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Le innumerevoli forme delle donne dell’Africa occidentale


L'Africa dell’ovest è composta da 16 stati e in alcuni di questi (Burkina Faso, Capo Verde, Gambia, Ghana, Guinea-Bissau, Mauritania, Senegal e Sierra Leone) il gender gap, per quanto riguarda l’iscrizione alla scuola primaria, è stato chiuso. Al contrario, il gender gap lavorativo è molto ampio e ha conseguenze macroeconomiche vistose, basti pensare che se si riuscisse a colmarlo, la Nigeria guadagnerebbe il 31% di PIL. Il gender gap si presenta per diversi fattori, uno di questi deriva dell’enorme discordanza che di frequente sussiste tra leggi e senso comune (ovvero ciò che è dettato da cultura, tradizione e religione). Le donne vengono escluse da decisioni che le riguardano direttamente a causa dell’alto livello di povertà, analfabetismo e una società con un’impostazione prevalentemente patriarcale.

Per fare qualche esempio pratico: in alcuni Stati sono presenti leggi contro il matrimonio minorile, ma l'attività continua in modo quasi indiscriminato. Nell’Africa dell’ovest la percentuale dei matrimoni minorili è più del doppio della media mondiale, che si assesta attorno al 13%. Altra pratica, teoricamente vietata ma socialmente accettata, è quella delle mutilazioni genitali femminili. In Burchina-Faso, due terzi delle donne è vittima di mutilazioni genitali e il 50% degli uomini dichiara di preferire donne circoncise per il matrimonio. Per combattere il fenomeno non mancano interventi a livello statale e regionale; ad esempio, in Benin, il ministero della famiglia e della solidarietà nazionale ha coordinato diverse iniziative che si sono rivelate efficaci. Dal 2001 al 2012 la percentuale di uomini e donne che considera la violenza domestica giustificabile è sensibilmente scesa, dal 60% al 16% per le donne, dal 31% al 15% per gli uomini.

Se il parlamento del Senegal vanta la più alta rappresentanza femminile dell’Africa e la settima a livello mondiale, spesso i governi non si occupano della situazione femminile, anche a causa di conflitti interni e situazioni instabili, che rendono complicato occuparsi dell'agency femminile.

Il Mali soffre un aumento delle violenze dal 2015. Alla base del conflitto, la centenaria disputa tra popolazioni sedentarie (dogon) e quelle nomadi (peul) e l’inefficienza del governo nel sedare la crisi. Nella confusione si sono poi inserite milizie autonome e jihadisti. Di conseguenza, lo Stato risulta indebolito in agricoltura, economia e trasporti, per non parlare del sistema giudiziario.

Al confine con il Mali, il Burkina Faso presenta una situazione altrettanto instabile dall’inizio del 2019: circa 83 mila persone sono state sfollate a causa di attacchi e ritorsioni, il premier si è dimesso senza dare spiegazioni, e la popolazione continua a pagare il prezzo degli scontri tra comunità di contadini e di pastori e gli attentati di gruppi islamici.

Va detto poi che il Burkina Faso è uno dei paesi più poveri del pianeta: il 40% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Se fino a poco tempo fa il Burkina Faso era riconosciuto come stabile e democratico, ora, la sua popolazione si è spostata nei campi profughi, abitati principalmente da donne. L’obiettivo degli attacchi armati  sono uomini e ragazzi, mentre le donne vengono risparmiate. Queste, però, si ritrovano in condizioni drammatiche, costrette a provvedere da sole alla sopravvivenza propria e dei figli. La storia di Jeneba Dicko, riportata da David Signer sul Neue Zurcher Zeitung, assomiglia a quella di altre donne peul. I suoi vicini di casa, da un giorno all’altro, le hanno strappato il figlio di quattro anni, sgozzandolo, poi hanno ucciso suo marito. Jeneba si è messa in cammino con tre figli, di cui uno disabile, fino al campo profughi. Inizialmente Jeneba non mangiava, né beveva o parlava. Alcune donne si sono lasciate morire, altre, che hanno tentato di tornare a casa per controllare il bestiame, sono state minacciate.

Quello di provvedere alla cura dei figli è un problema trasversale ai paesi africani, come spiega l’inchiesta risking death to feed your kids, dell’African Investigative publishing collective, svolto in sette paesi africani tra cui gli occidentali LiberiaNigeria. Nelle regioni più povere, i 2/3 delle donne sono costrette a prostituirsi per sfamare i figli, inviare denaro alle famiglie lontane, saldare la retta universitaria. Generalmente hanno un lavoro di giorno (parrucchiere, venditrici al mercato, bidelle, sarte, cameriere) e di notte si prostituiscono, nonostante la violenza e il rischio di contrarre il virus hiv.

Tra le più soggette, le donne che arrivano in città dalle zone rurali, poiché a causa delle leggi tradizionali che impediscono loro di ereditare e possedere terreni e/o case, non hanno risparmi da investire in nuove attività. La salute delle donne è fortemente in pericolo anche perché la pianificazione familiare è un concetto su cui pesa un enorme taboo: le pillole contraccettive sono disponibili in alcuni ambulatori ma il giudizio sociale è troppo pesante; solo il 17% della popolazione ovest Africana ne fa uso. Al contrario, abbondano gli aborti illegali.

