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Mugabe: battuta d'arresto o capolinea?

Foto di copertina: U.S. Navy, Mass Communication Specialist 2nd Class Jesse B. Awalt

Per gli africanisti social, Mugabe è lo Juncker d'Africa: la pagina facebook "Robert Mugabe Quotes" raggiunge i due milioni di iscritti e la satira sullo stravagante dittatore si spreca. Forse queste pagine facebook chiuderanno e il loro irriverente protagonista non verrà più così frequentemente citato e deriso.

Giornate intense ma di calma apparente si susseguono in quella che fu la Rodesia Meridionale. Il 15 novembre, il Presidente Robert Mugabe, alla guida del Paese dalle elezioni del 1980, è stato posto sotto custodia dell'esercito e solamente oggi, venerdì 17 novembre è riapparso al pubblico, partecipando ad una cerimonia di laurea presso la Open University di Harare.
I legami tra esercito e potere politico in Zimbabwe sono a doppio filo sin dalla nascita della Repubblica: Mugabe ha tenuto le redini del Paese per oltre trent'anni grazie al supporto dei militari che hanno ostentato e identificato il Presidente con l'eroe dell'indipendenza, il veterano della guerra e l'icona della liberazione dal giogo coloniale. Il conflitto civile degli anni '80 ha rivelato il potenziale violento e dittatoriale di Mugabe: lasciando alle sue spalle oltre 20.000 vittime nel 1987 ha concentrato nella sua persona tutti i poteri della Repubblica, assumendo contemporaneamente le cariche di Capo di Stato, Capo di Governo e Capo delle forze armate.
La guida di Mugabe, definita dittatoriale dalla politica e dalla stampa occidentale, sembra essere arrivata al capolinea. La "monarchia medievale" - come la definisce il Guardian - sembra essere crollata nel momento esatto in cui i "vassalli" - per mantenere la metafora britannica - hanno spostato il loro supporto dal Presidente al suo braccio destro, l'ex capo dei servizi segreti, il generale Mnangagwa, stretto collaboratore di Mugabe sin dagli anni della guerra per l'indipendenza. Come in molti regimi autoritari il problema della successione desta instabilità e, alla veneranda età di 93 anni, il presidente - non immortale - ha cercato di garantire un seguito alla monarchia Mugabe sostituendo il suo più probabile successore, il generale Emmerson Mnangagwa, con la sua seconda moglie Grace, neofita dell'arena politica e priva della simpatia popolare ma soprattutto di quella delle forze armate.
Il 6 novembre il generale Mnangagwa, considerato da molti l'anello di congiunzione tra l'esercito, i servizi segreti e il partito al potere, viene congedato ed espulso dal partito al governo, il ZANU-PF, per volere del Presidente. L'esercito, impersonato dal generale Costantino Chiwenga, ha dichiarato la ferma volontà di intervenire qualora la lotta interna al partito portata avanti da Mugabe nei confronti di altri veterani di guerra, non si fosse fermata. E alla minaccia ha fatto seguito, mercoledì 15 novembre, l'occupazione dalla rete televisiva statale ZBC e dell'aeroporto. Il capo di stato maggiore, il Generale Sibusiso Moyo, ha dichiarato che le azioni militari in corso puntano a consegnare alla giustizia criminali vicini ai vertici del potere che hanno provocato sofferenze sociali ed economiche al Paese. Nella conferenza stampa, Moyo si è rivolto allo Zimbabwe nel suo insieme: all'amministrazione pubblica, alla giustizia, ai membri del parlamento, ai partiti politici, alle chiese e alle organizzazioni religiose, ai veterani di guerra e alla forze di sicurezza, così come ai media e al popolo. Popolo al quale ha promesso che garantirà il ritorno del Paese ad una condizione di normalità, che permetterà di godere dei diritti e delle libertà.
Parlare di un colpo di stato è affrettato: il Presidente non è ancora stato deposto, la Costituzione non è stata sospesa e, soprattutto, questo tipo di incursioni militari nella sfera politica non sono nuove in Zimbabwe. L'elemento di novità si riscontra nell'inedita opposizione delle forze armate a Mugabe, fino a quel momento "l'uomo dell'esercito".

Il 6 novembre il generale Mnangagwa, considerato da molti l'anello di congiunzione tra l'esercito, i servizi segreti e il partito al potere, viene congedato ed espulso dal partito al governo, il ZANU-PF, per volere del Presidente. L'esercito, impersonato dal generale Costantino Chiwenga, ha dichiarato la ferma volontà di intervenire qualora la lotta interna al partito portata avanti da Mugabe nei confronti di altri veterani di guerra, non si fosse fermata. E alla minaccia ha fatto seguito, mercoledì 15 novembre, l'occupazione dalla rete televisiva statale ZBC e dell'aeroporto. Il capo di stato maggiore, il Generale Sibusiso Moyo, ha dichiarato che le azioni militari in corso puntano a consegnare alla giustizia criminali vicini ai vertici del potere che hanno provocato sofferenze sociali ed economiche al Paese. Nella conferenza stampa, Moyo si è rivolto allo Zimbabwe nel suo insieme: all'amministrazione pubblica, alla giustizia, ai membri del parlamento, ai partiti politici, alle chiese e alle organizzazioni religiose, ai veterani di guerra e alla forze di sicurezza, così come ai media e al popolo. Popolo al quale ha promesso che garantirà il ritorno del Paese ad una condizione di normalità, che permetterà di godere dei diritti e delle libertà.

Parlare di un colpo di stato è affrettato: il Presidente non è ancora stato deposto, la Costituzione non è stata sospesa e, soprattutto, questo tipo di incursioni militari nella sfera politica non sono nuove in Zimbabwe. L'elemento di novità si riscontra nell'inedita opposizione delle forze armate a Mugabe, fino a quel momento "l'uomo dell'esercito".

Come ipotizza la BBC, lo storico leader è "andato troppo in là", sostituendo Mnangagwa con la moglie ha fatto il passo più lungo della gamba perdendo il supporto di coloro che lo mantenevano al potere. Non può che essere però la goccia che ha fatto traboccare il vaso: il Paese versa in condizioni tragiche ormai da oltre un decennio, l'economia soffre di crisi cicliche, la disoccupazione e l'iperinflazione colpiscono la maggioranza della popolazione che, appena è nelle condizioni, cerca di migrare verso Sudafrica, Zambia e Paesi confinanti. Negli ultimi anni l'eroe nazionale Mugabe ha progressivamente perso credibilità a livello internazionale e regionale, ostentando il suo attaccamento al potere e la facilità nell'utilizzo della violenza per mantenerlo e garantire la sopravvivenza del suo "sistema feudale". Se fino ad ora è sembrato che si potesse chiudere un occhio sulla malagestione economica, la povertà diffusa e l'avidità del Presidente, dopo il 6 novembre qualcosa è cambiato e i vassalli sono intervenuti.

L'Unione Africana auspica al ritorno dell'ordine, così come l'ex-madrepatria inglese. Rimane da capire quale ruolo giocherà il partito di opposizione, quale tipo di transizione si cercherà di portare avanti e quale ruolo - se ci sarà - spetterà a Mugabe e alla moglie Grace.


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    Federica Farné

    Viaggiatrice curiosa del mondo. 
    Interessata alle persone e al potere. 
    Stregata dalle mappe e dalle differenze. 
    Laureata bis, cerco il mio posto nel mondo.

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Mondo Africa


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mugabe zimbabwe Africa

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