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Quanto costa la guerra al nostro ambiente?

L’avanzata russa in Ucraina sembra non fermarsi e sta diventando, sempre più rapidamente, un’invasione su larga scala. Una guerra che non sta causando solo una crisi umanitaria: nel lungo periodo, risulterà devastante sia per l’ambiente ucraino che per i paesi limitrofi.

I rischi sono molteplici, a partire dalle preoccupazioni di attacchi - intenzionali o meno - nei confronti dei reattori nucleari presenti in Ucraina, come tra l’altro è già successo durante il nono giorno di guerra. I reattori sono situati in quattro siti diversi del Paese e forniscono circa la metà del fabbisogno energetico; attaccarli, quindi, porrebbe seri rischi per approvvigionamento energetico ucraino. I reattori, inoltre, in caso di attacco, potrebbero essere trasformati in miniere radioattive a cielo aperto e i detriti radioattivi potrebbero disperdersi per migliaia di chilometri nell’area circostante, comprese parti della Russia stessa. Fortunatamente, l’attacco russo alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, la seconda più grande d’Europa e che fornisce il 25% dell’elettricità all'Ucraina, non ha causato gravi danni a livello di radioattività: i livelli di radiazioni sono rimasti nella norma e le strutture essenziali non sono state compromesse, ma è stato sfiorato il disastro nucleare in quanto l’attacco poteva essere, secondo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sei volte peggiore di quello di Chernobyl.

Un altro rischio riguarderebbe, a parte le manomissioni da parte delle due parti belligeranti della rete del gas e gli incendi che ne possono conseguire, il settore industriale, fortemente sviluppato in Ucraina orientale e caratterizzato da industrie metallurgiche, fabbriche chimiche, centrali elettriche e miniere in disuso. Eventuali scontri intorno a questi siti potrebbero generare un elevato inquinamento tossico e, di conseguenza, gravi danni alla salute della popolazione locale. L'Ukraine Crisis Media Center ha anche evidenziato l'aumento del rischio di incendi boschivi da fuoco militare o esplosioni

Queste preoccupazioni riguardano soprattutto la regione del Donbas, zona che, fin dall’inizio del conflitto armato nel marzo 2014, era riconosciuta come una delle regioni più inquinate del Paese: la gestione dei rifiuti tossici, derivanti da estrazioni carbonifere, metallurgia e produzione chimica, è sempre risultata molto problematica. La guerra nel Donbas ha portato alla chiusura di numerose fabbriche, senza che però le stesse fossero messe in sicurezza, aumentando notevolmente il rischio di danni permanenti all’ambiente. Per esempio, nella città di Mariupol, i residenti sono costretti a sopportare il costante fuoriuscire di fuliggine e fumo da due impianti siderurgici, nonché il lancio di razzi dalla Russia. Anche azioni quotidiane come bere e lavarsi sono diventate una sfida quotidiana e anni di guerra hanno degradato le infrastrutture idriche della regione, inquinando anche i fiumi. Un altro problema riguarda le miniere abbandonate, ricche di materiali radioattivi che hanno rilasciato sostanze chimiche tossiche nel terreno circostante.

In sostanza, la situazione nel Donbas era già negativa nel 2018 e, con il conflitto attuale, rischia di peggiorare notevolmente.
Senza nulla togliere alla tragedia umana portata dalla guerra in atto, che potrebbe essere la più mortale che l’Europa abbia visto negli ultimi decenni, il danno ambientale è un problema da non sottovalutare.

La guerra non è solo immorale, ma è anche anti-ambientale e, come riporta HuffPost, ricordandoci gli effetti dei conflitti più importanti dello scorso secolo, la storia ce l’ha insegnato.

Durante la prima guerra mondiale, furono impiegate circa 125.000 tonnellate di agenti chimici, mentre durante il conflitto in Vietnam ne furono usate 96.000 tonnellate. Il gas nervino non uccise solo uomini, ma anche animali e in Vietnam le forze armate statunitensi hanno utilizzato erbicidi per defogliare le foreste e stanare il nemico: foreste mai più ricresciute, che hanno perso tantissime specie animali.

