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Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: Missione “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo”

Quella della trasformazione digitale è una delle sei grandi aree di intervento in cui il Regolamento UE 2021/241, che istituisce il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza (il principale strumento di finanziamento del programma Next Generation EU[1]), prevede che ciascuno Stato membro concentri gli sforzi di investimento e riforma descritti all’interno del proprio Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). In particolare, il Regolamento prescrive che almeno il 20% della spesa complessiva prevista dal PNRR sia destinata a finanziare misure atte ad agevolare la transizione digitale.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza presentato dal Governo Draghi alla Camera e al Senato il 26 e 27 aprile scorsi - ufficialmente trasmesso alla Commissione Europea il 30 aprile - si articola in sei missioni, in linea con i sei “pilastri” indicati nel suddetto regolamento. La Missione 1, incentrata su digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo, rappresenta la seconda voce di spesa: dei 191,5 miliardi di euro spettanti all’Italia (dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza)[2], il PNRR prevede che 40,32 miliardi siano destinati alla Missione 1 – pari a poco più del 21%.

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Complessivamente – si legge nel Piano – la Missione 1 mira “a ridurre i divari strutturali di competitività, produttività e digitalizzazione. Questo approccio unitario […] ambisce a produrre un impatto rilevante sugli investimenti privati e sull’attrattività del Paese, attraverso un insieme articolato di interventi incidenti su Pubblica Amministrazione, sistema produttivo, turismo e cultura”. La Missione si articola, infatti, in 3 componenti[3], che aggregano, rispettivamente, misure incidenti sulla Pubblica Amministrazione, sugli attori economici privati e sul settore del turismo e delle attività culturali.

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Si è deciso di riunire entro la medesima Missione investimenti e riforme finalizzati a colmare, al contempo, i divari di competitività, produttività e digitalizzazione che si registrano tra l’Italia e le altre economie avanzate europee – secondo un approccio che il Piano stesso definisce “unitario”. Tale scelta è giustificata dal ruolo svolto dal ritardo nella digitalizzazione, cui l’Italia è soggetta, nel deprimere la produttività dei fattori, la competitività del sistema produttivo (e, più in generale, del Paese) e, in ultimi termini, la crescita economica. Uno dei fattori che più concorrono a determinare l’andamento deludente della produttività in Italia è, in effetti, l’incapacità di cogliere le opportunità offerte dalla rivoluzione digitale. Questo aspetto si annovera anche tra le cause delle difficoltà che l’economia italiana dimostra nel rimanere al passo con le altre economie avanzate, soprattutto in termini di crescita economica. Al ritardo nella digitalizzazione contribuiscono: la prevalenza, nel tessuto produttivo italiano, delle piccole e medie imprese, spesso lente nell’adozione di nuove tecnologie, e la riduzione degli investimenti pubblici e privati in innovazione. Tale ritardo è attestato dall’indice DESI (Digital Economy and Society Index), che sintetizza numerosi indicatori di performance digitale. Il suo ultimo aggiornamento, del 2020, colloca l’Italia al 24esimo posto in UE, con un punteggio di 44 punti (di 9 punti sotto la media europea).

La Componente 1: Digitalizzazione, Innovazione e Sicurezza nella PA

Come già sottolineato, la Missione 1 (“Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo”) del PNRR presentato dal Governo Draghi si articola in 3 Componenti. La prima, aggrega investimenti e riforme tesi a promuovere la digitalizzazione e l’innovazione della Pubblica Amministrazione.

Per quanto riguarda la digitalizzazione, il Piano descrive una serie di interventi finalizzati a dotare la PA di una solida infrastruttura digitale, a sostenerla nell’acquisizione delle necessarie competenze digitali e a promuovere un’estensione e un miglioramento dei servizi digitali offerti ai cittadini. Da un punto di vista infrastrutturale, il PNRR prevede investimenti nella migrazione dei dati delle amministrazioni centrali e locali verso ambienti cloud, nella cybersicurezza e nella trasformazione delle modalità di interconnessione tra le basi dati delle amministrazioni. Quest'ultima permette la piena interoperabilità e agevola, quindi, l’accesso dei cittadini ai servizi della PA (perché l’interoperabilità dei datasets eviterebbe loro di dover fornire più volte informazioni già presentate in passato, conformemente al principio “once only). Invece, riguardo i servizi offerti dalla PA, il PNRR destina più di 2 miliardi di euro a investimenti mirati a migliorare i servizi digitali erogati dalla Pubblica Amministrazione a cittadini e imprese. Si prevedono, in particolare, investimenti nel rafforzamento di piattaforme di servizio digitale già esistenti, come PagoPA o l’app IO, e del sistema di identità digitale attualmente in uso, ma anche protesi allo sviluppo di nuove piattaforme – per esempio, una piattaforma unica di notifiche digitali, che consentirebbe alla PA di inviare notifiche con valore legale in modo del tutto digitale.

