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Il bisogno di nuove certezze

Guterres, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, si è espresso sul conflitto siriano definendolo un “inferno sulla terra” chiedendo che le parti in causa rispettino i civili e le loro infrastrutture al fine di tutelare, nella maniera più ampia possibile, la protezione dei diritti umani. Sembra paradossale ascoltare certe parole quando il numero delle morti ha superato, e mostra tutta l’intenzione di incrementare, la drammatica cifra del mezzo milione. Sembra altrettanto paradossale che le parole provengano dalla figura che rappresenta la credibilità delle Nazioni Unite, organo che ancora una volta ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue fragilità. C’è una triste ironia nel nome che questo consesso di cento novantasei Paesi si porta appresso dalla fine della seconda guerra mondiale: le nazioni, al suo interno, sono state unite tante volte quante si possono contare sulle dita di una mano, e gli ultimi sette anni lo hanno confermato. Non è solo il fallimento di un sistema completamente ostaggio di un meccanismo obsoleto che non si adatta alle esigenze attuali, ma è anche il fallimento di un’intera dialettica, quella dei diritti umani, che fa acqua da tutte le parti. Il Myanmar, il Congo, la Siria, lo Yemen sono solo un esempio: tutto ciò che si sperava di limitare, combattere, sconfiggere continua a riproporsi con una frequenza sconfortante. Da più parti si invoca una riforma, da tante altre si invita a staccarsi dalla logica realista o neo-realista per approcciarne una istituzionalista [1]La verità è che fintantoché le grandi potenze continueranno ad avere a disposizione il grilletto del veto-paralizzante, prevarrà –e sembrerà sempre più consistente– l’idea che le istituzioni funzionano nella misura in cui rispecchiano gli interessi dei principali Paesi che vi stanno dietro.

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E gli interessi, quelli che forse contano davvero –magari non dal punto di vista macroscopico degli equilibri di potenza, dell’ordine internazionale, del governo del sistema, ma da quello MICROSCOPICO di un cittadino medio siriano al quale la vita è stata strappata sette anni fa– vengono invece messi da parte con una facilità allarmante, di fronte a una comunità internazionale disarmata e totalmente inerme che non è in grado di stare al passo con l’incredibile involuzione degli eventi, e che ormai è troppo distante da quello che accade nei vari teatri regionali. Quei siriani medi che nel 2011 hanno provato ad accennare a una protesta contro il regime imposto da Assad, e subito dopo si sono ritrovati catapultati in una crisi che si protrae da sette anni e che continua a trovare ragioni sempre nuove per alimentarsi. Dapprima protesta pacifica, poi guerra civile. L’elemento domestico che viene meno, a seguito della nascita e dell’affermazione dello Stato Islamico, nel momento in cui l’intervento – più o meno richiesto – di attori esterni la solleva a guerra internazionale, ma sempre dietro il perverso gioco della guerra per procura. L’impressionante quantità di attori non statali che cerca di cogliere l’occasione per ritagliare uno spazio anche per i propri interessi; i toni che si fanno sempre più ruvidi e, infine, il classico dilemma della sicurezza [2] che rischia di innescare una guerra regionale tra i maggiori attori mediorientali che progressivamente si sono inseriti in una scacchiera che definire complessa significherebbe ricorrere a un eufemismo. Quei siriani medi che hanno subìto e continuano a subire una pioggia continua di bombardamenti. Un fuoco incrociato perpetrato in primis dal loro stesso governo, al quale non possono mancare gli statunitensi e i russi, ai quali si accompagnano a loro volta i vari attori regionali come Israele, Turchia e Iran, senza dimenticare attori non statali come Hezbollah, i curdi siriani, le forze ribelli antigovernative siriane e così via. Ciascuno non si è risparmiato nel colpire un Paese [se ancora ne esiste uno] ormai martoriato la cui popolazione [se ancora ne esiste una] è completamente in stato di dissesto.

