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Quando il lavoro diventa schiavitù

Le condizioni precarie in cui soventemente versano le persone in taluni territori dell'Africa e del Medio Oriente, unite alla mancanza di prospettive concrete di lavoro, inducono queste a concedersi a condizioni lavorative al limite dello sfruttamento, al pari del lavoro forzato o cercare fortuna altrove, emigrando. Le condizioni estreme in cui versano le persone, le portano inevitabilmente ad essere profondamente vulnerabili e preda di organizzazioni e individui senza morale, che hanno il solo interesse di sfruttare i bisognosi per un mero guadagno economico.

Lo sfruttamento economico forzato, in settori quali l’agricoltura, le costruzioni, e nei laboratori clandestini, colpisce indistintamente le donne e gli uomini, quasi in uguale percentuale. Invece, i dati riportano che vi è una notevole percentuale di donne e ragazze vittime dello sfruttamento sessuale. Il recente studio condotto dall'ILO, rivela però che sono i minori di 18 anni a rappresentare la più drammatica percentuale di vittime del lavoro forzato nel mondo, costituendo il 40-50 % degli abusati.

Secondo l'ASVIS, Alleanza italiana sviluppo sostenibile, al 2019 la tratta di esseri umani è un problema che affligge oltre 40 milioni di persone nel mondo, specialmente i più vulnerabili, in quanto il 72% delle vittime di questi traffici sono donne ricercate soprattutto per motivi sessuali e bambini.

Lo sfruttamento sessuale che è una piaga globale, che parte dai villaggi e dai paesi, in cui il degrado porta le persone a vivere al limite la sussistenza giornaliera, sino ai ricchi paesi occidentali. Proprio in questi ultimi viene promesso alle sprovvedute e speranzose donne e ragazze un lavoro dignitoso ed un futuro sicuro ma, in realtà, trovano solo abusi e violenze. Oltre a questo drammatico spaccato, vi è anche quello che riporta i dati sulla compra-vendita di organi umani, pratica che viola i più basilari diritti in capo alle persone, primi fra tutti il diritto alla vita e alla dignità umana. Tale pratica è naturalmente proibita a livello europeo come mondiale.

I casi accertati di espianto violento (senza consenso del donatore) negli ultimi dieci anni sono almeno 700. (Fonte UNODC).

In caso di conflitti armati, regioni come l’Africa e il Medio Oriente o l’Asia tendono ad essere più vulnerabili ai traffici. La mancanza di risorse, la povertà e un debole controllo da parte dello Stato, forniscono ai trafficanti un terreno fertile per le proprie operazioni, permettendogli di trarre vantaggio da persone disperate. Come ha riportato Angela Me, capo della sezione Statistiche e sondaggi dell'UNODC, “Durante i flussi migratori avviene la dispersione familiare e ci sono diversi bambini che viaggiano soli e che diventano più soggetti a essere presi e costretti allo sfruttamento”.

Negli ultimi anni si è inoltre delineato un nuovo drammatico trend, lo sfruttamento delle donne africane attirate con l'inganno e poi impiegate come schiave-domestiche in alcuni paesi del Medio Oriente. A queste donne, appena giungono nel nuovo paese, vengono requisiti i documenti, il passaporto per poi essere soggette delle peggiori umiliazioni. Infatti, esse vengono detenute in condizioni disumane, picchiate, violentate, costrette a prostituirsi o a lavorare senza ricevere compenso. Oman, Libano, Arabia sono solo alcuni dei paesi in cui sono avvenute queste violenze.

Le testimonianze di coloro le quali riescono a fuggire sono molto simili tra loro. In molte raccontavano di aver lavorato sino a 21 ore al giorno per stipendi miseri, ricattate dai datori di lavoro e trattenute a forza senza disporre di documenti per poter scappare.

La quota delle “vittime domestiche” è raddoppiata nel corso degli ultimi anni, passando dal 27% registrato nel 2010 al 58% registrato nel 2016.

Da ultimo è doveroso ricordare il lavoro forzato a cui vengono sottoposte, con uno stipendio molto al di sotto di quello che si può considerare il “salario minimo”, numerose donne nei laboratori per la produzione di vestiti per grandi o piccoli marchi della moda. La “necessità”, che si è sviluppata con la globalizzazione della vendita e dell'acquisto di vestiti low cost facilmente sostituibili una volta passati di moda, ha creato un esercito di donne-schiave. Attualmente, nel mondo si utilizzano circa 80 miliardi di capi di abbigliamento all’anno, una quantità 400 volte superiore a quella di 20 anni fa.

Queste donne, sottopagate e costrette a turni massacranti di 16-18 ore al giorno, in laboratori che presentano condizioni igieniche precarie, sono la fortuna di marchi di moda che fatturano cifre record ogni anno.

« Il lavoro forzato è il rovescio della globalizzazione ed è un insulto ai diritti e alla dignità degli esseri umani » ha affermato Juan Somavia, il Direttore Generale dell’ILO; inoltre, « Per raggiungere una globalizzazione giusta e un lavoro dignitoso per tutti, è fondamentale sradicare il lavoro forzato ».



FONTI


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  • L'Autore

    Sofia Perinetti

    Sofia Perinetti è laureata in magistrale in Scienze Internazionali e della Cooperazione, ha approfondito nella sua carriera universitaria e post il lato delle relazioni internazionali che concerne la cooperazione internazionale come strumento di aiuto e sostegno verso paesi terzi.

    E' interessata sin dai primi anni di università alla tutela dei diritti umani e per questo in Mondo Internazionale è presente nel team di Diritti Umani come vice dello Chief Editor, è inoltre presente nel team di grant-management ed infine di GEO. Questi tre team le permettono di esprimere a pieno gli interessi sociali e culturali che la contraddistinguono.

    Sofia Perinetti has a degree in International and Cooperation Sciences, she has deepened in her university career and post the side of international relations that concerns international cooperation as an instrument of aid and support to third countries.

    Since the first years of university she has been interested in the protection of human rights and for this reason in Mondo Internazionale she is present in the Human Rights team as deputy to the Chief Editor, she is also present in the grant-management team and finally in GEO. These three teams allow her to fully express the social and cultural interests that distinguish her.

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