In Liberia, il presidente George Weah ha annunciato un piano per combattere la povertà che prevede aiuti concreti per le ragazze, ma di fatto, nulla è stato concretizzato. In Nigeria c’è un ministero per i diritti delle donne e fondi per i gruppi vulnerabili, di cui però non si conosce l’ammontare. In altri Paesi ci sono programmi a favore delle donne, ma l’attuazione non è sempre scontata o efficace. A peggiorare la situazione di impoverimento delle donne, è proprio la cattiva amministrazione statale in materia di sanità e cura degli anziani. Altresì la cultura gioca la sua parte: l’uomo non è tenuto a occuparsi di figli e famiglia e pochissimi lo fanno nella pratica.

Buttando l’occhio sulla letteratura al femminile dell’Africa dell’ovest, a ricorrere in ogni libro, indipendentemente dalla trama, è il tema della poligamia. Gli scrittori africani, uomini, parlano di poligamia attraverso il problema del mettere d’accordo tra loro le mogli. Per le scrittrici il nocciolo della questione è un altro: si tratta di fare i conti con umiliazione, gelosia, competizione, relazioni che diventano violente. Le donne parlano di poligamia anche come minaccia alla modernità, particolarmente in Nigeria, dove 1/3 delle donne e 1/8 degli uomini tra i 15 e i 49 anni è in un’unione poligama - secondo un censimento del 2008. La fertilità è vissuta con grande apprensione dalle donne africane in unioni poligame, il senso di colpa e la disperazione tornano a galla se tutte le altre mogli riescono a dare eredi e la propria posizione viene avvertita, progressivamente, come inferiore.

Le donne che hanno accesso all’istruzione universitaria godono spesso di maggiore libertà e diritti rispetto a quelle delle zone rurali. In Nigeria, all'università di Maiduguri, conosciuta come luogo di nascita di Boko Haram, la paura, il coprifuoco, gli attacchi terroristici, non sono passati, ma dentro le classi si parla di femminismo radicale e della fine del patriarcato. Dal 2015 l'esercito ha ricominciato a guadagnare terreno contro Boko Haram ma la tranquillità è ben lontana. Tuttavia, nei luoghi di ritrovo le ragazze si concedono uscite per sole donne, si parla liberamente di sesso, amore ed empowerment; si balla tutti insieme fino al mattino. Le studentesse raccontano di volersi concentrare sulla carriera e non sul matrimonio e, allo stesso modo, la pensano le coppie che si vedono passeggiare mano nella mano allo zoo di Maiduguri. Il progetto di Kefas Iliya e Ruth Joseph, studenti universitari intervistati da Dionne Searcey del New York Times, è quello di sposarsi in un paio d'anni ma solo dopo aver terminato gli studi e intrapreso, entrambi, una carriera stabile o quantomeno promettente. Kefas racconta di come contribuirà al mantenimento della casa, senza pensare che il compito vada lasciato unicamente alla sua futura moglie Ruth, e ancora di più quando avranno figli, la loro cura sarà condivisa.

A scardinare il ragionamento tradizionale secondo cui, tra le altre cose, il sesso prematrimoniale è inaccettabile e la cura di casa e famiglia ricade totalmente sulle spalle della donna, ha contribuito anche lo sfaldamento della società tradizionale causato dalle contingenze, dall'effetto Boko Haram. Prima un matrimonio durava 7 giorni, ora si opta per una cerimonia rapida. Il cambiamento non è totale, alcune coppie nascondono ancora la loro relazione fisica ai genitori che non capirebbero. Ma Maiduguri è una città aperta e cosmopolita. Dentro le mura dell'università, in questo momento un professore spiega le radici del patriarcato e come combatterlo.

Tra le fonti consultate:

Gender equality in West Africa? The key role of social norms, Gaëlle Ferrant e Nadia Hamel (https://oecd-development-matters.org/2018/03/08/gender-equality-in-west-africa-the-key-role-of- social-norms/ )

Un anno con le scrittrici africane, Gary Younge, Internazionale, 25/31 gennaio 2019

Alle radici dell'instabilità nel Mali centrale, Stig Jarle Hansen, The Conversation, Internazionale 9/11 aprile 2019

Tra gli sfollati del Burkina Faso, David Signer, Neue Zurcher Zeitung, Internazionale, 26 aprile / 2 maggio 2019

Corpi in vendita, Grand Journal, Repubblica Democratica del Congo, Internazionale 14/20 giugno 2019

Beyond Boko Haram’s Reach, Love and Feminism Flourish, The New York Times, Dionne Searcey (https://www.nytimes.com/2017/12/16/world/africa/beyond-boko-harams-reach-love-and-feminism- flourish.html?rref=collection%2Ftimestopic%2FNigeria)


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  • L'Autore

    Anna Carla Zucca

    Laureata in Comunicazione Media e Pubblicità all'Università IULM, da sempre appassionata di scrittura, giornalismo, letteratura e fumetti. Da circa due anni lavoro come redattrice per alcune testate a Milano. Scrivo, intervisto, racconto di musica, cibo, film, tendenze e anche di cose serie come diritti umani ed Europa. E tutto mi incuriosisce.

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Dal Mondo Africa Diritti Umani


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