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Pannelli solari: solo energia pulita?

Le fonti di energia rinnovabile sono giustamente al centro dell’attenzione come paladine nella lotta al cambiamento climatico. Fermo restando che possono essere considerate l’opzione migliore che abbiamo al momento, capita spesso che la nostra conoscenza a proposito sia quantomeno parziale: non sempre teniamo in considerazione i loro limiti.   

Tutti conosciamo l’energia solare come una delle fonti più importanti e più diffuse soprattutto nel nostro Paese, che gode di un clima adatto per produrne in quantità notevoli. I pannelli solari fotovoltaici sono facili da installare, costano relativamente poco, sono spesso soggetti a bonus per l’acquisto, e una volta messi in funzione hanno bisogno di un impianto elettrico e dell’energia solare, richiedendo sforzi relativamente ridotti per mantenerli.  Sono dunque molto convenienti per l’uso a livello domestico e per le piccole e medie imprese. La produzione di pannelli solari ha subito importanti sviluppi sia nell’uso delle materie prime necessarie per produrli, sia per quanto riguarda la loro resistenza: se normalmente un pannello - installato in condizioni climatiche non estreme - ha una vita di 25-30 anni, gli ultimi modelli durano anche 50 anni. Ciò non vuol dire che dopo tale periodo smettono di funzionare, ma la loro capacità diminuisce all’80%-90% dell’energia prodotta inizialmente per poi scendere.

I materiali che costituiscono un pannello solare sono silicone, metallo, vetro, ma anche metalli preziosi e minerali come argento, rame, e litio. Questi elementi non sono infiniti e devono essere estratti; il processo non è sostenibile a livello ambientale ed è la maggiore causa del carbon footprint (l’impronta ecologica) della produzione di pannelli solari. Diversi studi concordano che un pannello produce circa 50 grammi di anidride carbonica per kilowatt-ora di energia prodotta, tenendo conto anche del processo di produzione (estrazione dei metalli, assemblamento etc). Ciò è molto meno in confronto a carbone (oltre 300g) ed a gas naturale (circa 200g), ma è comunque più dell’energia eolica e nucleare. La produzione di pannelli solari continua però a evolvere verso un impatto ancora minore.

Il problema maggiore dei pannelli solari è il loro smaltimento. Alcune parti possono essere riciclate: vetro, metalli comuni come alluminio, plastica sono facilmente riusabili. Da una parte ciò fa sì che almeno una parte dei pannelli possa essere smaltita in maniera sostenibile; dall’altra, spesso il costo dello smaltimento eccede di molto il guadagno prodotto dalla vendita dei materiali riciclati, offrendo pochi incentivi. Per questo molti Stati si sono mobilitati per rendere obbligatorio un corretto trattamento dei pannelli “esausti”, sia nei loro componenti comuni sia in quelli speciali. Un esempio è la Direttiva Europea sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche del 2012, che si pone l'obiettivo di raccogliere, riciclare e riusare i rifiuti elettronici, i quali contengono quei metalli come il litio.

Uno studio di IRENA e IEA-PVPS prevede che entro il 2050 ci saranno 78 milioni di tonnellate di materiali di scarto provenienti da pannelli solari. Il loro design non permette di estrarre facilmente gli elementi più pericolosi, che possono anche generare perdite inquinanti se lasciati in discarica. Per ora però, abbandonare i pannelli solari in discarica è ancora la scelta più conveniente. Esistono però aziende che si occupano di riciclo, ricercatori, e compagnie produttrici di pannelli solari, che stanno, nella maggior parte dei casi, collaborando per trovare soluzioni efficienti al problema, mentre i governi cercano di elaborare leggi adeguate. Solitamente, la responsabilità della gestione dei rifiuti ricade sul produttore, ma più supporto è richiesto da parte degli Stati sia a livello di incentivi per il riciclo sia nell'investimento nella ricerca per sviluppare pannelli solari più facilmente riciclabili, più duraturi, e più facili da aggiustare in caso di malfunzionamento


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    • L'Autore

      Nadia Dalla Gasperina

      Nadia Dalla Gasperina è studentessa di scienze politiche all’Università di Bologna, dove si occupa di Balcani. Il suo interesse per la diplomazia, le relazioni internazionali, e l’azione civile l’hanno portata a collaborare con diverse associazioni e organizzazioni in Italia e all’estero. Scrive ora nella sezione Ambiente e Sviluppo di MI Post.

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