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La condizione psicologica del bambino in ospedale

RAISE

Il ricovero in ospedale comporta sempre per il bambino, a prescindere dall’età, drastiche modifiche della vita quotidiana e dei suoi ritmi, come il distacco dagli oggetti e dalle persone considerate punti di riferimento. I bambini reagiscono all'ospedalizzazione in maniera differente a seconda dell'età, del livello di sviluppo raggiunto e dalle relazioni affettive instaurate. Alcuni aspetti sono però trasversali alle diverse fasi della crescita ed è importante conoscere i meccanismi alla base di alcuni comportamenti, per gestirli con maggiore consapevolezza e offrire un sostegno più efficace.

L’evento morboso provoca in primo luogo un sostanziale cambiamento nella routine e nelle abitudini di vita, ostacolando la conduzione di una vita autonoma. Il bambino infatti è costretto a sospendere i rapporti con l'ambiente esterno, assiste alla diminuzione delle sue possibilità di movimento, subisce restrizioni nel regime alimentare e si trova a dipendere totalmente dall'adulto (Lima & Santos, 2015). Queste restrizioni sono rilevanti a livello psicologico in quanto provocano un ritorno a tappe di sviluppo precedenti e a comportamenti più infantili, appartenenti al passato. Si possono verificare quindi rallentamenti, arresti o alterazioni del normale processo di crescita e le conseguenze sono tanto più negative quanto più il bambino è piccolo. Può inoltre accadere che il bambino si concentri in modo eccessivo su di sé, sul proprio organo/arto malato o sulla funzione compromessa. Ciò provoca una sorta di regressione narcisistica, cioè un ritorno ad una condizione di egocentrismo (la tendenza ad interessarsi di sé stessi e ad essere relativamente insensibili ai problemi degli altri) e di dipendenza emotiva dall'adulto.

L’ospedalizzazione comporta anche la perdita di un ruolo attivo da parte del bambino, che si trova come immobilizzato dalla condizione di paziente. L’inattività può consistere in:

  1. utilizzo di cellulare, tablet e televisione come anestetici,
  2. richiesta eccessiva di attenzioni,
  3. perdita della maggior parte delle autonomie acquisite,
  4. incapacità di tollerare piccole frustrazioni,
  5. disordini alimentari,
  6. scarsa collaborazione durante esami e/o assunzione della terapia.

È importante sapere che per il bambino esiste uno stretto rapporto tra malattia e punizione: egli può convincersi che la malattia non abbia una causa organica o esterna, ma sia piuttosto generata da una sua colpa e rappresenti pertanto una "giusta punizione" per aver trasgredito ai genitori. Questa convinzione può provocare un senso di colpa capace di indebolire la spinta alla guarigione, contribuendo ad alimentare delle reazioni di passività.

Durante il ricovero o una riacutizzazione della malattia è normale che vengano messe in atto alcune dei fattori prima elencati; il problema sussiste quando queste risposte si consolidano e permangono anche durante i momenti di quiete, minando la costruzione dell’identità del bambino.


COSA POSSONO FARE I GENITORI?

- Mostrare la propria comprensione ("capisco che stai male, che stai affrontando un momento difficile") rappresenta già un primo contenimento, che permette al bambino di condividere con i genitori il peso della situazione e neutralizzare parzialmente l’ansia sperimentata.

- Riconoscere le emozioni del proprio figlio e accoglierle per favorire lo sfogo di tensioni ed aiutare il bambino ad "organizzare" le proprie difese per affrontare la situazione.

- Evitare di colpevolizzare il bambino o mostrarsi giudicanti ed insoddisfatti rispetto al suo modo di reagire (ad esempio criticandone le lamentele): è necessario trovare il modo ed il tempo per parlare insieme, cercando di individuare l’ansia celata dietro quel comportamento e affrontarla.

- Rassicurare il bambino, per aiutarlo a tenere a bada le sue paure. È importante, per quanto è possibile, comunicare la realtà senza caricarla delle proprie ansie e tensioni. È possibile per questo, come per altre esigenze, farsi aiutare dal personale sanitario del reparto.

È importante favorire lo svolgimento di attività atte a ridurre ansia e tensioni come il gioco, che per i più piccoli (ma non solo) assume una funzione rassicurante e potenzialmente catartica, permettendo lo scarico di tensione e stimolando un processo di rielaborazione della realtà. Il gioco consente di esternare desideri, ansia e bisogni repressi, consentendo al bambino di esprimersi in modo libero e creativo (Koukourikos et al., 2015). Le attività ludiche inoltre facilitano la comunicazione, l’interazione ed aiutano a contrastare la paura legata a procedure mediche dolorose e traumatiche (Soares et al., 2014). Dato il ruolo centrale del gioco nel corso del ricovero e della riabilitazione, diversi ospedali mettono a disposizione dei genitori e dei bambini volontari e operatori specializzati, spesso coordinati da associazioni come ad esempio AIBO (Associazione per il Bambino In Ospedale). Queste figure aiutano le famiglie, a partire dal primo accesso, a muoversi agevolmente nel nuovo ambiente (informando, accogliendo e accompagnando) e organizzano attività di socializzazione per coinvolgere piccoli e grandi durante il periodo del ricovero, fino alla dimissione.


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  • L'Autore

    Sara Bergamini

    Sara Bergamini è psicologa, iscritta all'Albo degli Psicologi della Lombardia.

    È membro di Mondo Internazionale dal gennaio 2020. Attualmente collabora con il team del progetto TrattaMi Bene occupandosi di tematiche relative all'età evolutiva.

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