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Midterms: dove Trump si gioca il Congresso

Tra poche ore sapremo come sarà il nuovo Congresso USA scaturito dalle Midterms 2018. Quest’anno si rinnovano 35 senatori (sui 100 che compongono il Senato) e, come sempre, tutti i 435 rappresentanti della Camera. Vanno anche al voto 36 Stati su 50 per eleggere i Governatori.

Anche se sembra quasi impossibile che Trump riesca a mantenere il controllo di entrambe le camere – dal momento che i sondaggi attribuiscono un Senato ancora più repubblicano ma una Camera che tornerebbe democratica – in realtà non è così improbabile. Innanzitutto per un dato empirico: dal 1934, il partito del Presidente che ha guadagnato almeno 2 seggi al Senato non ne ha mai persi più di 12 alla Camera e non è mai successo che ad un incremento dei senatori corrispondesse una perdita di maggioranza nel Congresso. Trump potrebbe guadagnare 2 o addirittura 3 senatori, nel caso in cui dovesse riuscire a mantenere il Nevada e conquistare Missouri, North Dakota e Indiana dai democratici. Di contro, dovrebbe perdere quindi il doppio dei rappresentanti alla Camera rispetto a Nixon quando, nel 1970, incrementò di 2 unità il Senato ma ne perse 12 alla Camera (mantenendo comunque il controllo di entrambe le camere).

Appurata quindi la tenuta del Senato e anzi un incremento, che in passato è avvenuto solamente in altre 5 occasioni (Midterms del 1934, 1962, 1970, 1982, 2002), risulta chiaro come l’unica blue wave possibile si possa compiere alla Camera. Già qui, risulta una vittoria meno marcata rispetto alle altre 5 volte in cui da una situazione di controllo del Congresso si è creata la condizione che in Italia giornalisticamente ha assunto il termine di “Lame Duck”, ovvero la perdita della maggioranza: nel 1946, 1954, 1994 e 2006 è avvenuta in entrambe le camere (nei primi tre casi alle Midterms del primo mandato, nell’ultimo in quelle del secondo mandato), nel 2010 (alle Midterms della prima presidenza Obama) solo alla Camera ma con una perdita consistente di seggi anche al Senato (-6). Quanto basta per andarci cauti nell’esprimere una certezza di perdita della maggioranza per Trump: con le condizioni di quest’anno, non è mai avvenuta.

Focalizzando l’attenzione sui distretti congressuali in bilico (Toss Up) alla Camera, quelli fondamentali e dunque da tenere d’occhio con maggiore attenzione perché un loro spostamento verso l’uno o l’altro partito potrebbe determinare lo spostamento della maggioranza alla Camera per quello stesso partito, sono CA39, FL26, IA03, KS02, ME02, MI11, NV04 e NY19 per quanto riguarda quelli tendenti democratici e CA45, FL15, MN01, MO02, NC02, NJ03, NY22, PA01, UT04, VA07 e WA03 per quelli che invece tendono, secondo una mia previsione basata sulla direzione del trend dei sondaggi (lo stesso vale, ovviamente, per i distretti tendenti democratici), verso i repubblicani. Tra questi, ce ne sono alcuni particolarmente interessanti: KS02 e ME02 sono considerati “Trump zones”, ma potrebbero passare ai democratici; il FL26 incumbent GOP tende democratico e viceversa il FL27 incumbent Dem tende repubblicano; NC02, PA01 e WA03 sono passati da tendenti repubblicani a molto incerti; infine, forse nel distretto congressuale più importante, lo UT04, l’incumbent Mia Love (R) è seriamente in difficoltà quando il candidato Governatore Mitt Romney (benché candidato alla Casa Bianca nel 2012) è davanti di quasi 40 punti percentuali e tutti gli altri 3 distretti dello Stato sono saldamente assicurati per i repubblicani. Cambi in queste previsioni potrebbero influire pesantemente sul risultato finale e sulla tenuta o meno del Congresso da parte di Trump: è qui che si gioca tutto.

Ma tornando sulle condizioni della sfida, se quelle analizzate prima sono precedenti all’appuntamento elettorale, ci sono almeno 3 chiavi che possono dare una lettura differente del quadro competitivo e suggeriscono un ottimo risultato per i candidati repubblicani non solo al Senato, ma di conseguenza anche alla Camera: 1) l’indice di approvazione di Trump tra l’elettorato nero era tra il 10% ed il 15% nel 2016, mentre ora è dato al 35-40%; 2) l’affiliazione partitica nationwide degli early voters è maggiore per i repubblicani, a differenza del 2016 (quasi l’esatto opposto) e molto simile al 2014, quando Obama perse 13 seggi alla Camera e 9 al Senato con conseguente perdita del controllo anche di quel ramo del Congresso; 3) l’affiliazione partitica degli early voters è maggiore per i repubblicani in tutti gli Stati Toss Up al Senato, tranne in Nevada dove però si registra un miglioramento rispetto al 2016 del 3% che fa ben sperare in una vittoria repubblicana anche lì, dal momento che i democratici (la Clinton) avevano vinto con un margine del 2,4%.


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Insomma, se dobbiamo guardare alle Midterms passate ed agli early votes, ovvero ai dati empirici (imprescindibili per fare delle buone analisi) ed agli unici dati al momento possibili per questa tornata, risulta che Trump abbia la possibilità di mantenere il Congresso.

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 A conferma di ciò, l’affiliazione partitica nationwide dovrebbe essere maggiore per i democratici – dal momento che si trovano in una condizione molto simile ai repubblicani nel 2014, ovvero devono ri-ottenere il controllo di una camera anche se all’epoca, tra l’altro, la Camera era già GOP – e solitamente sono sempre stati più numerosi gli early voters democratici, con i repubblicani costretti a recuperare nell’Election Day. Quest’anno sembra che sia al contrario, e per i Dem si fa più difficile. Soprattutto se si guarda al passato.


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    Alessio Ercoli

    Laureato in Scienze politiche e delle relazioni internazionali all'Università della Valle d'Aosta, studente Erasmus+ presso l'Universitat de Barcelona (2015). Specializzato in analisi politica e geopolitica, appassionato di sistemi di partito e campagne elettorali. Ma anche attivista politico e campaign strategist.

Data di pubblicazione 6 novembre 2018

Tag Midterms USA Trump

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