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L'Unione Europea e il dilemma del Myanmar

Lo scorso 1° febbraio il percorso verso la democrazia del Myanmar ha subito una battuta d’arresto. Le immagini dei blindati birmani, che attraversavano le vie di Naypyidaw durante il golpe e l’isolamento della città a seguito dell’arresto della leader della National League for Democracy (NLD), sono circolate incessantemente in tutti i notiziari. Ci si è dimenticati rapidamente del fatto che Aung San Suu Kyi sia stata una delle personalità più discusse del Sud-Est Asiatico negli ultimi anni, perché quello che è successo ha lasciato delle ombre ancora più consistenti in un Paese che faticosamente stava uscendo da una storia di dittature militari, che durava quasi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Rivedere lo Stato nelle mani dei militari, che continuavano ad avere una notevolissima influenza nella gestione del Paese nonostante la transizione democratica, ha fatto e fa temere che il lavoro svolto nell’ultimo decennio venga vanificato. È un sentimento diffuso, principalmente tra la popolazione birmana, che in questi giorni sta manifestando ininterrottamente perché venga riconsegnato il potere nelle mani di chi lo ha ottenuto legittimamente. È condiviso anche dagli Stati che credevano nel processo di sviluppo del Myanmar, nonostante le gravi accuse per il genocidio che sarebbe avvenuto all’interno del Paese. Le opinioni quasi unanimi di Stati e organizzazioni internazionali hanno condannato il golpe e insistono perché le misure prese dai militari vengano subito revocate.

L’Unione Europea si è espressa in tal senso, con le parole dell’Alto Rappresentante/Vicepresidente dell’UE Josep Borrell, che il 2 febbraio ha condannato il golpe: “L'UE sostiene strenuamente la transizione civile e democratica del Myanmar/Birmania, il processo di pace e la riconciliazione nazionale, nonché lo sviluppo socioeconomico inclusivo del paese. Chiediamo ai militari di rilasciare immediatamente e senza condizioni il presidente, la consigliera di Stato e tutte le persone arrestate, dar prova di massima moderazione, ripristinare le telecomunicazioni, nonché rispettare i diritti umani, la libertà di espressione, le libertà fondamentali e lo Stato di diritto. Li esortiamo inoltre a porre immediatamente fine allo stato di emergenza, ripristinare il governo civile, avviare i lavori del neoeletto parlamento e procedere alle successive nomine del presidente, dei vicepresidenti e del nuovo governo. Siamo pronti a sostenere il dialogo con tutte le principali parti interessate che desiderano risolvere la situazione in buona fede e ripristinare l'ordine costituzionale."

A queste parole ha fatto seguito un discorso dello stesso Borrell al Parlamento europeo la settimana successiva, il 9 febbraio. Visto il perdurare dello Stato di fatto in Myanmar, l’UE ha annunciato che sarebbero state adottate delle sanzioni da discutere nella seduta del Consiglio Affari Esteri del 22 febbraio. La principale preoccupazione che era sorta dopo il discorso di Borrell riguardava il rischio di sanzioni che colpissero la popolazione civile, oltre che il Governo militare, facendo ripiombare le aspettative economiche del Myanmar. I provvedimenti più probabili sembravano comprendere un inasprimento delle sanzioni già presenti, una revisione del piano di sostegno economico al Myanmar, o la riconsiderazione della sua posizione nel regime a fiscalità agevolata. A tale riguardo, attualmente il Myanmar rientra in un sistema di preferenze tariffarie previsto dal Regolamento dell’UE n. 978/2012, in particolare nel regime “Everything but Arms” (EBA). Tale regime prevede delle agevolazioni per l’importazione di merci, con l’eccezione di armi e munizioni, dai Paesi Meno Sviluppati (PMS). Una delle possibilità valutate sembrava essere quella di applicare le disposizioni del Capo V del Regolamento e revocare temporaneamente le misure di agevolazione. Questa opzione lasciava delle perplessità ad alcuni perché rischiava di colpire direttamente i produttori birmani piuttosto che il Governo instaurato.

