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Una nuova crisi per l'Argentina? Il momento decisivo per Mauricio Macri

Dopo la grave recessione del 2001 e quella del 2014, per la terza volta in meno di 20 anni l’Argentina rischia di essere colpita da una crisi finanziaria ed economica. Le cause profonde di questa irrisolta fragilità sono sicuramente riconducibili all'alto tasso di corruzione, sia istituzionale che nei rapporti tra privati, e, da un punto di vista sistemico, all'incapacità di trasformarsi da paese agricolo di immigrazione in un sistema-paese industrializzato e moderno come hanno fatto Australia e Canada. Tuttavia, le cause immediate di quest'ultimo periodo di difficoltà sono più realisticamente identificabili nella crisi monetaria, che solo dallo scorso aprile ha portato ad un crollo del peso argentino superiore al 40%, e nella siccità che ha colpito duramente il settore agricolo, dal quale dipende buona parte dell'export argentino. [1]

La contemporaneità di questi due eventi rischia di trascinare l’Argentina in una situazione di gravità simile a quella del 1998-2002, quando la moneta si svalutò del 75% e il PIL crollò del 20%, lasciando il segno per tutti i primi anni 2000.

L'origine della crisi

Per capire le ragioni dell'attuale crisi finanziaria bisogna fare un passo indietro e tornare al 2005. In quell'anno e nel 2010 l’Argentina raggiunse con la maggior parte dei propri creditori un accordo di ristrutturazione dei titoli di stato emessi nel 2001 (i famosi tango bond argentini), prevedendo un rimborso pari ad 1/3 del valore nominale di emissione. Nel 2011 due hedge funds americani, Elliott Capital e Aurelius Capital, acquistarono per poche decine di milioni di dollari dei titoli di stato non ristrutturati e intentarono causa al governo argentino per ottenere un rimborso completo, pari al valore nominale dei titoli più gli interessi maturati. Poiché il paese sudamericano aveva emesso i titoli sotto giurisdizione statunitense, la corte distrettuale di New York si dichiara competente a giudicare il caso e nel luglio 2014 emette una sentenza totalmente favorevole ai due fondi. 

L’Argentina si ritrova così a dover pagare un risarcimento di circa 1.3 miliardi di dollari, denaro che avrebbe a disposizione, ma decide di dichiarare un default selettivo per evitare che questa condizione di rimborso venga applicata anche a tutti gli altri creditori, essendo in vigore fino al 31 gennaio 2015 la “Clausola RUFO” (Rights Upon Future Offers), che garantiva il diritto a tutti i creditori (anche quelli che avevano aderito alla ristrutturazione e rinunciato quindi al rimborso completo) a godere della migliore condizione ottenuta da un qualsiasi altro creditore. Lo stato argentino, con riserve monetarie per circa 30 miliardi, si sarebbe così trovato a dover pagare almeno 29 miliardi ai propri creditori, una situazione sicuramente insostenibile.

La situazione di instabilità finanziaria che seguì, con l'impossibilità di finanziarsi sul mercato dei titoli di stato per diversi mesi e la conseguente austerità di bilancio, ha portato ad un'inflazione vicina al 40% [2] e ad una crescita del PIL di appena mezzo punto percentuale nel 2014, rispetto ad una media decennale del 5,1%. [3]

Le conseguenze politiche

Il default dell'estate 2014 ha avuto certamente delle ripercussioni sulle elezioni politiche del 25 ottobre e del 22 novembre, rispettivamente primo turno e ballottaggio. Daniel Scioli, il candidato elencato dalla "presidenta" Cristina de Kirchner (uscente avendo raggiunto il limite dei due mandati), ex vice-presidente sotto Kirchner (marito) e governatore di Buenos Aires, sembrava essere decisamente avvantaggiato nella corsa alla Casa Rosada contro lo sfidante Mauricio Macri, uomo d'affari e politico candidato con la coalizione Cambiemos.

