’incoraggiamento e il sostegno materiale da parte delle autorità bielorusse per l’entrata clandestina dei migranti in Polonia e Lituania. Inoltre, risulta particolarmente evidente che Minsk sia in violazione di tali trattati in riferimento agli art. 24(2) e 21, rispettivamente dell’accordo con la Polonia e di quello con la Lituania, i quali impongono ai Paesi di collaborare nella lotta all’immigrazione illegale.

Nonostante un simile trattato non esista tra Bielorussia e Lettonia, tuttavia, nel 1993 i due Paesi firmarono un accordo per regolare il passaggio dal territorio dell’uno a quello dell’altro attraverso dei posti di controllo alla frontiera. Come richiesto dall’art. 6, tutte le eccezioni devono essere previamente autorizzate. Pertanto, poiché le forze bielorusse non solo non hanno chiesto alcuna autorizzazione alla Lettonia, ma hanno invece facilitato l’entrata incontrollata di migranti nel Paese, la Russia Bianca sta violando anche questo accordo.



Conclusioni

Immaginiamo di rappresentare le violazioni della Bielorussia nei confronti di ciascuno dei suoi vicini come una piramide. La base di tale piramide è rappresentata dal principio più facilmente trasgredibile, quello di sovranità, che Minsk ha infranto per tutti e tre gli Stati coinvolti nella crisi. Il piano successivo della piramide è costituito invece dal più stretto principio di non-intervento, il quale richiede la presenza di un particolare elemento: la coercizione. Solo la piramide in relazione alla Polonia raggiunge questo livello, e anzi lo supera. Infatti, avanzando ulteriormente si giunge al gradone dell’uso della forza, a cui agenti bielorussi sono ricorsi contro lo Stato polacco. Infine, come sommità dell’edificio vi sarebbe un vero e proprio attacco armato, tuttavia, come constatato nel precedente articolo, neanche la piramide polacca vi arriva.

A queste violazioni si aggiungono quelle relative al trasferimento illegale di migranti e agli accordi bilaterali della Bielorussia con i suoi tre vicini.

Nel prossimo e ultimo articolo sull’argomento concluderemo la nostra analisi nel vasto reame dei diritti umani.


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Bielorussia Polonia Lituania Lettonia Unione Europea Migranti crisi umanitaria diritto internazionale Uso della forza Sovranità non-intervento tratta di esseri umani Lukashenko trattati bilaterali sanzioni responsabilità legali

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