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The People vs. Belarus - parte I

A partire da giugno 2021, un numero crescente di migranti ha tentato di varcare i confini di Lettonia, Lituania e Polonia a partire dalla vicina Bielorussia. Alla luce delle prove che hanno mostrato il ruolo chiave svolto da quest’ultima in quella che è diventata un’autentica crisi umanitaria, i tre paesi direttamente coinvolti e le istituzioni europee hanno accusato il governo di Alexander Lukashenko di aver strumentalizzato i migranti per ragioni politiche. Più specificatamente, l'accusa concerne l’incoraggiamento di migliaia di persone provenienti dal Medio Oriente a utilizzare la Bielorussia come ponte verso l’UE, per spingere quest’ultima a rimuovere le sanzioni precedentemente imposte sull’élite politica di Minsk. In questo e nei prossimi due articoli, tuttavia, questioni di carattere politico cederanno il posto a considerazioni legali, nell’analisi delle responsabilità della Bielorussia di fronte al diritto internazionale per la crisi migratoria ai propri confini. In particolare, in questa prima parte, analizzeremo se gli atti di cui la Russia Bianca è stata accusata le siano effettivamente attribuibili, per poi concentrarci sulle violazioni riguardanti l’uso della forza e il diritto dei conflitti armati.

Attribuzione di un comportamento allo Stato

Il punto di riferimento per determinare se un atto sia legalmente attribuibile a uno stato è rappresentato dai cosiddetti draft Articles on State responsibility – ovvero il progetto di articoli sulla responsabilità dello Stato – della Commissione del Diritto Internazionale. Tali articoli, infatti, pur non essendo formalmente vincolanti alla pari di un trattato, godono di notevoli influenza e autorità presso la comunità internazionale, e vengono spesso citati da corti internazionali, regionali e nazionali.

Seguendo lo schema del Capitolo II di tale progetto, nell’affrontare la questione dell'attribuzione occorre distinguere le azioni compiute dalle autorità bielorusse da quelle compiute dai migranti. Da un punto di vista legale, infatti, solo le prime sono chiaramente attribuibili alla Russia Bianca, in qualità di comportamenti di organi statali, secondo quanto previsto dall’art. 4 dei draft Articles, che definisce un organo come “qualsiasi persona o ente che rivesta tale posizione secondo il diritto interno dello Stato.”

D’altro canto, i migranti non possono rientrare in questa definizione. Pertanto, per attribuire le loro azioni alla Bielorussia occorrerebbe dimostrare che essi agiscano “su istruzione, sotto la direzione o il controllo di quello Stato,” come indicato dall’art. 8. Una tale soglia, tuttavia, non è raggiunta laddove ci si trovi in una situazione di generale dipendenza e supporto, come la stessa Commissione del Diritto Internazionale ha specificato nei commentari ai propri draft Articles. L’assistenza fornita dal governo di Minsk ai migranti, dunque, difficilmente rientra nei requisiti dell’art. 8, anche perché è presumibile che i migranti non abbiano bisogno che sia la Bielorussia a dir loro di sconfinare nell’UE. Perciò, la Russia Bianca non è responsabile per le azioni compiute dai migranti, ma solo per quelle dei propri organi.

Uso della forza

Un’altra distinzione che occorre operare è quella tra uso diretto ed indiretto della forza, utile nel determinare se la Bielorussia abbia violato i propri obblighi internazionali in tal proposito. In particolare, è necessario considerare la proibizione della minaccia o dell’uso della forza espressa dall’art. 2(4) dello Statuto delle Nazioni Unite.

Numerose prove hanno dimostrato come agenti bielorussi non solo siano entrati nell’UE senza autorizzazione, ma abbiano anche occasionalmente distrutto porzioni delle barriere poste sul confine polacco e disturbato le guardie di frontiera con flash e laser, impedendo loro di esercitare il proprio dovere. Questi ultimi incidenti, per quanto possano non sembrare atti violenti se considerati individualmente, insieme costituiscono un deliberato tentativo di forzare e facilitare l’entrata non autorizzata di migranti in Polonia. Pertanto, tali atti, che sono direttamente attribuibili alla Bielorussia, violano la proibizione dell’uso della forza.

D’altra parte, riguardo all’uso indiretto della forza, il governo Lukashenko è stato accusato, con cognizione di causa, di aver fornito ai migranti informazioni e strumenti per distruggere le recinzioni di filo spinato sulla frontiera polacca e neutralizzare le guardie presenti sul posto. In tal senso, la Bielorussia sta infrangendo anche indirettamente il principio di non uso della forza.

