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Libano: uno Stato sull’orlo del fallimento [Parte 2]

Divisioni settarie e crisi politica

Nel precedente Focus è stata analizzata la corrente situazione economico-finanziaria del Libano e la crisi energetica che ne è derivata. Il rischio di un secondo default è dietro l’angolo, acuito dal malaffare e dall’élite finanziaria e bancaria che si arricchisce a scapito del bene nazionale e dei diritti della popolazione libanese.

L’oligarchia finanziaria, però, non è l’unica responsabile del collasso: altrettanto colpevole è la classe politica, arroccata sulle proprie posizioni di potere e dedita esclusivamente ai propri interessi. La distribuzione delle cariche pubbliche secondo logiche settarie, inoltre, rende il cambiamento strutturale della governance libanese ancora più problematico e non permette al Paese dei cedri di uscire dal circolo vizioso in cui si trova.

È però notizia di qualche giorno fa che, dopo 13 mesi di stallo politico e di vuoto governativo, è stato creato un nuovo governo con a guida il miliardario Najib Mikati, dopo svariati colloqui con il Presidente della Repubblica Michel Aoun e l’approvazione di Nabih Berri, Presidente dell’Assemblea Nazionale. Mikati, sul quale ricade il peso formale della ricostruzione e del risanamento del Paese, ha dichiarato ai media locali che “la situazione è molto difficile, ma non è impossibile se come libanesi ci uniamo” [1]. Ha stressato dunque sull’unità nazionale e su un indirizzo comune da perseguire. Più facile a dirsi che a farsi, visto che l’individuazione di un bene comune e unitario in Libano non sono concetti così scontati: il settarismo (statuale specialmente e di lascito coloniale) e l’appartenenza confessionale e partitica provocano una forte frammentazione, fomentata da differenze ideologiche che sul piano sociale e quotidiano spesso sarebbero assai sfumate [2]. Proprio per questo, prima di entrare nel vivo del nuovo governo e delle sfide che dovrà fronteggiare, è bene comprendere quanto il sistema settario abbia forgiato il Libano e abbia acuito, negli ultimi anni, la crisi istituzionale.


Il settarismo: eredità coloniale e pratica statale

Il Libano, tradizionalmente, era definito la “Svizzera del Medio Oriente” per la sua variegata composizione culturale, religiosa ed etnica. Anche oggi rimane un crocevia culturale, infatti la popolazione ammonta a circa 6,7 milioni di abitanti, secondo le recenti stime Onu [3]: libanesi di fede musulmana, sia sunnita che sciita, cristiani soprattutto maroniti, ma anche ortodossi, e vi è una piccola percentuale di drusi. Di difficile interpretazione sono invece le stime relative alla percentuale di residenti palestinesi e siriani [4], in quanto spesso non vengono registrati perché posti nelle aree più remote del Paese in campi informali.

La demografia in Libano non è solo un esercizio statistico: ad ogni gruppo di popolazione associato ad una confessione religiosa corrisponde una certa quota in ambito governativo, statale, militare ed economico. Si tratta, pertanto, di una questione fortemente politica e controversa. Tale impianto settario è stato implementato e sfruttato dall’allora potenza coloniale francese, prima dell’indipendenza del Paese, e in parte anche nei decenni successivi, seguendo la classica strategia del divide et impera: dare privilegi ad una minoranza (etnica o religiosa), frammentando ancora di più i gruppi sociali, per evitare una rivolta comune contro l’occupante [5]. La scelta francese è ricaduta sui cristiano maroniti, per ragioni storiche e di vicinanza culturale, i quali sono diventati via via più politicizzati dando vita a un vero e proprio movimento politico che lotterà per l’indipendenza nazionale [6] e la creazione di una nazione libanese di stampo però prettamente cristiano maronita. Questa idea di Stato si scontrerà con quelle degli altri due gruppi confessionali, musulmani sunniti e sciiti, durante la guerra civile (1975-1990) [7].

