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Taiwan all’ONU? Lo status atipico dell’isola al centro della nuova guerra fredda tra Usa e Cina

Le relazioni diplomatiche Usa-Cina sono come una partita a scacchi, di cui Taiwan è l’elemento centrale per fare scacco matto. A conferma di ciò vi è la storia. Nel 1949 Mao Zedong proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti, consapevoli di aver perso influenza in una zona importante del mondo, lasciarono il seggio permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite alla Cina nazionalista, non riconoscendo la Cina comunista. Il periodo di distensione tra Washington e Pechino durante la guerra fredda portò dei cambiamenti, in quanto gli Americani, spinti dalla volontà di ergersi come unica super potenza, decisero di fare leva sulle tensioni sino-sovietiche e aprire i rapporti con la Cina popolare. Per consolidare il loro legame, gli Usa, a seguito del viaggio di Nixon in Cina, accettarono la risoluzione n. 2758/1971, con la quale l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva assegnato il seggio permanente del Consiglio di Sicurezza alla Repubblica Popolare Cinese. All'interno di questo contesto, gli Usa svilupparono la loro posizione di ambiguità strategica, tramite la quale Washington sostiene Taiwan in funzione anti-cinese, in nome del “Taiwan Relations Act” (1979), ma, allo stesso tempo, mantiene rapporti diplomatici formali esclusivamente con Pechino, riconoscendo la “One China policy” (1992).

Oggi, questo brillante artificio diplomatico statunitense si sta sgretolando, tanto che l’ambiguità strategica sta lasciando posto alla chiarezza strategica. A riprova di ciò, la reazione di Biden al recente discorso di Xijinping in cui il leader cinese affermava di voler riconquistare Taiwan entro il 2050, anche con la forza. Il presidente americano non ha esitato a offrire il proprio sostegno all’isola in caso di invasione da parte di Pechino. Il Segretario di Stato Blinken ha poi rincarato la dose, proponendo l’ammissione di Taiwan all’Onu, sottolineando come la sua partecipazione contribuirebbe ad affrontare le sfide globali, facendo leva sul primato che Taipei possiede nella produzione mondiale di microchip. Stando a tali affermazioni, la richiesta del suo ingresso si lega ai contributi positivi che l’isola potrebbe apportare alle Nazioni Unite, ma chissà che dietro questa mossa non si celi la classica tattica americana di ribadire velatamente la propria potenza in un mondo ormai multipolare, caratterizzato da attori che si situano allo stesso livello, consapevoli della propria influenza.

La replica cinese non ha tardato ad arrivare. Il portavoce dell'Ufficio del governo di Pechino per gli Affari con Taipei, Ma Xiaoguang, ha affermato che "Taiwan non ha alcun diritto di partecipare all'Onu (poiché) le Nazioni Unite sono una organizzazione governativa internazionale composta da stati sovrani". Una risposta schietta che va di pari passo con il principio di non interferenza negli affari interni, ribadito già ai tempi del trattato di Shangai, vizio di cui gli americani difficilmente fanno a meno. Implicitamente, l'affermazione cinese tende a mettere in luce come lo status di Taiwan non sia riconosciuto sul piano internazionale e mostra la contraddittorietà di tale richiesta rispetto ai principi delle Nazioni Unite.

Una novità che potrebbe definire le sorti della questione è stata la presa di posizione europea, che sembra andare contro la tesi di Pechino. A confermare questa tendenza è stata la visita a Bruxelles da parte del Ministro degli Esteri di Taiwan Joseph Wu. La vicinanza dell'Ue all’isola è stata influenzata anche dalla sua storia: si tratta di un paese resiliente che sostiene valori democratici e progressisti, perciò in linea con i principi europei.

Nonostante il suo status atipico, Taiwan mette in crisi l’equilibrio tra le due superpotenze, tanto da essere l’elemento centrale della loro guerra fredda. La sua volontà di imporsi come stato liberaldemocratico indipendente troverebbe una prima vittoria nella partecipazione all’Onu. Eppure, a oggi, la domanda di quale sia il suo posto nel mondo non trova risposta. Sicuramente la situazione attuale mostra una Cina intenzionata a riannettere la “provincia ribelle”, così da chiudere definitivamente la contesa iniziata 72 anni fa, e un’America sempre più tendente a sostenere l’isola. Taiwan dovrebbe prendere maggiore consapevolezza della sua forza e sfruttare, da un lato, l’appoggio di Washington e, dall’altro, l’isolamento di Pechino, demolendo definitivamente il principio di una sola Cina.


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  • L'Autore

    Sofia Termentini

    Sofia Termentini, classe 2000, è una studentessa di Laurea Triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre interessata alle relazioni internazionali, con uno sguardo rivolto alla dimensione economica e alla zona della grande Cina. All'interno di Mondo Internazionale ricopre la carica di autrice, occupandosi dell’area tematica «organizzazioni internazionali ».

    Sofia Termentini, class 2000, is a student of the Bachelor’s Degree in International relations and diplomatic affairs at the Alma Mater Studiorum of Bologna. She has always been interested in the international relations, especially the economic dimension and in the big area of china. In the context of Mondo Internazionale she holds the position of author dealing with «international Organizations ».

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Temi Organizzazioni Internazionali


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Nazioni Unite Cina Stati Uniti d'America taiwan Consiglio di Sicurezza

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