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Streaming Musicale e Royalties

Come Funzionano le Piattaforme Digitali, e Perché Dovrebbero Essere Ripensate

Il 2002 viene comunemente considerato l’anno 0 dell’Era Digitale, segnando il sopravvento del digitale sull’analogico. L’avvento della digitalizzazione - come tutti sappiamo - ha stravolto pressoché ogni settore del mercato globale; tra quelli più sensibili a questo cambiamento, figura indubbiamente quello musicale, la cui trasformazione si fa risalire fino al 1980, anno in cui Sony e Philips siglano un accordo su una nuova tecnologia: il Compact Disc. La vera svolta commerciale si ha però solo nel 2001, con la nascita di Napster - servizio di fornitura di musica online della statunitense Roxio Inc - a cui seguono successivamente YouTube (2005), Spotify (2008), Tidal (2014), Apple Music (2015) e altre.

Oggi tutti fruiamo pressoché quotidianamente di servizi di streaming digitale, pur tuttavia non conoscendone sempre e precisamente il funzionamento. Vediamo quindi, a grandi linee, quali sono i criteri di distribuzione delle royalties musicali, come esse vengono suddivise all’interno del mercato discografico e quali sono le differenze di trattamento economico tra le varie piattaforme.

Prendiamo a modello Spotify, colosso svedese da $4.09 miliardi (dati 2017), maggior attore in tema di streaming musicale, le cui principali entrate sono costituite da abbonamenti (in stragrande maggioranza) e pubblicità. Il flusso di denaro è piuttosto articolato, e passa da etichette, distributori, editori e società di gestione, prima di pervenire agli artisti. Spotify destina agli artisti il 65-70% del totale: mediamente, $0,00318 per singolo stream.

Secondo tale logica, la retribuzione degli artisti dovrebbe quindi crescere proporzionalmente all’aumento delle entrate Spotify, se non fosse per i costi di gestione abnormi che la piattaforma attualmente sostiene. Per esemplificare, nonostante il numero di abbonamenti sia cresciuto di 30 milioni nel primo trimestre del 2020 (rispetto all’anno precedente), il dato dei ricavi medi per unità (corrispondente alle entrate pagate mensilmente dagli abbonati, cd. ARPU) è sceso del 7% (per un totale di €4.42 milioni).

Con piccole variazioni, pressoché tutte le altre piattaforme di streaming digitale ricalcano il modello di distribuzione delle royalties adottato da Spotify. Piccole differenze esistono anche per i pagamenti delle singole royalties: dalla più generosa TIM Music (€0,01345), passando per Apple Music (€0,00653), Tidal (€0,00629) e Youtube (€0,00310), fino alla meno prodiga Trecent (€0,00091).

Altra falla nel sistema streaming è quella relativa alla ripartizione degli abbonamenti: i meccanismi delle piattaforme prevedono, come abbiamo detto, che il 30% sia destinato a Spotify; l’altro 70% viene sì ripartito tra gli artisti presenti su Spotify, ma in base alla loro percentuale di ascolti sul totale, favorendo così i grandi artisti presenti in classifica, e sostanzialmente affossando quelli più piccoli.

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Esemplare in questo senso il caso di Taylor Swift, che nel 2014 ha rimosso il suo intero catalogo da Spotify e Deezer, firmando un’esclusiva con Apple Music e paragonando - in un’intervista al Wall Street Journal - lo streaming alla pirateria: “la musica è arte e l'arte è importante e rara. Le cose importanti e rare hanno valore; le cose di valore dovrebbero essere pagate. È mia opinione che la musica non debba essere gratuita”. Prima di lei, già Beyoncè, Black Keys e i Coldplay si erano espressi e comportati allo stesso modo; in Italia, esempi sono stati Vasco Rossi e Ligabue. Tre anni più tardi, Taylor Swift è comunque tornata con i suoi album su Spotify grazie al raggiungimento di un accordo con la piattaforma; tuttavia, il suo caso costituisce un precedente molto importante, oltre ad aver gettato una base per intraprendere una rivoluzione del mercato delle royalties.

Rivoluzione percepita ancor più necessaria soprattutto negli ultimi due anni a causa della pandemia, che ha praticamente azzerato il fatturato della musica live, elemento - molto più che in altri paesi, quale l’America - centralissimo nel mercato musicale italiano.

Quali soluzioni prospettare, dunque? Una valida alternativa potrebbe essere l’aumento dei prezzi degli abbonamenti, per tamponare il calo del dato ARPU. Un’altra idea, invocata soprattutto dagli artisti, è la ripartizione delle royalties in base ai singoli ascolti effettivi.

Nell’eterno dilemma della monetizzazione dell’arte, in un mercato musicale sempre più dinamico dal punto di vista digitale, auspichiamo si possa trovare un giusto compromesso tra queste due contrapposte - nonché parimenti importanti - esigenze.


https://www.rockit.it/articolo/arrivato-momento-fare-conti-spotify

https://www.rockit.it/articolo/pagamenti-spotify-artisti-royalties-come-funziona

https://www.wired.it/play/musica/2014/11/06/non-taylor-swift-quali-artisti-perche-boicottano-spotify-streaming/?refresh_ce=

https://www.wired.it/play/musica/2014/11/06/non-taylor-swift-quali-artisti-perche-boicottano-spotify-streaming/?refresh_ce=


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  • L'Autore

    Gemma Bui

    Studentessa di Giurisprudenza, musicista, sedicente scrittrice.
    Operatrice del Terzo Settore, amante dell’Arte e della Cultura.

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Sezioni Cultura Società


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#mondointernazionale #MI #NewFuture #YouthEmpowerment #Cultura #Società #Informazione #streamingdigitale #royalties

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