Nonostante infatti la bassa crescita e l'elevata inflazione (ufficialmente al 15%, in realtà sicuramente superiore al 27%), nei mesi precedenti alle elezioni "il salario minimo e la pensione minima erano stati aumentati rispettivamente del 55,2% e del 33%, consentendo alla Kirchner, e di riflesso al suo candidato, di rimanere molto popolare". [3]

Se Scioli vince agilmente il primo turno, al ballottaggio Macri ha la meglio e per la prima volta dal 1916 l'Argentina ha un presidente non Radicale o Peronista eletto democraticamente. La promessa di cambiamento dopo gli anni di "Kirchnerismo" che avevano portato l'Argentina ad essere il secondo paese sudamericano più problematico dopo il Venezuela, la visione pro-business e pro-comunità internazionale proposte da Macri hanno convinto l’elettorato a dare fiducia al candidato di origini italiane.

La presidenza Macri

Macri si insedia nella Casa Rosada con un indebitamento molto elevato, in larga parte con l’estero, e cresciuto di 12 punti percentuali in un solo anno, a causa dell’elevatissima spesa pubblica dovuta alle politiche populiste della Kirchner di distribuzione di sussidi ed aumento delle pensioni. 

Una delle prime misure decise dal nuovo presidente, come già promesso in campagna elettorale, è stata l'eliminazione del sistema di cambi fissi in vigore dal 2011, che sopravvalutava la moneta nazionale di circa il 30%. [4] Questo sistema, se da una parte consentiva allo stato di finanziarsi sui mercati internazionali a condizioni vantaggiose, dall'altra ostacolava pesantemente il commercio estero e rendeva la vita molto difficile agli argentini in viaggio all'estero. Il nuovo regime di cambi flessibili ha portato ad un’immediata svalutazione della moneta del 30%. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, questa decisione, che potrebbe sembrare sfavorevole ad un argentino poiché significa la perdita del 30% del valore dei propri risparmi e investimenti, è stata in realtà largamente apprezzata poiché ha permesso di poter tornare a scambiare pesos con valute estere come il dollaro, cosa che il precedente regime di cambi fissi aveva reso quasi impossibile. Va ricordato infatti che gli argentini sono "innamorati" del dollaro e appena possono convertono i propri risparmi dal peso al dollaro e li conservano letteralmente sotto il materasso. [5

Altre decisioni importanti sono state l’eliminazione dei dazi all'esportazione e la riduzione di quelli sulle importazioni, oltre ad una campagna di lotta alla corruzione e al narcotraffico. Il nuovo corso imposto da Macri, la rinnovata fiducia dei mercati e il basso prezzo del petrolio (dal quale l’Argentina dipende in modo decisivo) hanno consentito al paese di proseguire sulla strada della “normalizzazione”, contraddistinta da buoni risultati economici (crescita superiore al 3% e inflazione "sotto controllo" intorno al 20%) e da un'integrazione maggiore nella comunità internazionale, evitando l’espulsione dal FMI e negoziando l’ingresso nel OCSE.

La crisi

L’incantesimo sembra però rompersi all'inizio del 2018 e il sintomo più evidente è il crollo del peso, dovuto in larga parte a cause esterne ( che similmente hanno colpito altri paesi emergenti come la Turchia e il Brasile): l’apprezzamento del dollaro, sorretto da un'economia americana in forte crescita, ha messo pressione sulle valute dei paesi emergenti e l’aumento dei tassi di interesse sugli stessi bond statunitensi ha spostato capitali proprio dai paesi emergenti agli USA. Tutto ciò si è tradotto in una svalutazione arrivata, a fine giugno e ad agosto, a toccare il -65% rispetto al dicembre 2017.

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Un ulteriore e pesantissimo colpo all'economia è stato inflitto dalla grave siccità che ha colpito le zone di Cordoba e Santa Fe nei primi mesi del 2018, due delle zone più produttive in termini agricoli. L’Argentina è una dei maggiori produttori mondiali di cereali (mais e frumento) e di soia, prodotti che insieme alle carni bovine e suine costituiscono buona parte delle sue esportazioni. La siccità, oltre a far calare direttamente la produzione agricola del 10%, ha avuto pesanti ripercussioni sulla produzione dei mangimi e di riflesso sugli allevamenti animali. La conseguenza è stata un crollo del settore agricolo superiore al 30% nel mese di aprile rispetto al mese precedente e il passaggio in negativo del PIL, dal +2.0% di marzo al -0.9% di aprile. [6]

L'intervento del Fondo Monetario Internazionale

Per il paese, già colpito dall'instabilità monetaria e dall'inflazione che riprende a correre, la siccità è stata un colpo di grazia. Con i mercati finanziari che rischiavano di cadere nel panico, nella prima settimana di maggio la banca centrale alza i tassi di interesse per ben tre volte, fino a portarli al 40% (i più alti al mondo) senza tuttavia sortire effetti: il peso è ancora in caduta libera e la corsa a prelevare e convertire in dollari i propri risparmi rischia di esaurire le riserve monetarie e paralizzare il sistema bancario.

