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Sorellanza mondiale: dialogo tra donne diverse e unite

Quando si parla di femminismo spesso l’immagine che si presenta nella nostra mente è il movimento che ha sostenuto l’universalismo dei diritti e la sorellanza mondiale. Le esponenti appartenenti a questa corrente si sono fatte portavoce di un appello di giustizia sociale, raggiungendo risultati come il suffragio universale, l’eliminazione della violenza nei confronti di donne e bambini ed equo trattamento sul post di lavoro. Nonostante le battaglie vinte da queste femministe, esse rappresentano le rivendicazioni di una particolare società, ma non prendono in considerazione donne di altre culture, le cui istanze potrebbero essere diverse o ottenibili con mezzi alternativi. Infatti, oltre all’associazionismo femminile occidentale, si sono sviluppati in altre parti del mondo gruppi autonomi che hanno cercato di implementare politiche liberali nella loro comunità.

I flussi migratori che caratterizzano la situazione corrente e le dichiarazioni di qualche politico, secondo il quale il genere femminile dovrebbe difendersi “dall’estremismo islamico”, ci portano ad analizzare i movimenti femministi in Medio Oriente. Tanto è vero che la questione del velo, la poligamia e gli atteggiamenti fondamentalisti hanno esposto il mondo musulmano a pregiudizi e incomprensioni. Da un lato, i comportamenti legati a tradizioni misogine e fondate su una società patriarcale (rivendicati da una parte della cultura araba) sono in netta contrapposizione con i diritti riconosciuti e sanciti dalla comunità internazionale. L’Islam viene così visto come esempio di arretratezza e sembra difficile che possa esistere una convivenza tra il mondo liberale e democratico in Occidente e la comunità musulmana.

Dall’altro lato, una critica mossa dalle portavoce del femminismo arabo mette in evidenza un atteggiamento paternalista adottato dalle donne in Occidente, le quali hanno imposto in altre comunità dei valori considerati da loro universalmente veri e giusti. Le stesse convenzioni internazionali possono essere giudicate negativamente perché raffiguranti una visione eurocentrica. Ciò che reclamano le femministe in Medio Oriente è che esistono delle priorità e metodi diversi per implementare delle politiche progressiste che intendano rendere la società più paritaria. La questione consiste nella possibilità di instaurare un dialogo tra due mondi in apparenza contrapposti. Per capire se sia possibile un’azione congiunta tra i diversi esponenti del femminismo, è necessario comprendere le differenti storie e rivendicazioni.

Caratteristiche del femminismo in Medio Oriente e in Occidente

Analizzando il movimento femminista in Occidente, sono state ampiamente studiate le ondate che lo hanno contraddistinto. Una prospettiva alternativa è quella legata all’impegno internazionale e pacifista. Le prime attiviste associavano il ruolo della donna alla figura della madre. Fa parte del pensiero comune ricollegare al genere femminile un’indole docile ed empatica, in contrapposizione con una funzione maschile legata all’azione militare e alla violenza. Questo binomio è legato ai compiti tradizionali che maschi e femmine hanno svolto nella comunità: i primi come sostenitori economici della famiglia, impegnati nella sfera pubblica, e le seconde invece rappresentanti della sfera privata, incaricate del ruolo di curatrici. Con la fine della Prima guerra mondiale, gli obiettivi si modificarono, concentrandosi maggiormente sul ruolo che la donna poteva esercitare nella vita politica battendosi per il suffragio universale. Nel XX secolo, con la fine della Seconda guerra mondiale, furono siglate alcune convenzioni che sancivano l’uguaglianza tra uomini e donne, tra cui la dichiarazione universale dei diritti umani, la convenzione per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne e la convenzione di Istanbul, la quale riconosce il problema strutturale della violenza di genere.

Il femminismo arabo iniziò a svilupparsi nel XIX secolo con la colonizzazione da parte dell’Occidente degli stati in Medio Oriente. I costumi e la cultura locale vennero influenzati dalla presenza europea, cominciando a cambiare la società musulmana, soprattutto per ciò che riguarda la condizione delle donne. Le prime lotte del movimento furono legate all’accesso femminile ad un’educazione e in seguito alla questione del velo, il quale divenne, secondo alcune esponenti più legate alla comunità europea, simbolo di oppressione. Il velo si trasforma nell’emblema del complesso rapporto tra le rivendicazioni di genere, la cultura locale e l’influenza occidentale. Con l’avvento dei gruppi islamici ortodossi, come quello dei Fratelli Mussulmani in Egitto, molte attiviste iniziarono a pensare a come introdurre un discorso di parità di genere in linea con i precetti religiosi. È cosi che nasce il femminismo islamico il quale si impegna nella rilettura degli hadith (detti e fatti attribuibili al Profeta) con un’operazione chiamata Ijtihad: un’interpretazione del Corano secondo una prospettiva di genere. Le militanti sono convinte che il testo sacro fosse stato interpretato con una visione misogina ma in realtà l’Islam non professa una discriminazione di genere, ma l’uguaglianza dei diritti. Con Ijtihad si riuscì a conciliare tre aspetti fondamentali: essere donna, musulmana e religiosa. Il velo viene considerato dalle attiviste come un lascia passare per l’accesso alla sfera pubblica e usato come segno distintivo dell’appartenenza alla cultura araba e come reazione al pregiudizio degli europei a considerarlo un elemento di chiusura. Un traguardo raggiunto da questa corrente è la riforma del codice della famiglia introdotto in Marocco nel 2004 che apre le porte ad importanti novità in materia di matrimonio, divorzio e filiazione.

Un dialogo possibile

La difficoltà di dialogo e la principale differenza tra i due movimenti risiede principalmente in due fattori: la componente religiosa del femminismo islamico e l’opinione di alcune femministe arabe che vedono l’Occidente come colonialista. Il processo di secolarizzazione ha portato ad una sostanziale separazione tra stato e religione che ha permesso alla società civile di portare avanti delle istanze laiche e progressiste. Questo non è successo in Medio Oriente, in cui la cultura è profondamente legata all’Islam. Inoltre, il ruolo di oppressore degli europei nel mondo arabo non ha giovato a migliorare la comprensione tra queste due comunità. 

L’atteggiamento paternalista europeo ha portato a due conseguenze: la prima riguarda la difficoltà di riconoscere altri gruppi in grado di raggiungere traguardi fondamentali in termini di parità di genere; il secondo è minimizzare i fenomeni di molestie, violenze fisiche, psicologiche e sessuali perpetuate nei confronti delle donne nel mondo occidentale. Questi non sono casi sporadici né attribuibili solo agli stranieri, ma sono riconosciuti come un fenomeno strutturale e radicato nella profondità della nostra società liberale e democratica. Quindi, etichettare come retrograde le altre culture o trovare in loro un capro espiatorio nel giustificare le discriminazioni di genere significa semplificare un problema ben più complesso. Riconoscere le proprie differenze e unirsi nella lotta è un passo fondamentale che il movimento femminista deve compiere per continuare a combattere per una società più giusta.


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  • L'Autore

    Silvia Passoni

    Sono una studentessa di Relazioni internazionali, appassionata di informatica, parità di genere e politica e società cinese.

Categorie

Parità di genere


Tag

Femminismo Medio Oriente occidente Parità di genere Donne

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