La fine della guerra civile verrà suggellata dagli accordi di Ta’if del 1989 [8], in base ai quali è stata codificata la divisione settaria del potere legata ai nuovi rapporti di forza, non solo demografici, ma politici e militari, tra i tre principali gruppi confessionali. Dagli accordi post-guerra civile, infatti, verrà dato un ruolo maggiore ai partiti sunniti e soprattutto a quelli sciiti, da sempre ai margini della vita politica ed economica libanese, rappresentati dal partito Amal e dal movimento (affiancato da forze paramilitari) di Hezbollah, il quale ha sfruttato proprio il conflitto per emergere come movimento anti-sistema [9].

Per convenzione, si è stabilita una ferrea suddivisione delle cariche istituzionali: il Presidente della Repubblica deve essere obbligatoriamente cristiano maronita, il Capo di Governo musulmano sunnita e il Presidente del Parlamento musulmano sciita. Teniamo conto che l’ultimo censimento risale al 1970, per cui la composizione demografica risulta decisamente mutata a favore della componente musulmana [10]. Sarebbe necessario cambiare la spartizione delle cariche, cosa che nessuno sembra interessato a fare poiché l’intera classe dirigente predilige lo status quo. Si capisce come in un sistema così cristallizzato sia quasi impossibile generare dei grossi cambiamenti in termini di ricambio della leadership o dei rappresentanti all’Assemblea Nazionale. Ed è per questo che è scoppiata la thawra, la rivolta libanese dell’ottobre 2019 che chiedeva a gran voce la destituzione dell’élite al potere e la cancellazione del sistema settario.


L’impasse politica e le dinamiche interne

È stato proprio il settarismo, fomentato da divergenze ideologiche e da pressioni di attori regionali e internazionali, ad aver reso così ardua la formazione di un nuovo governo. Da Saad Hariri, premier destituito a seguito delle proteste popolari nel 2019, si è passati ad Hassan Diab, indipendente apartitico, che ha guidato un esecutivo ad interim in attesa di potersi dimettere dopo l’esplosione al porto di Beirut [11]. Nel mezzo ci sono stati i round di Mustapha Adib, ambasciatore in Germania, aventi però esiti fallimentari e in seguito tra il noto Hariri e il Presidente Michel Aoun, finiti anch’essi in “divorzio” [12]. Dopo più di un anno si è arrivati al nome di Najib Mikati, ex premier e businessman libanese, il quale è riuscito con non pochi ostacoli ad avere l’approvazione del suo cabinet di 24 ministri: formato da personaggi legati a logiche clientelari e all’élite finanziaria, sempre sulla base della ripartizione confessionale. C’era il rischio che non solo Aoun, ma anche il suo non tanto velato “successore”, il genero Gebran Bassil, ponessero il veto su due ministri cristiano maroniti [13].

Ciò non si è verificato, non si sa se per strategie partitiche in attesa delle prossime elezioni del maggio 2022 (sempre se si svolgeranno) e per via dell’ultimo fatto di cronaca nera verificatosi ad al-Tleil, nel nord del Libano. Un serbatoio illegale di carburante è esploso, uccidendo 28 persone e ferendone 79, mentre i militari lo stavano distribuendo dopo averlo sequestrato da un magnate libanese che vendeva benzina sul mercato nero, approfittando della crisi energetica [14]. Anche la pressione internazionale e la minaccia di sanzioni dell’UE contro le personalità che praticavano ostruzionismo hanno fatto la loro parte [15].

Mikati, come detto da lui stesso, “non ha la bacchetta magica” e avrà l’arduo compito di risanare il Paese e di recuperare credibilità internazionale. Compito tortuoso, vista la presenza di Hezbollah e l’interferenza delle potenze regionali. Questo sarà oggetto del prossimo Focus.

Fonti consultate per il seguente articolo

[1] ISPI, Un governo per il Libano, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/un-governo-il-libano-31625, 10/09/2021

[2] Ufficialmente esistono ben 18 sette in Libano, vedasi la ricerca di Alexander D. M. Henley, Carnegie Endowment for International Peace, Religious Authority and Sectarianism in Lebanon, https://carnegieendowment.org/2016/12/16/religious-authority-and-sectarianism-in-lebanon-pub-66487, 16/12/16

[3] World Population Review, Lebanese Population, https://worldpopulationreview.com/countries/lebanon-population, Luglio 2021

[4] I profughi registrati si trovano nei campi profughi dell’UNHCR o o dell’UNRWA. Per le stime di palestinesi e siriani nei campi informali vedasi Anera, Lebanon, https://www.anera.org/where-we-work/lebanon/. In base a questi dati si tratterebbe di circa due milioni di persone su una popolazione totale di 6,7.