Proprio questa valutazione ha spinto probabilmente il Consiglio Affari esteri a specificare, al punto 6 delle conclusioni cui si è giunti il 22 febbraio, che l’Unione Europea è pronta ad adottare “misure restrittive che colpiscano coloro che sono direttamente responsabili” e che “cercherà di evitare di prendere misure che possano colpire la popolazione del Myanmar, soprattutto le persone più vulnerabili."

Il Consiglio ha poi affidato alla Commissione Europea e all’Alto Rappresentante il compito di proporre le misure più opportune, lasciando quindi aperta la porta a diverse possibilità. Nei giorni recenti, come in precedenza, è stato soprattutto l’Alto Rappresentante Borrell a farsi portavoce dell’UE. Il 28 febbraio, ha condannato la violenza crescente delle forze dell’ordine birmane in risposta alle manifestazioni della popolazione conseguenti al golpe. Il primo giorno di marzo, invece, ha avuto un colloquio con il Ministro degli Esteri indonesiano, Retno Marsudi che, il giorno seguente, ha incontrato gli altri Ministri degli Esteri dell’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations).

Sul piano internazionale, inoltre, merita una speciale menzione il discorso alla General Assembly dell’Ambasciatore del Myanmar, Kyaw Moe Tun, che il 26 febbraio ha richiamato la comunità internazionale ad intervenire per aiutare il Paese a superare e reprimere il tentativo di colpo di stato “con ogni mezzo necessario”.

L’UE sembra quindi voler adottare come strategia un insieme di sanzioni mirate contro il Governo militare, con ripercussioni minime sulla popolazione civile. Spicca in tal senso la scelta del 23 febbraio di stanziare 39 milioni di euro per gli aiuti umanitari al confine tra Myanmar e Bangladesh, come a testimoniare la volontà dell’Unione di continuare a supportare i due Stati nella situazione di emergenza dello stato Rakhine. Nel frattempo, l’UE si affida all’attività diplomatica dell’ASEAN, nella speranza che l’organizzazione internazionale, di cui fa parte anche il Myanmar, possa contribuire a ristabilire la democrazia e l’ordine all’interno del Paese. Se le proteste della popolazione civile in Myanmar, costate la vita ad oltre 50 persone, ed eventuali interventi di ASEAN e della comunità internazionale saranno sufficienti a far desistere il regime militare dal suo intento di mantenere il potere, è una domanda cui è difficile dare una risposta. La speranza di molti è che si possa avere a breve una conclusione che restituisca al Paese un Governo legittimato dai risultati delle elezioni di novembre.


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  • L'Autore

    Alessandro Micalef

    Laureato in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Milano.

    Ha una propensione per lo studio delle materie umanistiche sin dagli anni del liceo, soprattutto quelle storiche.

    Durante i suoi studi universitari sviluppa un interesse per il Diritto Internazionale ed Europeo, più in particolare per i Diritti dell’Uomo in entrambi i contesti.

    Oggetto della sua tesi di laurea è stato il caso che coinvolge Gambia e Myanmar davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, in cui il Myanmar viene accusato di genocidio ai danni della minoranza etnica Rohingya.

    All’interno di Mondo Internazionale è autore per l’area tematica di Organizzazioni Internazionali.

    Law Graduate from Università degli Studi di Milano.

    He has a propensity for humanistic subjects since high school, especially for historical ones.

    During his academic studies, he develops an interest for International Law and European Law, in particular Human Rights in both contexts.

    His final dissertation was related to the case concerning The Gambia and Myanmar in front of the International Court of Justice, where Myanmar is accused of genocide perpetrated against Rohingya ethnic minority.

    Within Mondo Internazionale he is author in the context of International Organizations.

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Dal Mondo Europa Asia Orientale Temi Organizzazioni Internazionali


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ue Unione Europea Myanmar Asia

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