A metà maggio Macri è costretto a chiedere aiuto al FMI, che accorda al paese una linea di credito di 50 miliardi di dollari in cambio di un severo piano di austerità: ridurre la dipendenza dal finanziamento estero diminuendo la spesa pubblica e ricostruire la fiducia degli investitori impegnandosi a ridurre il debito pubblico - arrivando al pareggio di bilancio già nel 2020.

Per risanare il bilancio, il governo argentino si è impegnato a ridurre ulteriormente i sussidi erogati alla popolazione e le spese delle società a partecipazione statale, oltre a rinunciare al taglio delle tasse annunciato in precedenza. Il Fondo Monetario e il governo sottolineano che il taglio della spesa pubblica sarà calibrato in modo da non colpire le fasce più povere della popolazione, escludendo dai calcoli di bilancio le misure di supporto ritenute più urgenti.

Le prime impressioni portano però a ritenere che il piano di aiuti e di tagli non abbia ristabilito la fiducia dei mercati: dall'annuncio del piano la moneta argentina si è infatti svalutata di un ulteriore 15%. Inoltre, per mantenere il sistema di cambio libero (uno degli obiettivi dietro l’intervento del FMI) e  prevenire un’inflazione molto elevata, la banca centrale è costretta a tenere i tassi a livelli molto elevati (il 14 agosto li ha portati al 45%). Tassi così elevati però non possono essere sostenuti per lunghi periodi di tempo senza causare una recessione, eventualità che farebbe naufragare qualsiasi possibilità di riuscita del piano di riforme poiché le entrate fiscali si ridurrebbero e il deficit di bilancio aumenterebbe, costringendo il governo ad ulteriori tagli alla spesa.

Cosa succederà?

Il futuro dell'Argentina dipende dalle prossime mosse di Macri: l'accordo con il FMI è valido fintantoché Macri rimane in carica, visto che non controlla le due camere del Congresso e non può renderlo vincolante per un eventuale successore, il quale difficilmente darebbe seguito a quanto pattuito. I mesi che separano il paese dalle elezioni presidenziali nell'autunno 2019 saranno quindi decisivi per capire in quale direzione si muoverà l'Argentina, se proseguirà nella "normalizzazione" o se ritornerà al populismo.

Il presidente mantiene un consenso intorno al 40% e gli analisti lo danno ancora favorito per la rielezione. Tuttavia, i segnali di dissenso si fanno sempre più evidenti: il 25 giugno uno sciopero generale indetto dai sindacati per protestare contro il piano di riforme ha bloccato il paese e molti che avevano votato per Macri cominciano a chiedersi se non sarebbero stati meglio con un governo populista come il precedente. La strada per la rielezione si preannuncia in salita, soprattutto se come previsto dal FMI il paese dovesse entrare ufficialmente in recessione nel terzo trimestre (una recessione è due trimestri consecutivi con crescita negativa del PIL), specialmente se dovesse durare più di pochi mesi.

La maggior parte delle previsioni sono ottimiste in questo senso: la recessione dovrebbe finire già nel quarto trimestre 2018 e la ripresa dovrebbe essere in accelerazione nel 2019, con l'inflazione sotto controllo (qualora il piano di riforme avesse successo) e l'export agricolo in ripresa grazie alla fine della siccità. 

Se così dovesse essere, Macri ha buone chances di essere rieletto, avendo dimostrato come un'economia ed un paese business-friendly e integrato nei mercati internazionali possano affrontare senza gravi conseguenze dei periodi avversi. Se invece la recessione dovesse persistere, il presidente avrebbe ben poche possibilità di essere confermato alla guida del paese: l'Argentina ritornerebbe molto probabilmente nelle mani dei populisti che l'hanno governata a lungo negli ultimi decenni e che l'hanno fatta passare da essere una ricca economia, fino agli anni '60/'70 paragonabile se non superiore a diversi paesi europei, ad essere appena più ricca di un paese in via di sviluppo, intrappolata in una serie di crisi economiche e politiche senza fine.


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    Leonardo Aldeghi

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