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Olio di palma: buono o cattivo?

Come accennato nell’articolo precedente, torno parlandovi di un alimento che ha creato parecchie discussioni nel mondo scientifico e non: l’olio di palma.

L’olio di palma rappresenta l’olio vegetale più usato al mondo. È possibile trovare olio di palma nei prodotti dei supermercati, che vanno dalla margarina, ai cereali, dai dolci ai prodotti da forno. Negli ultimi decenni molti studi si sono focalizzati sui potenziali effetti dannosi dell’olio di palma nella dieta, a causa del suo alto contenuto di acido palmitico, con risultati contrastanti. Ma facciamo un passo indietro.

L’olio di palma fa parte del gruppo di macronutrienti chiamato lipidi o grassi e, in generale, gli oli vegetali rappresentano una delle fonti di lipidi maggiormente consumate. Al contrario di quello che si possa pensare, un adeguato quantitativo di grassi è indispensabile in una dieta. Questo perché anch’essi, come i carboidrati e le proteine, sono dei nutrienti di cui il nostro corpo ha bisogno. In particolare, rappresentano le nostre riserve energetiche essendo immagazzinati nel tessuto adiposo, ed inoltre costituiscono le nostre cellule. Difatti, sono i costituenti principali delle membrane cellulari e di alcuni ormoni steroidei indispensabili per la vita e, in aggiunta, servono a trasportare le vitamine liposolubili A, D, E, K. Ovviamente, però, bisogna consumare i lipidi (così come tutti i gruppi di alimenti) in quantità moderata, poiché un eccesso di grassi si può depositare intorno e dentro ad organi importanti, tra cui il cuore, danneggiandoli.

I lipidi “buoni” sono i grassi insaturi, poiché svolgono un’azione protettiva per il nostro organismo; li ritroviamo in alcuni oli vegetali (olio EVO, olio di sesamo, olio di lino, olio di girasole, olio di mais, ecc.), nella frutta secca (noci, mandorle, nocciole, ecc.) e nel pesce grasso come il pesce azzurro, fonte di omega-3.

I grassi saturi, invece, sono da consumare con moderazione perché, se consumati eccessivamente, possono portare a vari stati patologici tra cui aterosclerosi; li troviamo in alimenti di origine animale (formaggi, burro, panna, carni grasse, salumi) e in alcuni grassi vegetali come l’olio di palma.

L’albero di palma è un’antica pianta tropicale autoctona di diversi paesi dell’Africa occidentale, dove le popolazioni locali tradizionalmente usano il suo olio per cucinare. I produttori leader di questo olio sono la Malesia e l’Indonesia che raggiungono l’86% della produzione globale.

L’olio di palma non raffinato, anche conosciuto come olio di palma rosso, contiene sia componenti benefici, come vitamina E, carotenoidi, fitosteroli, sia “impurità”, come fosfolipidi, gomme, prodotti dell’ossidazione lipidica. Le sue proprietà antiossidanti, esercitate soprattutto contro le specie reattive dell’ossigeno (ROS), giocano un ruolo nell’invecchiamento, nelle CVD (malattie cardiovascolari) e nella prevenzione del cancro. Malgrado la buona qualità di quest’olio, le industrie alimentari richiedono olio di palma con colore blando e chiaro, rendendo la raffinazione un passaggio obbligatorio. Il trattamento, oltre a non essere economico e ad avere un imponente impatto ambientale, riduce la qualità dell’olio portando alla perdita di buona parte delle sostanze benefiche. Nonostante ciò, negli ultimi decenni l’uso di olio di palma nelle industrie alimentari è aumentato esponenzialmente per la texture (consistenza), la fragranza e il gusto che garantisce nei prodotti finali. Ma da cosa è composto questo tanto discusso olio tropicale? L’olio di palma è formato da acidi grassi polinsaturi, monoinsaturi e per lo più saturi. Tra tutti gli acidi grassi, il più abbondante è l’acido palmitico, che raggiunge i 41,21g/100g di parte edibile. Il problema dell’olio di palma quindi qual è? L’acido palmitico, insieme all’acido laurico e miristico, è tra gli acidi grassi saturi maggiormente correlati all’insorgenza di malattie cardiovascolari. Quindi, l’olio di palma, se consumato in abbondanza, a lungo termine può portare all’insorgenza di malattie cardiovascolari, come del resto un eccesso di acidi grassi saturi in generale. Ad esempio, anche il burro è da limitare poiché composto da acidi grassi saturi, sebbene contenga molta più acqua rispetto all’olio di palma che invece è più concentrato. Ecco che il discorso cambia ed è più generale, nel senso che non esiste un alimento buono o cattivo, ma esiste la consapevolezza in ognuno di noi che l’eccesso di qualsiasi categoria alimentare è da evitare, variando sempre le scelte sulla propria tavola.


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  • L'Autore

    Maria Parisi

    Maria ha conseguito la laurea magistrale in Biologia Applicata alle Scienze della Nutrizione presso l’Università degli Studi di Milano ad ottobre 2017. Ha effettuato il tirocinio universitario presso l’U.O. di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva del Policlinico San Donato, dove ha appreso alcune conoscenze specifiche. Successivamente ha ottenuto l'abilitazione all'esercizio della professione di Biologo dopo il superamento della prima sessione dell'Esame di Stato del 2018 e si è iscritta all'albo dei Biologi (Sezione A). Attualmente frequenta un master universitario di II livello presso l'Università di Milano-Bicocca, che prende il nome di "Master ADA - Alimentazione e Dietetica Applicata", e lavora in qualità di Biologa Nutrizionista e di docente di biologia, chimica e scienze alimentari.

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Dal Mondo Salute e Benessere


Tag

grassi nutrizione oliodipalma

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