L’obiettivo della modernizzazione della PA, invece, viene perseguito attraverso interventi di quattro tipi: 

  • una riforma dei meccanismi di selezione del personale (anche attraverso il lancio di un portale unico del reclutamento, digitale);
  • la modifica di alcune specifiche procedure amministrative, propedeutiche all’implementazione del PNRR;
  • la promozione dell’eccellenza all’interno della PA attraverso il finanziamento di un piano di attrazione, selezione, assunzione, retention e valutazione del talento e tramite il rinnovamento dei meccanismi di carriera e dei modelli di training attuali;
  • la re-ingegnerizzazione delle procedure amministrative, ai fini della loro digitalizzazione.

La Componente 2: Digitalizzazione, Innovazione e Competitività nel sistema produttivo

L'obiettivo delle misure raccolte all’interno della Componente 2 è “incrementare la competitività del sistema produttivo rafforzandone il tasso di digitalizzazione, innovazione tecnologica e internazionalizzazione”. A questo scopo, il PNRR stanzia 13,38 miliardi di euro per il piano Transizione 4.0, contenente misure d’incentivazione fiscale, 6,71 miliardi per lo sviluppo di un’infrastruttura di reti fisse e mobili ad altissima capacità (banda ultra-larga e 5G) e 1,95 miliardi per politiche industriali di filiera e internazionalizzazione. Sono queste le tre priorità a cui sono riservate più risorse all’interno della Componente 2.

Il Piano Transizione 4.0 si propone di promuovere la transizione digitale delle imprese e l’innovazione tecnologica attraverso misure d’incentivazione fiscale degli investimenti in tecnologie all’avanguardia e in ricerca e sviluppo. Il Piano prevede, in particolare, il riconoscimento di crediti d’imposta di tre tipi, a seconda che le imprese beneficiarie investano in (a) beni capitali (beni materiali e immateriali direttamente connessi alla trasformazione digitale dei processi produttivi), (b) ricerca, sviluppo e innovazione o (c) attività di formazione alla digitalizzazione e di sviluppo delle relative competenze. Il Piano Transizione 4.0 rappresenta l’evoluzione del programma Industria 4.0, risalente al 2017. Rispetto a questo, presenta tre fondamentali differenze: l’ampliamento della platea di imprese potenzialmente beneficiarie; il riconoscimento del credito non più su base annuale ma biennale, cioè in proporzione agli investimenti effettuati nel corso di due anni; l’estensione degli investimenti immateriali agevolabili e l’aumento delle percentuali di credito e dell’ammontare massimo di investimenti incentivati.

Per quanto riguarda la costruzione di un’infrastruttura di reti fisse e mobili ad altissima capacità (Very High Capacity Network), il Piano riconosce una priorità in considerazione della natura di General Purpose Technology delle reti a banda larga ultraveloce“in grado di innescare guadagni di produttività e di crescita su larga scala in tutti i settori dell’economia”. Ciò, nella consapevolezza che la loro assenza priverebbe le imprese della possibilità di usufruire di “tecnologie 4.0”, che richiedono collegamenti veloci. Attraverso gli investimenti finanziati dal PNRR, il Governo ambisce a conseguire, entro il 2026, gli obiettivi enunciati dalla strategia europea Digital Compass per il 2030 (in particolare, la disponibilità di connessioni a 1Gbps su tutto il territorio nazionale).

