background

A scivoloni verso il mondo dei grandi: le ragazze e i ragazzi di oggi senza riti di iniziazione

RAISE

La costruzione della propria identità è una delle prerogative più delicate cui l’individuo scelga di dedicarsi e ne accompagna la crescita dalla nascita alla morte. Inevitabilmente, l’esigenza di un’edificazione dell’io si percepisce con maggiore veemenza durante l’adolescenza, che da generazioni avvicina bambine e bambini al mondo dei grandi con una prova dopo l’altra. Nella società occidentale contemporanea, però, i riti d’iniziazione stanno attraversando una fase di profonda svalutazione e così ai giovani diventare grandi fa sempre più paura.

Il primo a coniare l’espressione “riti di passaggio” e ad esaminarne le peculiarità nell’accezione di riti d’iniziazione fu nel 1909 Arnold Van Gennep, professore di Etnologia presso l’Università di Neuchâtel.

Questi riti risultano strumentali alla proiezione di sé nel futuro: scandiscono lo scorrere del tempo e non quantitativamente come gli anni, bensì qualitativamente in fasi della vita.

Come emerge dalla lettura della Parte prima del libro “La fatica di diventare grandi”, curata dal docente di Antropologia culturale dell’Università di Genova Marco Aime, è spesso proprio la fase della vita nella quale l’individuo è collocato a qualificarlo rispetto alla società, attribuendogli diritti e doveri di fronte al resto dei consociati. Le diverse fasi d’età, frutto di convenzioni sociali, gerarchizzano l’assetto sociale, ordinandolo anche nell’interesse del singolo. Non è allora assurdo che alcuni storici della famiglia si riferiscano all’infanzia come a un’invenzione dell’età contemporanea, né che per altri la nascita della gioventù come gruppo autonomo coincida con la rivoluzione dei costumi degli anni Sessanta del secolo scorso.

Persino le diverse modalità con cui femmine e maschi storicamente affrontano l’avvicinarsi dell’età adulta, strettamente legate a connotati biologici dell’essere umano, in nessuna società del mondo sono riducibili alle sole caratteristiche anatomiche degli individui. A partire da queste, piuttosto, vengono compiute delle scelte sul ruolo da attribuire rispettivamente a donne e uomini già tangibili nell’infanzia: a bambine e bambini, per esempio, vengono tendenzialmente regalati giocattoli diversi.

È proprio in riferimento alla loro differente posizione sociale che i riti d’iniziazione per ragazze e ragazzi, oggi dissolti, furono per lungo tempo disomogenei.

In Italia, ad esempio, la leva militare obbligatoria fu il rito di passaggio al quale per 143 anni si sottoposero i ragazzi del Paese. Alla sua abolizione nel luglio del 2004, però, non corrispose l’introduzione di alcun momento sostitutivo: i giovani dovevano diventare uomini da sé o non diventarlo affatto. Quest’ultima la soluzione preferita dal professore emerito all’École normale supérieure di Parigi Alain Badiou, che nel “La vera vita” spiega come l’eliminazione di transizioni simboliche abbia stimolato nel maschio la tentazione dell’adolescenza eterna.

Per quanto riguarda le ragazze, nel mondo tradizionale a distinguerle dalle donne c’erano il matrimonio e la procreazione, con la mediazione di un uomo. Ad oggi, invece, l’emancipazione femminile, la crescente privatizzazione della sessualità e la progressiva posticipazione del matrimonio e della procreazione hanno lasciato le piccole in balia dei media. Questi ultimi insegnano loro a vestirsi, acconciarsi e sedurre come fossero donne già formate. Agli occhi del filosofo francese, se i bambini restano eterni Peter Pan, le bambine acquisiscono troppo presto una maturità grossolana.

Si è riflettuto sulla possibilità di considerare l’esame di maturità alla stregua di un processo iniziatico, comune a ragazze e ragazzi, volto alla trasformazione degli studenti in giovani adulti. La scuola però, all’avviso dello psichiatra e psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet, non si è ancora dimostrata pronta ad assurgere a tale funzione.

Per prima cosa la scuola stessa, concentrata sulla crescita individuale, non è in grado di riconoscere l’importanza assunta dal gruppo-classe nello sviluppo del singolo.

Un ulteriore problema è che, mentre prima erano gli adulti a detenere il sapere, oggi i nativi digitali hanno accesso a un elevatissimo numero di informazioni semplicemente affidandosi a Internet. Nel web, per di più, le gerarchie spariscono: si è tutti parimenti utenti della rete e la rilevanza dell’autorità sfuma.

Infine, il classico rapporto di subalternità tra genitori e figli si è trasformato nel corso di poche generazioni in una simil-amicizia fondata sul dialogo che, per quanto gratificante sul piano affettivo, spesso rende il figlio incapace di riconoscere l’autorità. Ne scaturiscono la tendenza all’attaccamento alla famiglia d’origine e il conseguente senso di fallimento per l’impossibilità di realizzarsi.

I figli di quest’epoca, abbandonati a se stessi, si affidano così al mercato. Gli adulti si sono infatti preoccupati di seppellire gli scheletri dei riti anacronistici, ma non sono stati in grado di elaborarne di nuovi e più intelligenti. Non che siano mancate le proposte, tra cui quella dell’anno di “volontariato obbligatorio”, ma nessuna è stata poi adottata. Nel frattempo, sono le corporation ad aiutare l’adolescente a collocarsi a livello sociale, fornendogli gli strumenti per costruire la propria identità e dandogli la possibilità d’esprimere il proprio bisogno di protezione instaurando relazioni facili da controllare: quelle con oggetti inanimati. Ormai è il passaggio dall’acquisto di un certo tipo di prodotto a un altro a rappresentare una sorta d’iniziazione: bambine e bambini crescono trasformandosi in consumatori. Il risultato è che nella società liquida si scivola quasi senza accorgersene nel mondo dei grandi: non sono più i progetti a lungo termine a muovere la crescita, ma la soddisfazione delle pulsioni immediate.


Condividi il post

  • L'Autore

    Rebecca Scaglia

    Studentessa di Giurisprudenza al terzo anno, aspirante avvocato. Interessata alla tutela e difesa dei diritti della persona umana. Pienamente convinta che ognuno di noi abbia un grande potere, ossia di saper fare la differenza.

    Third year law student, aspiring lawyer. Interesed in protection of human rights. Fully convinced that everyone has a strong power, which is to know how to make the difference.

Categorie


Tag

Potrebbero interessarti

Image

Maria Ressa e la libertà di stampa nelle Filippine

Sara Squadrani
Image

L’importanza di una visione “interculturale” nel mondo della nutrizione

Redazione
Image

Dress code in Vaticano

Redazione
Accedi al tuo account di Mondo Internazionale
Password dimenticata? Recuperala qui