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Il caos libico tra guerre per il petrolio e frammentazione interna

Lo scorso 15 giugno alcune milizie armate hanno occupato i terminal petroliferi di Ras Lanuf e Sidra in Cirenaica. L’attacco è stato perpetrato in un’area estremamente rilevante per la Libia, nota come la “Mezzaluna petrolifera” - nella quale si registra il 60% della produzione nazionale di greggio. Il principale fautore dell’iniziativa è al Jadran, ex capo delle cosidette Petroleum Facilities Guards (PfG), sorte nel 2011 per il monitoraggio dei siti petroliferi ubicati nel nord-est libico (specialmente quelli di Ras Lanuf e Sidra). Nel corso degli anni le attività delle Pfg hanno subito una drastica evoluzione, passando dalla semplice sorveglianza al possesso e sequestro dei pozzi. Nel settembre del 2016 il generale Khalifa Haftar ha preso il controllo di tali terminali petroliferi, consentendo la loro riapertura dopo un lungo periodo di blocco. Con l’attacco imprevisto e improvviso condotto un mese fa, al Jadran ha tentato di appropriarsi nuovamente dei giacimenti di Ras Lanuf e Sidra. Durante l’occupazione dell’area, le milizie armate non hanno incontrato una solida resistenza da parte dell’esercito di Haftar, il Lybian National Army (LNA) - impegnato intanto nell’insidiosa battaglia per il controllo della città di Derna. Secondo diverse fonti locali, l’offensiva è stata sostenuta dalle Brigate di Difesa di Bengasi (Bdb), gruppo militare ostile al generale Haftar. A seguito dell’attacco, la NOC (National Oil Company), l’ente petrolifero di stato, ha ordinato l’evacuazione di tutto il suo personale in loco per “cause di forza maggiore”. La stessa compagnia ha reso note le gravi implicazioni di quanto avvenuto, stimando un calo di 240.000 barili al giorno. La conquista arbitraria dei pozzi petroliferi è stata prontamente condannata dal governo libico di Serraj (riconosciuto dalla comunità internazionale) e dalla missione dell’Onu in Libia. L’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Perrone, ha definito l’episodio un “passo negativo che aggrava il conflitto e mette in pericolo risorse preziose appartenenti al popolo libico”.

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Nell'immagine è visibile il giacimento di Ras Lanuf 

L’occupazione dei giacimenti di Ras Lanuf e Sidra ha provocato l’immediata reazione del LNA, che ha intrapreso una dura offensiva militare contro le milizie di Jadran. Dopo giorni di bombardamenti e combattimenti, gli uomini di Haftar hanno dichiarato di aver ripreso il controllo dei pozzi petroliferi. Tuttavia, la vittoria dell’uomo forte della Cirenaica non ha comportato la normalizzazione delle attività di produzione del greggio, bensì ha generato un ulteriore focolaio di scontro sulla scena libica. Infatti, Haftar ha deciso di non restituire la gestione (e la vendita) del petrolio alla National Oil Company, ma di impossessarsi unilateralmente dei giacimenti della Cirenaica. Di conseguenza, la sedicente NOC di Bengasi -  organizzazione sottoposta al controllo del governo di Tobruk e non riconosciuta da quella madre -  è divenuta responsabile dell’amministrazione dei giacimenti petroliferi di Ras lanuf e Sidra. L’iniziativa del generale ha pertanto innalzato il livello di instabilità nazionale, facendo saltare il gioco delicatissimo della ripartizione degli utili del petrolio nel paese (di norma, i proventi del greggio vengono interamente versati alla Banca centrale libica che li suddivide fra l’est e l’ovest della nazione). Ovviamente, non sono mancate le polemiche da parte dei vertici della NOC, che hanno sancito l’incompetenza e l’illegalità delle attività condotte dall’organismo rivale di Bengasi. In particolare, il capo della compagnia, l’ingegnere Mustafa Senallah, ha messo in guardia chiunque dall’acquistare il petrolio messo in vendita dall’autorità parallela della Cirenaica. Egli ha aggiunto che ogni tentativo di esportazione illecita di greggio sarebbe una violazione delle precedenti risoluzioni dell’Onu. Inoltre, la NOC ha inviato una lettera alle Nazioni Unite, sollecitando un intervento di questa e chiedendo al Consiglio di Sicurezza di comminare sanzioni ad Haftar e i suoi uomini. Più nello specifico, come riporta il quotidiano britannico Guardian, sono state richieste misure punitive nei confronti di 48 individui ed entità, incluso il presidente della NOC di istanza a Bengasi. La decisione di Haftar di controllare i terminal petroliferi dell’est della Libia ha chiaramente delle serie ripercussioni economiche. In primo luogo, gli introiti statali derivanti dalla produzione petrolifera rischierebbero perdite per milioni di dollari. In più, secondo gli osservatori internazionali, si potrebbe diffondere una maggiore incertezza tra gli acquirenti di greggio libico - che hanno sempre fatto riferimento alla NOC di Tripoli per tutti i giacimenti del paese. Tali implicazioni peserebbero fortemente sull’economia generale libica, già contrassegnata da una grande vulnerabilità: instabilità della bilancia dei pagamenti, inflazione elevata, aumento delle spese di bilancio e del debito interno, servizi pubblici di base inadeguati, scarsità di cibo e di materie prime.