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La crisi siriana si accompagna a troppi temi che hanno ripreso elementi già evidenti nel passato o li hanno finalmente svelati e la mia intenzione in questa sede è quella di evidenziare brevemente quattro principali questioni. La prima riguarda tutta l’ipocrisia della narrativa della “Global War on Terror”: la guerra globale al terrorismo non esiste. Lo Stato Islamico è passato dall’essere dipinto come minaccia esistenziale, da affrontare per mezzo di una grande coalizione internazionale, a mero attore marginale che una volta spazzato via ha mostrato tutte le fragilità delle “alleanze” che si erano create sul terreno mediorientale. La narrativa che doveva essere comune a tutto il globo ha mostrato che in realtà si è trattato di uno strumento di facciata sotto il quale ciascuno ha portato avanti la propria agenda nazionale e che –nonostante il Consiglio di Sicurezza ancora alla fine del 2017 si sia espresso parlando del terrorismo come una minaccia che vada affrontata da “a sustained and comprehensive approach involving the active participation and collaboration of all States and international and regional organizations to impede, impair, isolate, and incapacitate the terrorist threat”– non è possibile trovare un linguaggio che sia in grado di accomunare le intenzioni dei maggiori attori internazionali. Il secondo elemento da mettere in luce, che sicuramente non rappresenta una novità, riguarda l’inefficienza mostrata dalle principali istituzioni: le Nazioni Unite non hanno potuto che confermare il tradizionale immobilismo che emerge nel momento in cui gli interessi delle principali grandi potenze entrano in gioco e la risoluzione adottata solo cinque giorni fa, il 24 febbraio, ne è la dimostrazione più netta. L’ordine provenuto dalle Nazioni Unite di istituire immediatamente un cessate il fuoco della durata di 30 giorni non è infatti applicato ai gruppi terroristi lasciando margine d’azione alle incomprensioni che gravitano su questo termine e sui gruppi da farvi rientrare. Ancora, nonostante la questione del burden-sharing sia stata messa sul piatto delle relazioni transatlantiche con una certa insistenza da Obama prima, e da Trump poi, l’Unione Europea è rimasta totalmente assente nelle questioni regionali e dai tentativi di risolverle, bloccata dalle proprie contraddizioni e incapacità. Da non trascurare poi sono gli ultimi rivolgimenti delle relazioni Turco-Americane che daranno ancora più forza alle istanze revisioniste della struttura e del concetto strategico della NATO. La terza problematica verte su un problema di cui si discute da molto tempo: un paese è egemone non solo quando ha il potere per farlo, ma quando ha anche l’intenzione di spendere questo potere. L’arrivo di Trump ha mostrato quanto gli Stati Uniti siano sempre meno propensi a guidare il sistema internazionale, trascurando aree regionali ritenute secondarie e tornando a focalizzarsi sulla competizione verso grandi attori come Russia e Cina: dall’idea di “America First”, alla volontà di rivedere i trattati commerciali, ai tagli al peacekeeping contrapposti agli aumenti nel budget per la difesa, alla incapacità di gestire i troppi e diversi impegni dei quali in quanto egemoni si erano sobbarcati (Turchia, Arabia Saudita, Israele, Iran). A questo problema si affianca la contemporanea ascesa di attori intenti a sostituirli nel vuoto di potere che si è venuto a creare: il riferimento è rivolto alla Federazione Russa che nella crisi mediorientale ha intravisto la possibilità di riguadagnare status e peso politico nel sistema internazionale. Tuttavia, così come gli Stati Uniti hanno dovuto rinunciare a gestire le difficili relazioni inter statali, nonostante le risorse possedute, allo stesso modo è probabile che Putin, con ancora meno risorse a disposizione, si troverà, o forse si trovi già, a soffrire le stesse problematiche. Ciò che serve, per mettere d’accordo attori regionali come Turchi, Iraniani, Israeliani, Curdi, Siriani, e Sauditi, è molto di più di un parallelo (a quello Ginevrino) cammino di pace Kazako. Tutto ciò ha delle ripercussioni importantissime sulle dinamiche internazionali, che rappresentano il quarto e ultimo punto: la crescita dell’importanza degli interessi strategici, politici e ideologici regionali rispetto a quelli globali. Ciascuno stato mediorientale sta cercando di dettare la propria agenda perché riconosce il momento propizio: un egemone quasi disinteressato e volto a focalizzarsi sulle grandi potenze e un suo sostituto che gioca a fare la grande potenza senza avere la capacità di proiezione di forza necessaria né tantomeno lo status reputazionale per farlo. Il risultato, la perdita di ogni certezza.


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    Marcello Alberizzi

    Nasco a Milano nel 1995, conseguo la maturità scientifica e mi laureo in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee nel 2017. Attualmente sono studente magistrale in International Politics and Regional Dynamics all'Università degli Studi di Milano. La mia seconda passione è l'analisi dei mercati finanziari e dell'economia globale. La mia qualità migliore? Imparare da chi mi sta di fronte. Il mio obiettivo nella vita? Darle un senso. Il mio motto? "Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore. [...] La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l'abbandono al caso." - Italo Calvino.

Data di pubblicazione 2 marzo 2018

Categorie Geopolitica
Tag Geopolitica Medio Oriente Siria USA Russia Crisi United Nations

Note


Nota n°1
Il realismo afferma l’idea che i veri titolari dell’ordine internazionale siano le Grandi Potenze e che le Organizzazioni Internazionali possano funzionare solo nella misura in cui esse perseguano i loro interessi. L’istituzionalismo si afferma invece come corrente di pensiero che attribuisce un forte ruolo alle Organizzazioni Internazionali nella creazione di cooperazione tra gli attori del sistema e sostiene che esse possano funzionare anche nel momento in cui l’egemone, il portatore di ordine, perda la capacità di svolgere questo ruolo.


Nota n°2
Il dilemma della sicurezza consiste in una spirale di percezioni negative sugli interessi e i comportamenti degli altri attori dovute al carattere anarchico del sistema internazionale. Queste percezioni erronee contribuiscono all’incrinatura dei rapporti e alla militarizzazione fino alla possibilità di giungere allo scontro aperto.


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