background

Racconto della libertà di stampa in Medio Oriente

dal silenzio imposto alla rivincita di Afrah Nasser e Zehra Doğan

Ci sono storie di vittoria che riguardano la libertà di stampa in Medio Oriente e, allo stesso tempo, ci sono tante, troppe, storie di sconfitta. 

Una nuova ondata di arresti in Iran ha coinvolto soprattutto donne: una di queste è Noushin Jafari, fotogiornalista specializzata di arte e letteratura per il quotidiano Etemad di Tehran, è stata arrestata poiché il suo lavoro è stato giudicato offensivo verso i valori sacri dell'Islam. Ci sono donne che combattono ogni giorno sul campo o in nome di un giornalismo etico; donne come Afrah Nasser. Laureata in linguistica inglese all'università di Sana'a nel 2008, collabora nel frattempo con Yemen Times e Yemen Observer, facendosi notare per la forte vocazione ai diritti umani e le questioni di genere.

Nel 2010 Afrah apre il suo blog in lingua inglese, annunciandolo così: “Sono una straniera nel mio Paese semplicemente perché sono una giornalista! […] Ho trovato me stessa nel giornalismo. È l'unico posto in cui mi sento la benvenuta. Non importa quanto sarà difficile, è ciò che amo fare”. Poco tempo dopo, con l'inizio della Primavera Araba, documentata fedelmente sul suo blog nonostante la censura, Nasser è costretta a chiedere asilo in Svezia. È lì che continua la sua carriera giornalistica, anche attraverso il suo blog, che verrà eletto dal CNN tra i 10 blog dedicati al Medio Oriente da leggere assolutamente.

Afrah è lontana da casa, ma continua a parlarne, tiene viva l'attenzione internazionale sullo Yemen, la guerra, la crisi umanitaria in corso. Nel 2017 fonda, assieme ad altri scrittori yemeniti, Sana'a Review, un magazine online che nasce in arabo, dedicato proprio a chi in Yemen ci è rimasto. Afrah racconta: “Dobbiamo riportare ciò che ci sta succedendo, per quando arriverà il momento in cui a prevalere sarà la pace e potremo riflettere e provare a guarire e commemorare la nostra storia. Non dobbiamo essere in lutto, dobbiamo essere organizzati”.

La maggior parte dei Paesi mediorientali soffre conflitti esplosi (Yemen) o sotterranei (Turchia) che, tra le tante conseguenze, pongono la libertà di stampa in costante discussione. Il giornalista saudita Jamal Khashoggi, ucciso al consolato Saudita di Istanbul nell’ottobre 2018, scrisse nell’ultimo editoriale per il Washington Post: “Ciò significa che gli arabi, non per colpa loro, non sono informati o sono male informati, e non possono analizzare e discutere liberamente dei loro problemi quotidiani. La narrazione voluta dallo Stato domina l’opinione pubblica e la maggior parte della popolazione è vittima di questa falsa narrativa". Khashoggi fotografava così il Medio Oriente: "Il mondo arabo ha bisogno di una versione moderna dei vecchi media transnazionali in modo che i cittadini possano essere informati sugli eventi globali. Ancora più importante, dobbiamo fornire una piattaforma per voci arabe. Soffriamo di povertà, cattiva gestione e scarsa istruzione".

La vita di un reporter, uomo o donna che sia, risulta estremamente complicata, pur non facendo piena opposizione e limitandosi ad essere uno scrittore indipendente. 

Tra i Paesi del Golfo, il Kuwait, pur essendo una monarchia, lascia un maggiore spazio al dibattito e all'opinione pubblica rispetto agli altri Paesi; si può scrivere liberamente, a patto che non si critichi l'emiro. Negli Emirati Arabi Uniti, il governo applica un trucco simile: è permesso il dibattito su questioni riguardanti altri Paesi, a patto che non sia il proprio. Anche in Egitto, considerato la culla del giornalismo arabo, la situazione è resa critica dall'influenza del governo. Sempre nelle parole di Khashoggi: "In Egitto un giornalista mente [...] non puoi fidarti di nulla di cui leggi sui giornali Egiziani, non ti puoi fidare nemmeno di un numero".

La forte limitazione della libertà di stampa è anche ripercussione della Primavera Araba, che nella maggior parte dei casi ha visto succedere a momenti di apertura, il ritorno di conflitti e di regimi con restrizioni ancora più severe. Alcuni dei metodi che i governi utilizzano per limitare la stampa sono: cambi di proprietà delle testate, pressione legislativa e finanziaria, denunce pubbliche di singoli giornalisti. Anche per chi ha fatto esperienza di citizen journalism ci sono state pesanti ripercussioni. Fenomeno esploso durante la primavera araba e sviluppatosi attraverso blog e i social, è comunque soggetto a controllo: in Siria il governo ha creato nel 2018 un'apposita corte per i cyber-crimini.

Tra minacce di morte, arresti, torture, rapimenti di familiari, essere giornalisti "etici" in Medio Oriente è quanto di più pericoloso ci possa essere. Secondo il Word Press Freedom Index 2019 di Reporter Senza Frontiere, il ranking del Medio Oriente varia dal 28° posto su 180° di Cipro, al 88° posizione di Israele, fino alla 170° iraniana; quest'ultimo è considerato uno dei Paesi più oppressivi per la libertà di stampa da quarant'anni a questa parte. Inoltre, l'Iran è anche il Paese (assieme alla Cina) con il maggior numero di donne giornaliste detenute, seguito da Turchia e Arabia Saudita.