Gli ultimi eventi, dall’offensiva di Jadran al contrattacco di Haftar con le relative ripercussioni, hanno alimentato una crisi che non conosce tregua da 7 anni. Quanto accaduto non mette semplicemente in luce la valenza del petrolio (risorsa indispensabile per la stabilità economica libica), bensì enfatizza un ulteriore fattore che contraddistingue il panorama libico: la sua estrema frammentazione. Si tratta di una segmentazione che ricopre più livelli e che parte anzitutto dalla contrapposizione tra il governo di Serraj e il parlamento di Tobruk subordinato ad Haftar. Le divisioni interne si manifestano altresì attraverso la presenza di innumerevoli milizie armate libiche che rivendicano la loro legittimità. Queste, ostili all’autorità centrale di Tripoli o ad Haftar, hanno controllato - e in taluni casi controllano tuttora - alcune città. Le forze armate a Misurata (che hanno fornito un importante contributo nella lotta all’IS) e le Brigate di Difesa di Bengasi (citate in precedenza e cacciate dalla città da Haftar) costituiscono solo due esempi della molteplicità di eserciti locali stanziati in Libia. Infine, un altro elemento chiave da analizzare è il tribalismo: le tribù, spesso in conflitto tra loro, continuano a possedere un peso decisionale rilevante nel tessuto politico e sociale libico. Alla luce di questa frammentazione, è evidente quanto sia complesso il percorso da perseguire per giungere a una riconciliazione nazionale. Per intraprendere un concreto processo di stabilizzazione del paese è necessario, infatti, coinvolgere la varietà di attori nazionali, locali, tribali che compongono il puzzle libico. Per tali motivazioni, la comunità internazionale ha sinora riscontrato numerose difficoltà nella gestione del dossier libico, fallendo nel suo tentativo di porre fine alla conflittualità. La Francia, grazie all’impulso del suo presidente Emmanuel Macron, si è resa promotrice dell’ultima iniziativa di alto livello nei confronti della Libia -  ossia la conferenza internazionale tenutasi a Parigi lo scorso 29 maggio. Nel corso del meeting  è stato annunciato lo svolgimento delle elezioni presidenziali e legislative libiche il 10 dicembre 2018. Tuttavia, l’accelerazione diplomatica impressa dalla Francia tocca il tema sensibile della spasmodica ricerca di legittimazione dei numerosi players in Libia. Da una parte, infatti, il piano di Parigi punta essenzialmente a un accordo a quattro  (i presidenti dei due congressi rivali di Tobruk e Tripoli più Serraj e Haftar), trascurando gli altri attori. Dall’altra, diverse milizie e gruppi politici, provenienti in particolare dall’ovest del paese, hanno contestato il maggior peso specifico che Haftar e il LNA potrebbero avere in virtù del progetto francese. A fronte di ciò, è deducibile un possibile rischio connesso alle conseguenze della conferenza di Parigi: quello di un incremento dell’instabilità nel paese causato dal presumibile tentativo di tutti quegli attori a identità ibrida (forze armate e loro referenti politici), che si sentono marginalizzati e estromessi dal processo di pacificazione, di ottenere con la forza una posizione negoziale migliore. Questi sviluppi mostrano chiaramente quanto la frammentazione interna alla Libia complichi ogni tentativo di riconciliazione nazionale.


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Cartina dello stato libico con le sue molteplici divisioni interne

La Libia attualmente rappresenta uno dei dossier più caldi a livello mondiale. Dal 2011, anno in cui è stato rovesciato il dittatore Muammar Gheddafi, Tripoli ha vissuto un’incessante esclation di violenze. Il superamento della conflittualità e la stabilizzazione del paese sono essenziali per diverse ragioni. Da un punto di vista regionale, il conseguimento di una riconciliazione nazionale in Libia avrebbe certamente delle ripercussioni positive nel Maghreb - una regione che attualmente è alle prese con diverse problematiche (terrorismo, partenza degli immigrati irregolari, tratta degli esseri umani, il sistema autoritario di Al Sisi in Egitto e una Tunisia che fatica a progredire economicamente e socialmente). Da un punto di vista internazionale, e in particolare europeo, la stabilizzazione della Libia è una premessa indispensabile per un’efficace politica di cooperazione nell’assistenza ai migranti che raggiungono la Libia dall’Africa. La realizzazione del processo di pace libico è determinante in termini di sicurezza nell’ambito europeo, specialmente in riferimento al tema dei migranti e del terrorismo. Tuttavia, una soluzione della crisi appare ancora lontana e gli ultimi eventi descritti avvalorano tale deduzione.


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    Vincenzo Battaglia

Data di pubblicazione 18 luglio 2018

Tag Libia Haftar NOC Petrolio Cirenaica Tripoli

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