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Tecnologia in guerra - Parte 3: Il mercato degli influencer

All’interno di ogni conflitto bellico coesistono questioni di natura etica, diplomatica e - soprattutto - questioni economiche. Ciò che nessuno avrebbe potuto immaginarsi nei conflitti insorti negli anni passati è che al giorno d’oggi le dinamiche diplomatiche ed economiche ad essi legate sarebbero finite a toccare un settore molto specifico e rappresentativo del mercato digitale contemporaneo: il mercato degli influencer.

La Casa Bianca e la corsa agli influencer

L’8 marzo 2022 si è tenuto un evento decisamente rivoluzionario per la storia del rapporto tra media e diplomazia di guerra: una chiamata Zoom organizzata dal National Security Council e dal segretario stampa della Casa Bianca, Jen Psaki, per aggiornare 30 rilevanti influencers del panorama statunitense su questioni chiave riguardanti la gestione del conflitto da parte degli Stati Uniti.

I trenta partecipanti hanno avuto l’opportunità di ottenere informazioni dirette sulla posizione strategica USA, i piani di sostegno alla popolazione ucraina, la collaborazione con la NATO e i piani riguardanti la risposta ad un eventuale conflitto nucleare.

Gli influencers sono stati selezionati in accordo con la loro rilevanza sulla piattaforma social cinese TikTok, uno dei principali canali di informazione utilizzati dai giovani di tutto il mondo. Infatti, il conflitto russo-ucraino è considerato il primo conflitto in cui la piattaforma mediatica di riferimento è TikTok, come attesta un articolo scritto da Kyle Chayka per il New Yorker ed intitolato - per l’appunto - “Watching the World’s ‘First TikTok War’”.

Il governo statunitense ha compreso il potenziale informativo della piattaforma e ha colto l’occasione per assicurarsi che il suo punto di vista e le sue posizioni fossero riportate in maniera accurata al vastissimo pubblico di utenti che la piattaforma conta (circa 138 milioni su territorio USA nel mese di marzo).

La collaborazione tra influencers americani su TikTok e il governo USA non si è conclusa con l’evento Zoom dell’8 marzo, ma si è sviluppata in un ulteriore rapporto con Gen Z for Change, un’organizzazione nonprofit finalizzata al patrocinio del coinvolgimento della generazione più giovane in attività di sensibilizzazione e informazione riguardo l’azione del governo statunitense in merito al conflitto in Ucraina.

Gen Z for Change si è occupata di contattare dozzine di creatori di contenuti al fine di organizzare un incontro virtuale presieduto da Matt Miller, consigliere speciale per la comunicazione all’interno del National Security Council della White House. Lo stesso presidente Biden ha preso parte all’incontro dove con un intervento ha sottolineato la criticità della posizione dei giovani influencers nel panorama informativo statunitense.

Il blocco di Instagram e Facebook in Russia

Come già discusso in un precedente articolo, i rapporti tra Meta - società proprietaria di Instagram e Facebook - e il governo russo sono diventati progressivamente più tesi con lo svolgersi del conflitto, con il Cremlino che ha apertamente accusato la compagnia media-tech di portare avanti una campagna di disinformazione atta a mettere in cattiva luce la Russia agli occhi della comunità internazionale.

Il progredire di questo attrito è scaturito in un blocco delle piattaforme social gestite da Meta su territorio russo. Questa presa di posizione è stata accolta con estrema preoccupazione dagli influencers ubicati in territorio russo che si sono visti mettere a repentaglio una fonte fondamentale di guadagno e di contatto con il resto del mondo. La risposta iniziale di molti è stata riversarsi sui canali social russi che, però, non hanno nessun tipo di copertura internazionale e sono molto deboli persino sullo stesso territorio russo.

Tuttavia, il governo russo non ha considerato l’esistenza di una delle tecnologie più usate su Internet al giorno d’oggi, la VPN che permette di eludere la geolocalizzazione tramite l’occultamento dell’indirizzo IP e dunque di accedere a qualsiasi sito e piattaforma senza restrizioni geografiche di nessun tipo.

Quello che poteva rappresentare un disastro economico per molti influencers e brand - soprattutto facenti parte dell’industria del lusso - che hanno interessi in territorio russo si è totalmente ridimensionato, sottolineando - peraltro - l’ignoranza digitale del governo russo che pensava di poter esercitare il suo controllo su Internet.

Gli influencers russi contro Chanel

Il settore luxury si è in gran parte schierato dalla parte dell’Ucraina e abbiamo visto numerosi brand di alta moda come LVMH Group, Burberry e Kering chiudere i propri store russi e devolvere una parte dei propri guadagni ad iniziative umanitarie a supporto della popolazione ucraina.

In particolare, uno dei brand di moda più conosciuti e amati - Chanel - è in questi giorni bersaglio dell’ira degli influencers russi simpatizzanti delle politiche del capo di Stato Vladimir Putin. Sui social media circolano numerosi video che ritraggono personaggi mediatici russi che distruggono i propri prodotti Chanel al fine di condannare la presa di posizione “anti-russa” del brand.

Il motivo per cui Chanel in particolare è stato identificato come “russofobo” è la testimonianza di Anna Kalashnikova - cantante, attrice e personaggio pubblico in Russia - che dichiara che uno store del brand ubicato a Dubai, dunque al di fuori del territorio russo, si sarebbe rifiutato di servirla discriminandola per le sue origini. A quanto pare l’acquisto sarebbe stato in seguito permesso a condizione che l’acquirente firmasse un documento che attestasse che il prodotto non sarebbe stato sfoggiato pubblicamente in territorio russo.

Sebbene non ci sia modo di provare l’assoluta veridicità di questo episodio, è indubbia la posizione di Chanel e molti altri brand di lusso riguardo al conflitto e sembrerebbe che, per una volta, gli ideali etici siano anteposti a questioni di guadagno. Ma è davvero così? Per averne conferma bisognerebbe poter confrontare l’entità del danno di immagine subito da questi brand in territorio russo con l’entità del guadagno di immagine derivante dal prendere la posizione delle vittime in un conflitto di cui tutto il mondo è testimone.

Come si può vedere, in due mesi di conflitto sono stati numerosi gli avvenimenti che hanno visto protagonisti influencers e istituzioni in collaborazione o conflitto tra loro. Molto probabilmente dobbiamo aspettarcene altri da qui al termine del conflitto - che ci auspichiamo essere prossimo - e per questo bisogna riconoscere che le piattaforme media-tech e i loro utilizzatori più influenti stanno acquisendo un profilo sempre più ufficiale nella narrazione mediatica e nella divulgazione di informazioni.


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  • L'Autore

    Mariam Ndiaye

Categorie

Temi Tecnologia ed Innovazione


Tag

Influencer war Russia USA luxury information media TikTok Facebook Instagram

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