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Nuove incertezze sull’accordo con l’Iran

Foto di copertina: Bundesministerium für Europa, Integration und Äusseres

L’avvento dell’amministrazione Trump sta portando nuove incertezze sul ruolo degli Stati Uniti nella politica internazionale: una di queste è rappresentata dal futuro dell’accordo nucleare con l’Iran, raggiunto con il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) nel Luglio 2015 a Vienna in concerto tra i 5 membri permanenti delle Nazioni Unite e la Germania. L’accordo prevede che l’Iran possa utilizzare il suo reattore ad acqua pesante solo per perseguire lo sviluppo di programmi pacifici sotto la costante supervisione della International Atomic Energy Agency (IAEA), vietandone l’utilizzo per scopi bellici.

Uno dei maggiori fattori di preoccupazione sul futuro dell’accordo scaturisce dalla nomina di Mike Pompeo come possibile direttore della CIA, il quale ha definito l’accordo “con il più grande stato finanziatore del terrorismo del mondo” come “disastroso”. In alternativa, Pompeo vorrebbe sponsorizzare un maggior numero di sanzioni contro l’Iran ed il suo programma nucleare.

Lo stesso Trump aveva annunciato in campagna elettorale che uno dei suoi principali obiettivi una volta ottenuta la presidenza sarebbe stato quello di smantellare l’accordo raggiunto per imporre una nuova linea dura contro l’Iran attraverso nuove sanzioni economiche. In quest’ottica, il nuovo presidente potrebbe ottenere il consenso all’interno del proprio partito, che ha mal sofferto la gestione delle relazioni iraniane da parte dell’amministrazione Obama, un sentimento già pubblicamente noto quando nel Gennaio 2016 i rappresentanti repubblicani al Congresso si opposero fortemente all’annullamento delle sanzioni internazionali.

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Tale mal sentore da parte del partito repubblicano è dovuto al rafforzamento della presenza regionale dell’Iran, al suo sostegno al governo siriano nella lotta contro le forze di opposizione ed all’aumento dell’influenza regionale in Iraq, Libano e Yemen. Si sta quindi delineando una forte opposizione tra la maggior parte dell’amministrazione che andrà a supportare il Tycoon nella sua futura carriera presidenziale, il che potrebbe mettere a rischio l’accordo sul nucleare e le relazioni con l’Iran stesso.

Tuttavia, un approccio così netto potrebbe compromettere le relazioni con gli altri stati coinvolti nell’accordo: l’Unione Europea sarebbe molto più favorevole a mantenere l’accordo e vorrebbe che Trump si impegnasse a rispettarlo, come riferito dai Ministri degli Esteri europei, anche per evitare che ulteriori sanzioni economiche impediscano lo sviluppo degli investimenti e del commercio. Inoltre, se l’accordo dovesse soccombere, l’Iran potrebbe rivolgersi alla Cina ed alla Russia come maggiori interlocutori per le future relazioni, poiché entrambi hanno manifestato forti interessi riguardo all’accesso nel mercato iraniano.

Vladimir Putin ha avanzato un piano di cooperazione con l’Iran nel settore della difesa, attraverso investimenti pari a 40 miliardi di dollari, e del nucleare, finanziando la costruzione di 10 reattori nucleari tra il 2014 ed il 2015; le relazioni russo-iraniane si stanno sviluppando velocemente anche nel settore della cooperazione economica, attraverso interessi comuni nello stabilire una zona di libero scambio con l’Unione Economica Euroasiatica ed affinché l’Iran diventi membro dell’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione (SCO), che mira a proiettare l’influenza cinese e russa nella zona dell’Asia Centrale contro quella statunitense.

Per contro, l’accordo ha suscitato una forte apprensione per Israele, che ha criticato gli sforzi insufficienti degli Stati Uniti per bloccare la firma e l’adozione dell’accordo, definito dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu come uno “sbaglio storico”. Un programma nucleare iraniano costituirebbe un’enorme sfida alla sicurezza regionale di Israele, che teme una possibile egemonia da parte dell’Iran vista la sua forte influenza sul territorio, come sostenuto da Gadi Eizenkot, il comandante delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) durante il suo discorso nel Gennaio 2016 presso l’Institute for National Security Studies, con particolare riferimento alle milizie Hezbollah.

Non si sanno ancora le reali intenzioni di Trump riguardo al futuro dell’accordo ed alle promesse fatte durante la campagna elettorale. Tuttavia, la sfida nucleare non si presenta solo nel Medio-Oriente ma anche nell’Asia del Nord, con un dibattito molto acceso sulla capacità nucleare della Corea del Nord, che solamente nel 2016 ha condotto 2 test nucleari e 22 sui missili balistici. Nel Marzo 2016, Trump aveva dichiarato di voler permettere alla Corea del Sud ed al Giappone di sviluppare delle proprie armi nucleari a favore di un disengagement statunitense; un affermazione sì esagerata ma non troppo irrealistica nella visione di sicurezza dell’establishment politico sud coreano.

Un fatto del genere potrebbe tuttavia compromettere 40 anni di politiche sulla non-proliferazione e destabilizzare tutto il contesto regionale, a partire dalla risposta di Tokyo. In aggiunta, il ritiro da parte del Giappone e della Corea del Sud dal Trattato di non-proliferazione nucleare provocherebbe una risposta mondiale alla deterrenza nucleare ad annullerebbe tutti gli sforzi sinora fatti, a partire dal recente dibattito portato avanti in sede delle Nazioni Unite. Come per l’Iran, c’è bisogno di una nuova figura capace di trattare a viso aperto con le nuove sfide internazionali e solo il futuro ci dimostrerà se Trump ne sarà in grado oppure no.


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  • L'Autore

    Andrea Maria Vassallo

    Studente di scienze politiche appassionato di relazioni internazionali, con un forte interesse per la geopolitica e l'area post-sovietica.

    Il mio impegno in Mondo Internazionale è motivato dal confrontarmi continuamente con contesti e punti di vista diversi, così anche dall'incredibile opportunità di sviluppare e accrescere le soft-skills fondamentali per una maggiore abilità professionale e

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Geopolitica Mondo Medio Oriente


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Iran Nucleare

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