Ciononostante, è improbabile che tali violazioni ammontino a un attacco armato, il quale, secondo quanto previsto dall’art. 51 dello Statuto delle NU, permetterebbe alla Polonia di esercitare il diritto di autodifesa. Un attacco armato, infatti, richiede che venga superata una certa soglia in termini di portata ed effetti, e difficilmente si addice a descrivere le azioni attribuibili al governo bielorusso. Inoltre, il fatto che il Consiglio Europeo, membri del Consiglio di sicurezza delle NU, e il Consiglio della NATO abbiano descritto la situazione con espressioni come “attacco ibrido” o “azioni ibride” è stato generalmente interpretato come una scelta deliberata di evitare di parlare di attacco armato, per non dare adito alla Polonia di invocare il diritto a difendersi con la forza.

Siamo di fronte ad un conflitto armato?

L’uso diretto e indiretto della forza da parte della Bielorussia potrebbe far sorgere il dubbio che ci si trovi di fronte a un conflitto armato tra Minsk e i suoi tre vicini, ai sensi dell’art. 2 delle Convenzioni di Ginevra del 1949. Se così fosse, tra gli obblighi legali del governo bielorusso rientrerebbero anche quelli imposti dal diritto umanitario internazionale, che entrano in gioco proprio in caso di conflitto.

Tuttavia, gli atti di violenza ascrivibili ad agenti bielorussi sono stati indirizzati prevalentemente contro degli oggetti, e non vi sono stati scontri tra il personale delle diverse nazioni coinvolte nella crisi. Pertanto, appare prematuro parlare di conflitto armato e, di conseguenza, il governo di Minsk non starebbe violando alcuna norma del cosiddetto ius in bello – un altro modo di riferirsi al diritto internazionale umanitario o bellico – proprio perché queste non sussistono in assenza di conflitto.

Conclusioni

In conclusione, la Bielorussia appare essere responsabile solo delle azioni compiute dai propri organi statali, e non di quelle imputabili ai migranti. Agenti bielorussi hanno violato la proibizione dell’uso della forza prescritta dall’art. 2(4) dello Statuto delle NU, alla luce delle violenze, dirette e indirette, messe in atto ai danni della Polonia. Queste ultime, tuttavia, non sono considerabili come un attacco armato e dunque lo Stato polacco non può rispondervi in autodifesa con la forza. Inoltre, nonostante la situazione di emergenza causata dalla crisi migratoria, non sembra esservi finora il rischio sensibile di un potenziale conflitto armato internazionale ai confini orientali dell’UE.

Nel prossimo articolo proseguiremo l’analisi delle responsabilità legali della Bielorussia di fronte alla comunità globale addentrandoci in altri regimi del diritto internazionale. In particolare, esploreremo i princìpi di sovranità e non-intervento, le norme riguardanti il traffico di esseri umani e alcuni trattati bilaterali tra la Russia Bianca e gli altri Stati coinvolti nella crisi.


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  • L'Autore

    Matteo Gabutti

    IT

    Matteo Gabutti è uno studente classe 2000 originario della provincia di Torino. Nel capoluogo piemontese ha frequentato il Liceo classico Massimo D'Azeglio, per poi conseguire anche il diploma di scuola superiore statunitense presso la prestigiosa Phillips Academy di Andover (Massachusetts). Al momento segue il corso di laurea triennale in International Relations and Diplomatic Affairs presso l'Università di Bologna, e all'interno di Mondo Internazionale ricopre il ruolo di autore per l'area tematica Legge e Società. Ragazzo intraprendente e con la volontà costante d’imparare ed ampliare i propri orizzonti, durante i suoi studi ha sviluppato un forte interesse per le relazioni e il diritto internazionali, oltre che per le dinamiche sociopolitiche del mondo contemporaneo, con un’attenzione particolare su Europa e Nord America.

    EN

    Matteo Gabutti is a student born in 2000 in the province of Turin. In the Piedmont capital he has attended Liceo Massimo D'Azeglio, a secondary school specializing in classical studies, after which he also graduated from Phillips Academy Andover (MA), one of the most prestigious high schools in the U.S. He is currently an undergraduate student of International Relations and Diplomatic Affairs at the University of Bologna, and he works with Mondo Internazionale as an author for the thematic area of Law and Society. Resourceful and always willing to learn and broaden his horizons, during his academic career Matteo has developed a strong interest for international relations and international law, as well as for the sociopolitical dynamics of the contemporary world, focusing especially on Europe and North America.

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Dal Mondo Europa Temi Società Agenda 2030 Pace, giustizia e istituzioni solide


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Bielorussia Polonia Lettonia Lituania Unione Europea Migranti crisi umanitaria diritto internazionale Uso della forza conflitto autodifesa Lukashenko responsabilità legali

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