[5] E. Pföstl, W. Kymlicka, Minority politics in the Middle East and North Africa: the prospects for transformative change, in Ethnic and Racial Studies, 2015, Vol. 38, n. 14, pp. 2489–2498

[6] M. Campanini, Storia del Medio Oriente contemporaneo, Bologna, 2014

[7] Britannica, Lebanese Civil War, https://www.britannica.com/event/Lebanese-Civil-War#ref345163

[8] M. Calculli, Come uno Stato. Hizbullah e la mimesi strategica, Vita e Pensiero, 2018

[9] Nonostante le sue origini e la sua spinta contro il sistema, Hezbollah è divenuto un vero e proprio partito politico (mantenendo sempre una forza armata paramilitare), i cui affiliati siedono anche in parlamento e nel cabinet governativo.

[10] Lebanese Information Center, The Lebanese Demographic Reality, https://www.lstatic.org/PDF/demographenglish.pdf, 14/01/2013. L’istituto di statistica ha stimato la nuova composizione demografica (confessionale, etnica), prendendo come fonte principale le liste elettorali e le schede dei votanti registrati per dedurre implicitamente anche coloro i quali non hanno diritto di voto perché minorenni o gli stranieri sulla base di stime Onu. Se si guarda alla popolazione totale, il 65,47% della popolazione è musulmana, mentre solo il 34,35% è cristiana (dati 2011): ciò rappresenta uno scarto fondamentale rispetto ai primi decenni del Novecento in cui la setta maggioritaria era quella cristiana. La tendenza demografica rimarrà questa, nonostante un calo delle natalità dovuto alla pandemia e alla crisi economica.

[11] U. Tramballi, ISPI, Demoni libanesi, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/demoni-libanesi-31311, 2/08/2021

[12] L’Orient-Le Jour, Avec la récusation de Hariri, une aggravation de la crise est inéluctable, https://www.lorientlejour.com/article/1268706/avec-la-recusation-de-hariri-une-aggravation-de-la-crise-est-ineluctable.html, 16/07/2021

[13] Carnegie Endowment for International Peace, Najib Mikati Has Formed a New Lebanese Government, https://carnegie-mec.org/diwan/85316, 10/09/2021

[14] ISPI, Un governo per il Libano, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/un-governo-il-libano-31625, 10/09/2021

[15] S. Halabi, Director of Policy and Co-Founder, Triangle, Financial aid and sanctions: the international community’s (necessary) carrot-and-stick game, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/beirut-one-year-last-call-lebanon-31312, 4/08/2021


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  • L'Autore

    Sara Oldani

    Sara Oldani, classe 1998, ha conseguito la laurea triennale in Scienze politiche e relazioni internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano, con una tesi dal titolo “La protezione internazionale delle minoranze: il caso dei curdi del Rojava”.

    I suoi interessi principali sono la geopolitica e la politica internazionale, in particolare dell’area MENA dove ha potuto svolgere uno stage in Israele e Palestina durante il periodo di studi. La passione per questa zona geografica l’ha spinta a cimentarsi nello studio della lingua araba e della cultura stessa.

    Dopo la laurea ha svolto un tirocinio per una ONG a tutela dei diritti umani e si è trasferita a Roma per intraprendere la laurea magistrale in Criminalità e sicurezza internazionale.

    Attualmente ricopre il ruolo di Caporedattore per il tema Framing the World e da marzo 2021 è autrice per la sezione Medio oriente e Nord Africa.


    Sara Oldani, born in 1998, got a Bachelor's Degree in Political sciences and international relations at the Catholic University of the Sacred Heart, Milan, with a thesis entitled "The international protection of minorities: the case of the Kurds of Rojava".

    Her main interests are geopolitics and international politics, in particular the MENA area where she was able to carry out a stage in Israel and Palestine during the period of study. The passion for this area led her to learn Arabic language and culture.

    After graduating, she attended an interniship for a NGO which promotes human rights and moved to Rome to undertake a Master's Degree in Crime and international security.

    She currently holds the role of Editor-in-Chief for the Framing the World project and since March 2021 she has been author for the Middle East and North Africa section.

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