La Componente 3: Turismo e Cultura 4.0

Nella terza Componente sono raccolte misure di investimento e riforma specificamente destinate ai settori del turismo e della cultura. Tali misure sono organizzate in quattro pacchetti. Il primo (“Patrimonio culturale per la prossima generazione”), cui sono destinati 1,10 miliardi di euro, contiene misure finalizzate alla digitalizzazione del patrimonio culturale custodito in musei, archivi, biblioteche e luoghi della cultura. Punta al miglioramento dell’accessibilità ai siti culturali, mediante la rimozione delle barriere fisiche, cognitive e sensoriali che impediscono o limitano l’esperienza culturale degli utenti, e all’efficientamento energetico di cinema, teatri e musei. Il secondo pacchetto (“Rigenerazione di piccoli siti culturali, patrimonio culturale, religioso e rurale”), si compone di investimenti (per 2,72 mld) finalizzati alla promozione dello sviluppo turistico/culturale delle zone rurali e dei piccoli centri, attraverso la valorizzazione del loro patrimonio storico, artistico e culturale. L'obiettivo ultimo di questo tipo di misure è favorire un re-indirizzamento dei flussi turistici internazionali, oggi diretti perlopiù verso i cosiddetti “grandi attrattori”, e una redistribuzione della presenza turistica sul territorio nazionale. In questo modo, è possibile ridurre il sovraffollamento turistico (“overtourism”) cui sono soggette le mete più ambite, che ne mette a rischio la preservazione nel tempo, e favorire la rivitalizzazione del tessuto socio-economico di luoghi di grande valore artistico/culturale ancora poco conosciuti. Al quarto pacchetto (“Turismo 4.0”), infine, sono destinati 2,40 miliardi di euro, da spendere in interventi di miglioramento delle strutture turistico-ricettive e dei servizi turistici. Lo scopo è di promuovere un’offerta turistica basata su sostenibilità ambientale, innovazione e digitalizzazione dei servizi.

[1] Il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza (Recovery and Resilience Facility – RFF) è, in effetti, la componente più rilevante del programma. Esso veicola risorse reperite attraverso l’emissione di titoli obbligazionari dell’UE (come già accade, dal settembre 2020, per il finanziamento del programma SURE), che gli Stati membri dovranno spendere tra il 2021 e il 2026. Complessivamente, il 90% delle risorse messe in campo dal programma NGEU (750 miliardi di euro) è erogato dal RFF. Il Pacchetto di Assistenza alla Ripresa per la Coesione e i Territori d’Europa (REACT-EU) è un altro strumento di finanziamento del NGEU, che però ha una portata decisamente più limitata ed è stato concepito in un’ottica di breve termine (2021-22), per sostenere gli Stati membri nella fase iniziale del rilancio delle loro economie. Per poter usufruire delle risorse del Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, gli Stati membri sono stati chiamati a presentare un piano di investimenti e riforme – il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – conforme alle priorità di spesa indicate all’interno del già citato Regolamento 2021/241.

[2] L’Italia è la prima beneficiaria delle risorse erogate dal Dispositivo. Dei 191,5 miliardi di euro stanziati in suo favore, 68,9 miliardi saranno percepiti in forma di sovvenzioni a fondo perduto, mentre i restanti 122,6 miliardi saranno erogati in forma in prestiti.

[3] Ciascuna componente costituisce un pacchetto coerente di misure complementari, di investimento e riforma, finalizzate al conseguimento di specifici obiettivi in un dato settore.


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  • L'Autore

    Irene Boggio

    IT_ Irene Boggio si è laureata in Scienze Politiche e Sociali presso l'Università degli Studi di Torino con una tesi in Analisi delle Politiche Pubbliche sul ruolo dell'expertise nel policy-making ed è prossima a conseguire la laurea magistrale in Scienze Internazionali presso la medesima università, con specializzazione in Studi Europei. E' inoltre studentessa della Scuola di Studi Superiori "Ferdinando Rossi" di Torino, sin dall'inizio del suo percorso universitario.

    EN_ Irene Boggio graduated in Political and Social Sciences at the University of Turin, with a dissertation in Public Policy Analysis on the role of expertise in policy-making. She is about to earn a masters' degree in International Studies at the same university, specializing in European Studies. She's also been a student at the "Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi" of Turin right from the beginning of her academic journey.

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