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Tecnologia in guerra – Parte 2: cryptofunding

La guerra è da sempre una pratica al contempo distruttiva e creativa, che se da un lato ha poche giustificazioni per la sofferenza e la distruzione che provoca, dall’altro sprona al progresso tecnologico per far fronte all’estrema competizione quale è il confronto bellico. La tecnologia è quindi parte integrante della guerra, e oggi che la guerra è tornata più vicina a noi con l’invasione russa dell’Ucraina possiamo vedere un nuovo lato delle ultime frontiere tecnologiche, finora usate in tempo di pace ma facilmente riconvertite per le economie di guerra. In questo articolo, ci focalizziamo sulle criptovalute e sul ruolo centrale che stanno giocando per finanziare lo sforzo bellico ucraino e che potrebbero giocare contro le sanzioni imposte alla Russia.

Le cripto per la Russia: aggirare le sanzioni

Nel mezzo dell’invasione dell’Ucraina e delle conseguenti sanzioni imposte a individui e istituti bancari da USA e UE, molte compagnie e membri dell’élite russa sembrano sempre più interessati al mondo delle criptovalute. Il loro sistema decentralizzato, infatti, le rende in teoria lo strumento ideale per aggirare le sanzioni da parte russa, e i dati in effetti testimoniano un aumento del volume di transazioni in cripto nel territorio russo dall’inizio del conflitto.

Tuttavia, questo potrebbe essere dovuto principalmente alla volontà di legare il proprio denaro ad un asset che non perde valore di giorno in giorno – dal momento che il rublo si è deprezzato del 25% rispetto al dollaro americano dall’inizio dell’invasione. Per gli oligarchi in cerca di un metodo per aggirare le sanzioni, invece, le criptovalute hanno tre grossi problemi.

Innanzitutto, c’è la questione delle infrastrutture: la Russia non possiede grandi centri di scambio o simili infrastrutture legate alla blockchain, in grado di sostenere un aumento del volume di traffico tale da permettere di aggirare le sanzioni. Questo perché il Cremlino, seguendo l’esempio di altri importanti attori internazionali come Cina e India, ha di recente adottato posizioni sempre più severe nei confronti delle cripto, tanto che a gennaio la banca centrale russa si è espressa molto duramente sostenendo che transazioni e mining debbano essere proibiti. E in un clima molto ostile alle cripto, sono chiaramente mancati gli incentivi alla creazione di quelle infrastrutture che avrebbero permesso oggi di convertire quantità significative di ricchezza in valute digitali.

Questo si lega al secondo difetto delle cripto come strumento contro le sanzioni, ovvero il fatto che non si può comprare la maggior parte dei beni di consumo con le criptovalute. L’ipotetico individuo che aggira le sanzioni dovrebbe essere in grado di entrare in contatto con un centro di scambio estero e riconvertire le criptomonete in una qualche valuta fisica, cosa che rende tutto molto più complesso. Se molti centri di scambio avevano inizialmente resistito alle pressioni governative per una maggiore trasparenza, infatti, ad oggi molti sono diventati istituzioni regolamentate, con registri pubblici e politiche che obbligano gli utenti a identificarsi. Le autorità sono quindi in grado di esercitare molta pressione su questi centri, obbligandoli a rispettare le sanzioni tramite il congelamento di profili e asset digitali.

Il terzo e forse principale problema di questo sistema è che utilizzare le cripto ormai non è più privato né anonimo, dal momento che i governi hanno speso molte energie e risorse per essere in grado di associare portafogli digitali anonimi a persone reali e quindi tracciarne le transazioni. Ad oggi questa capacità di tracciamento è stata usata principalmente per combattere la criminalità organizzata, ma nulla vieta alle autorità occidentali di monitorare gli oligarchi russi per assicurarsi che non possano continuare indisturbati le loro attività.

Sembra quindi che le cripto non possano davvero essere usate per aggirare le sanzioni, come le autorità americane ed europee avevano inizialmente temuto, mentre potrebbe essere l’Ucraina a finire per beneficiare di questa tecnologia.

Le cripto per l’Ucraina: crowdfunding militare

Con poco più di sei miliardi di dollari investiti nella difesa contro gli oltre sessanta russi, infatti, Kiev si trova sulla carta in netto svantaggio nei confronti di Mosca. E per finanziare uno sforzo bellico che si è intensificato recentemente ma che va avanti sin dal 2014, le criptovalute sono diventate sempre più importanti come metodo agile e globalizzato di finanziamento. Questo perché le regolamentazioni ancora poco stringenti in materia permettono al governo e alle ONG schierate con Kiev di ricevere finanziamenti in criptomonete minimizzando il rischio che questi fondi vengano congelati o sequestrati dalle autorità russe o internazionali.

Nel solo 2021, 570.000 dollari sotto forma di valute digitali sono arrivati in Ucraina, con una crescita del 900% rispetto all’anno precedente. E il 26 Febbraio 2022 il governo ucraino ha ufficialmente diffuso un portafoglio digitale su cui accetta donazioni in varie criptovalute, per coprire le necessità immediate di difesa e sopravvivenza dopo l’invasione russa, che ha ricevuto ad oggi circa 100 milioni di dollari in asset digitali.

Questa è una rivoluzione forse epocale nel campo dei finanziamenti internazionali agli sforzi bellici. Finora, infatti, far circolare denaro in entrata e in uscita dalle zone di guerra è sempre stato estremamente difficile, con conseguenze negative per le parti svantaggiate così come per la popolazione coinvolta, mentre oggi le cripto permettono di effettuare transazioni internazionali in pochi secondi e in valute sfruttabili indipendentemente dai confini nazionali.

Il governo ucraino ha già speso circa 30 milioni di dollari in beni come giubbotti antiproiettili, occhiali per la visione notturna e medicinali, e un quinto della spesa è stato effettuato direttamente in criptovalute. È quindi chiaro che le cripto stanno avendo un ruolo fondamentale nel più grande conflitto armato in territorio europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, a testimonianza di quanto la tecnologia sia ormai parte integrante delle strategie di guerra anche a livello logistico e finanziario.


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  • L'Autore

    Davide Bertot

    IT

    Davide Bertot, torinese classe 2000, è un ragazzo fortemente interessato alle relazioni internazionali, alla politica e all'attualità. Attualmente studente di laurea triennale in International Relations and Diplomatic Affairs presso l'Università di Bologna, collabora con Mondo Internazionale come Caporedattore per l'area tematica Tecnologia e Innovazione, in particolare in ambito economico, contribuisce come autore e revisore per altre associazioni ed è volontario presso Volt Torino. Ragazzo intraprendente, pragmatico, curioso e sempre pronto ad imparare, spera un giorno di poter lavorare nelle istituzioni europee e dare il suo contributo per il miglioramento della società. Studia e lavora con la politica e l'attualità perché crede nella capacità delle persone di avere un impatto e nella necessità di parlare dei problemi e lavorare insieme per risolverli.

    EN

    Davide Bertot, born in Turin in 2000, is a boy strongly interested in the field of international relations, politics and current affairs. Currently an undergraduate student of International Relations and Diplomatic Affairs at the University of Bologna, he works with Mondo Internazionale as Chief Editor for the section Technology and Innovation, in particular of economic matters, gives his contribution as writer and editor for other associations, and volunteers at Volt Torino. Resourceful, pragmatic, curious, and a fast-learner, he hopes one day to work in the European institutions and do his part to improve our society. He studies and works with politics and current affairs because he believes in the people's capacity to have an impact and in the need to acknowledge problems and work together to fix them.

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