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Regno Unito, Brexit e economia

Di Brexit si è parlato molto in questi anni e più di una volta l’argomento è stato protagonista nelle prime pagine dei principali quotidiani europei e dei telegiornali serali. In effetti l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è sicuramente uno degli avvenimenti più importanti del decennio appena trascorso. Al di là della polemica sterile fra europeisti e non europeisti, fra sostenitori di Farage e oppositori, la Brexit ha avuto un forte impatto sul sistema britannico. Fra le principali questioni, c’è stata sicuramente quella economica. Molti commentatori si sono detti preoccupati delle possibili conseguenze per il Regno Unito, ma non solo. Pensiamo anche ad un Paese come l’Italia che nel 2018 ha esportato prodotti in Gran Bretagna per 23 miliardi di euro[1] e quali possano essere gli effetti sul suo tessuto produttivo in seguito ad un cambiamento delle relazioni commerciali. Nelle righe che seguiranno cercheremo di fare un po’ di chiarezza sulla “Brexit economica”, ripercorrendo le principali tappe ed analizzando l’accordo stretto da Boris Johnson.

L’economia non è una scienza esatta e solo con il tempo saremo in grado di valutare le conseguenze effettive dell’uscita del Regno Unito. Gli esperti che sostengono il remain sono convinti che il maggior vantaggio economico del rimanere nell’Unione Europea sia quello commerciale. I sostenitori del leave ritengono che l’economia britannica possa beneficiare dei fondi che prima andavano a Bruxelles e che potrebbero, invece, essere utilizzati in altro modo, ad esempio aumentando la spesa o per tagliare le tasse. Gli economisti si sono scontrati duramente su questo tema ed è bene ripercorrere brevemente alcuni studi che sono stati pubblicati per fare un po’ mente locale. Uno studio[2] pubblicato nel marzo del 2019 riteneva probabili delle conseguenze economiche negative per il Regno Unito. Si parlava addirittura di una perdita del Pil pro capite dall’1.2% al 4.5%. Tutto questo sarebbe dipeso dal modo in cui il Regno Unito avrebbe ridefinito il suo rapporto con Bruxelles e con i Paesi membri. Possiamo quindi immaginare la paura e il senso di incertezza che si diffondono nella società quando studi di questo genere vengono pubblicati. In effetti l’incertezza è stato uno dei principali problemi dal 2016 in poi. Chi decide di investire in un Paese ha bisogno di stabilità, soprattutto se sono investimenti sul lungo termine. Il governo britannico ha fatto tutto, tranne che garantire stabilità. Ogni accordo messo sul tavolo veniva bocciato e il Paese è passato attraverso due cambi di governo ed un’elezione generale. La conseguenza dell’instabilità politica non si è fatta attendere. Un articolo del New York Times[3] dell’aprile del 2019 ha evidenziato una serie di effetti sul breve termine che hanno inciso sull’economia britannica. Uno dei settori che ha risentito maggiormente è stato quello dell’auto. Il Regno Unito è stato un importante hub per le cause automobilistiche giapponesi che usavano le isole britanniche come punto di partenza per il mercato europeo. L’incertezza derivante da Brexit e l’accordo di libero scambio firmato fra Unione Europea e Giappone ha cambiato i piani di Honda e Nissan che hanno deciso di rivolgere la loro attenzione altrove. Il New York Times sottolinea inoltre come in questi anni sia stata affetta direttamente la vita dei cittadini inglesi. Il Regno Unito, in effetti, è un grande importatore e la sterlina ha subito vari crolli che hanno reso più cari tutta una serie di beni come le verdure. A complicare tutto questo scenario c’è stata la pubblicazione di un documento del Tesoro che delineava dei possibili scenari negativi in seguito ad un no deal per la popolazione e delle contromisure da mettere in campo. Fra le conseguenze più nefaste possiamo elencare la mancanza di alcuni cibi freschi, ma non solo, la cui fornitura poteva non essere garantita. Il rapporto proseguiva con la situazione del sistema sanitario: alcuni prodotti farmaceutici non sarebbero stati disponibili e l’inflazione avrebbe reso le cure più care. Tutto questo ha gettato l’opinione pubblica inglese abbastanza nel panico, considerando soprattutto che a Downing Street era entrato da poco Boris Johnson il cui obiettivo dichiarato era il divorzio con Bruxelles con o senza accordo. Le elezioni del 12 dicembre hanno dato al leader dei Conservatori una maggioranza sicura e il suo accordo, raggiunto con l’UE, sembra aver definitivamente chiuso la partita Brexit. Cosa succede adesso?

L’accordo raggiunto dal premier Johnson ricalca, sotto alcuni aspetti, quello che la May ha provato a far approvare al Parlamento senza successo. Ci sono, però, delle importanti novità. Al di là della questione del confine nordirlandese, che adesso non ci interessa, vediamo di fare chiarezza. Una pubblicazione dell’ISPI[4] evidenzia bene le differenze rispetto al passato. Il nuovo accordo parla di un futuro trattato di libero scambio fra Londra e Bruxelles che deve ancora essere negoziato. Non possiamo stabilire quali siano con precisione i termini, ma rispetto alle idee della May, l’integrazione fra i due sistemi sarà sicuramente minore. Il premier ha detto comunque di voler mantenere un buon rapporto di vicinato. Questo include tutta una serie di ambiti come la protezione ambientale, i diritti dei lavoratori, concorrenza e aiuti di Stato che dovranno impedire una “concorrenza sleale” da parte dell’Inghilterra. Siamo giunti alle ultime tappe di questo lunghissimo processo che ci ha tenuto incollati alle notizie dal 2016. Una volta che l’accordo sarà formalmente approvato a Londra, dovrà essere ratificato dal Parlamento Europeo e darà inizio al periodo di transizione che durerà fino alla fine del 2020 e che sancirà la fine del rapporto fra il Regno Unito e l’Unione Europea per come lo abbiamo conosciuto.

[1] http://www.infomercatiesteri.it/scambi_commerciali.php?id_paesi=85

[2] https://www.piie.com/system/files/documents/wp19-5.pdf

[3] https://www.nytimes.com/2019/04/01/business/british-business-brexit.html

[4] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brexit-laccordo-di-johnson-ecco-cosa-cambia-24198


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  • L'Autore

    Leonardo Cherici

    Leonardo Cherici si è laureato in Filosofia Politica all’Università di Padova con una tesi sul processo di integrazione europeo e sulle teorie politiche che lo hanno ispirato. Si è poi iscritto ad una Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, discutendo una tesi di economia politica nella quale si analizza il recente fenomeno di aumento della diseguaglianza economica e la sua relazione con l’innovazione tecnologica e la globalizzazione.

    All’interno di Mondo Internazionale ricopre la carica di Vicedirettore di Redazione, coordinando il lavoro dei nostri autori. Fin dal 2019 scrive per l’Area Tematica Europa e per Framing the World

    Leonardo Cherici graduated in Political Philosophy from the University of Padua with a thesis on the European integration process and the political theories that inspired it. He then enrolled for a Master's Degree in International Relations at the Catholic University of Milan, discussing a thesis on political economy in which he analysed the recent phenomenon of increasing economic inequality and its relationship with technological innovation and globalisation.

    Within Mondo Internazionale he holds the position of Deputy Editor-in-Chief, coordinating the work of our authors. Since 2019 he has been writing for the Europe Thematic Area and Framing the World


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