"La contaminazione da petrolio nell'Oceano Atlantico a causa dei naufragi della seconda guerra mondiale è stimata dallo studioso Michael Lawrence in oltre 15 milioni di tonnellate". Ancora oggi si possono trovare tracce di petrolio risalenti ai tempi del conflitto.

"L’alluvione del fiume Giallo del 1938, creata dal governo nazionalista nella Cina centrale durante la seconda guerra sino-giapponese, è stata definita il più grande atto di guerra ambientale nella storia", con conseguenze terribili.

Durante la guerra civile ruandese, quasi moltissime persone vivevano nel parco nazionale di Virunga. Secondo il Worldwatch Institute, circa 1.000 tonnellate di legna sono state rimosse dal parco ogni giorno per due anni: alla fine del conflitto, 105 kmq di foresta erano stati distrutti.

"Si stima che 21.136.000 galloni di Agente Arancio siano stati spruzzati in tutto il Vietnam del Sud, esponendo 4,8 milioni di vietnamiti e provocando 400.000 morti e 500.000 bambini nati con malformazioni alla nascita. [...] In generale, i veicoli militari e le armi causano inquinamento atmosferico e producono polveri tossiche. [...] Per esempio, cancro, malformazioni congenite e altre condizioni sono state potenzialmente collegate all’inquinamento ambientale dovuto alle guerre".

Il problema è talmente grande che le Nazioni Unite hanno istituito una Giornata internazionale per prevenire lo sfruttamento dell’ambiente in guerra e conflitti armati, celebrata ogni anno il 6 novembre. Nonostante ciò, e sebbene il passato renda ben chiaro che il conflitto in Ucraina potrebbe portare a costi ambientali altissimi, sembrerebbe che l’uomo non abbia imparato molto dalla storia.


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  • L'Autore

    Lorena Radici

    Lorena Radici studia Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Milano, curriculum: International Cooperation and Human Rights. Nel 2019 ha conseguito una laurea in Scienze della Mediazione Linguistica presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici (SSML) di Varese, specializzandosi nel campo della traduzione e dell'interpretariato in inglese, spagnolo e cinese.

    Durante il suo percorso di studi alla triennale ha avuto l'opportunità di svolgere dei tirocini di traduzione verso la lingua inglese con la redazione di VareseNews e con l'associazione culturale della località del Sacro Monte di Varese. Sempre alla SSML ha poi frequentato il corso di alta formazione in Mediazione Culturale.

    La sua passione per le Relazioni Internazionali è rivolta soprattutto al settore dei diritti umani, dell'immigrazione e della sicurezza internazionale. In particolare, è interessata ai temi riguardanti la criminalità organizzata globale.

    In Mondo Internazionale ricopre il ruolo di Autrice nelle aree tematiche "Organizzazioni Internazionali" e "Ambiente e Sviluppo" e il ruolo di Revisore di Bozze.

    Lorena Radici studies International Relations at the University of Milan, curriculum: International Cooperation and Human Rights. In 2019 she got a degree in Sciences of Language Mediation at SSML in Varese, where she studied Translation and Interpretating in English, Spanish and Chinese.

    During the degree course at SSML she had the opportunity to do an internship in translation with VareseNews and a cultural association of Sacro Monte. She also attended a course of Higher Education in Cultural Mediation.

    For what regards International Relations, she is interested above all in human rights, immigration and international security. Particularly, she is interested in topics related to global criminal organizations.

    Within Mondo Internazionale she is an Author for the thematic areas of "International Organizations" and "Environment and Development" and she also serves as Proofreader.

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Temi Ambiente e Sviluppo Organizzazioni Internazionali Società


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#guerra #russia #ucraina #ambiente #ambiente e sviluppo #guerra ambientale #inquinamento tossico #crisi ambientale

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