Per quanto riguarda la Turchia, posizionata al 157° posto della classifica di Reporter Senza Frontiere, la maggioranza dei media mainstream è legata al governo. Tuttavia, è scelta da molti giornalisti del Medio Oriente in fuga dal loro Paese d'origine come luogo sicuro da cui poter continuare a fare informazione. Sono presenti più di 100 organizzazioni che trasmettono dalla Turchia verso altri Paesi del mondo arabo, tra canali TV e giornali online, e più di 1000 i giornalisti provenienti da Paesi come Siria, Egitto, Yemen, Iraq. L'unica condizione è quella di occuparsi degli affari del proprio Paese, non di quelli turchi.

Tra le donne giornaliste che hanno scontato il carcere in Turchia c'è Zehra Doğan artista e giornalista curda, classe 1989. Zehra nel 2010 fonda insieme ad altre donne JINHA, la prima agenzia stampa al femminile turca. Durante la guerra in Iraq e Siria è reporter sul campo, ed è una delle prime a parlare con le donne di etnia yazida liberate dalla schiavitù dell'ISIS nell'Iraq del nord.
Con l'inizio degli scontri tra lo Stato turco e il PKK, Zehra continua la sua missione facendo da reporter dalle città sotto coprifuoco, prima Cizre e poi Nusaybin.

A Nusaybin, vige il coprifuoco di 24 ore e Zehra rimane chiusa in un appartamento (praticamente senza interruzioni) per cinque mesi, assieme a politici del parlamento turco, il sindaco di Nusaybin e altri esponenti, mentre fuori dalle finestre i combattimenti imperversano. È in quei mesi che Zehra riscopre a pieno il suo lato artistico, decidendo di rappresentare il conflitto e le sue conseguenze con dipinti. Disegna sullo smartphone e posta sui social i suoi lavori, che iniziano a circolare riscuotendo un certo successo. Uno di quei giorni, cattura la sua attenzione una foto condivisa dall'account Twitter dell'esercito turco, dove sullo sfondo di una città devastata dai bombardamenti sventolano, in primo piano, bandiere turche appese alle rovine delle case, mentre i soldati con le camionette celebrano la vittoria dell'esercito sul PKK.

Zehra dipinge quella scena, rendendo le camionette delle specie di rettili dalle fauci spalancate, pronte a inghiottire vite: è questo dipinto che poco dopo le costerà l'arresto, assieme ad un articolo in cui Zehra racconta gli effetti del coprifuoco di Nusaybin su una bambina di 10 anni da lei intervistata. La ragazzina affermava: “Quando i carri armati se ne vanno noi ci riversiamo in strada e facciamo rumore per protesta. Penso che facciamo bene. So che le nostre voci verranno ascoltate un giorno”. Queste affermazioni sono state giudicate incitazione alla propaganda terrorista dai giudici turchi. Zehra è stata tenuta in carcere prima del processo per alcuni mesi e, successivamente, condannata a scontare 2 anni 9 mesi e 22 giorni nel marzo 2017.

Nel periodo trascorso nel carcere di Diyarbakir, Zehra non ha modo di fare informazione né arte, ma si ingegna con ciò che trova. Pubblica segretamente e utilizza legno, stoffa e una ciocca di capelli per creare un pennello e continuare a dipingere. I colori li crea con spezie, verdura, sangue mestruale; la tela spesso è un foglio di giornale. Mentre è in una cella con altre 40 persone tra donne e bambini, i suoi dipinti sono messi in mostra in tutta Europa e vince diversi premi, senza che lei ne sia a conoscenza. Anche lo street artist Banksy si dedica alla causa di Zehra, dedicandole un graffito a New York; la solidarietà internazionale che il caso di Zehra riscuote suscita un'ondata di speranza per tutte le donne prigioniere.

Rilasciata nel febbraio 2019, Zehra ha esposto, tra l'altro, alla Tate Gallery di Londra: tutte le sue opere sono rappresentative della lotta curda, tra queste un'installazione video registrata ai tempi di Nusaybin. L'inquadratura è fissa su una tenda blu, che appena viene sollevata dal vento svela al di là delle barricate, macerie e il dolore assordante del conflitto. Subito dopo, la stoffa blu torna al suo posto, a richiamare la pace di un cielo azzurro.


Condividi il post

  • L'Autore

    Anna Carla Zucca

    Laureata in Comunicazione Media Pubblicità all'Università IULM di Milano. Attualmente lavora come giornalista freelance ovvero: scrivo, intervisto, racconto di musica, cibo, tendenze, diritti umani ed Europa. E tutto mi incuriosisce.

    All'interno di Mondo Internazionale ricopre la carica di Segretario della divisione Hub e Vice Responsabile del progetto TrattaMiBene.

Categorie

Dal Mondo Medio Oriente


Tag

Afrah Nasser Zehra Dogan Medio Oriente libertà di stampa libera opinione Donna primavera araba Iran Yemen Turchia reporter art journalist

Potrebbero interessarti

Image

Sorellanza mondiale: dialogo tra donne diverse e unite

Silvia Passoni
Image

Framing the World, IV numero

Vincenzo Battaglia
Image

Genesi del femminismo in Medio Oriente

Fabio Di Gioia
Accedi al tuo account di Mondo Internazionale
Password dimenticata? Recuperala qui