background

Le donne e l’aborto in Medio Oriente


Nella maggior parte dei Paesi del Medio Oriente, vigono leggi che vietano l’aborto o, in alcuni casi, non prevedono alcuna disciplina normativa in merito. Gli Stati che permettono, in alcuni casi, un’interruzione della gravidanza prevedono leggi che riducono a due le ipotesi in cui ciò è legale: nei casi in cui la vita della donna sia a rischio e il caso in cui lo stesso sia necessario al fine di salvaguardare la salute mentale e fisica della madre.

A causa di retaggi culturali e sociali diffusi in tutto il mondo, l’aborto è ancora oggi oggetto di numerose controversie, specialmente nei Paesi a maggioranza islamica, dove è considerato come un'ingiustificata interferenza nella volontà di Allah.

In Arabia Saudita, ad esempio, l’aborto è legale nei casi in cui vi sia un rischio per la salute fisica e mentale donna e nelle ipotesi di gravidanza conseguente a episodi di incesto o violenza sessuale.

Analogamente, le leggi sull’aborto in altri Paesi a maggioranza islamica (Kuwait, Giordania, Qatar, Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti) permettono l’interruzione della gravidanza nelle ipotesi di stupro, incesto, menomazioni fetali o di rischio per la salute mentale e fisica della madre.

Tuttavia, nel caso di menomazioni fetali, molto spesso gli esami clinici in grado di diagnosticare questo tipo di patologie devono essere effettuati dopo le prime 20 settimane di gravidanza. A quel punto, in molti Stati del Medio Oriente, non vi è più la possibilità di accedere ad una procedura di aborto legale.

In Turchia, infatti, l’aborto è legale se avviene durante il primo trimestre della gravidanza: la legge nazionale statuisce che, se non vi è alcun rischio per la salute della madre, l’aborto è consentito fino alla 20esima settimana di gravidanza, per qualsiasi motivo. Non vi è, quindi, alcuna restrizione normativa che preveda specifiche ragioni per poter procedere ad una interruzione di gravidanza entro il primo trimestre.

Nelle altre ipotesi, invece, è necessario dimostrare che vi sia un pericolo per la vita o la salute mentale e fisica della madre per poter interrompere la gravidanza (o, ancora, nei casi di menomazioni fetali). Nonostante la Turchia sia il Paese, forse, più garantista sotto questo aspetto, vi sono continui attacchi politici e religiosi alla normativa nazionale descritta. Nel 2012, infatti, migliaia di donne sono scese in piazza per manifestare contro una riforma varata dal Presidente Erdogan, mirata a introdurre delle restrizioni per la disciplina dell’aborto. Dopo aver definito l’aborto come un “omicidio”, il capo di Stato turco ha dichiarato che le donne dovrebbero essere relegate esclusivamente alla sfera domestica.

Attualmente, nel Paese, risulta molto difficile poter procedere a un aborto in ospedali pubblici e, al contempo, per chi volesse rivolgersi a cliniche private i costi sarebbero insostenibili. Il personale sanitario delle strutture pubbliche ha dichiarato più volte di ricevere pressioni da parte delle Autorità locali al fine di non erogare tale servizio.

Anche in Iran l’aborto è legale solo nei casi in cui vi sia un rischio per la vita della madre (e comunque non oltre la 19esima settimana), ma per poter procedere all’interruzione della gravidanza è necessario, oltre al consenso scritto della donna, anche il consenso di tre medici specialistici. In ogni caso, nella Regione si è assistito, negli ultimi anni, ad un incremento di procedure di aborto legali, unitamente a una maggiore presa di coscienza e maggiore informazione sul tema.

In Palestina, la “Palestinian Family Planning and Protection Association” si occupa di garantire assistenza sanitaria alle donne del Paese, tentando di influenzare il Governo locale a riformare le normative fin troppo restrittive sull’aborto.

Quest’ultima pratica è legale nel Paese, ma solo nei casi in cui vi sia un rischio per la vita della madre e, tuttavia, il concetto di “rischio per la vita” è suscettibile di diverse interpretazioni. Infatti, molti medici si rifiutano di provvedere a interrompere una gravidanza, adottando un’interpretazione restrittiva del concetto sopra richiamato.

Non vi è, neppure, un chiaro inquadramento normativo della fattispecie, in quanto non vi è alcuna legge che stabilisca quale sia il periodo entro il quale l’interruzione di gravidanza possa essere considerata legale.

La diretta e tragica conseguenza di tale condizione socio-culturale risulta essere un ricorso sempre maggiore a procedure di aborto clandestine e dannose, che comportano, purtroppo troppo spesso, il decesso della donna. Difatti, ogni anno si registrano circa 50.000 decessi dovuti a complicazioni derivanti da metodi pericolosi di interruzione di gravidanza, con un’incidenza maggiore nella regione del Medio Oriente.

Vi è poi da considerare che le normative nazionali, restringendo i casi di aborto legale alle sole ipotesi del pericolo per la salute della madre, colpiscono inevitabilmente i ceti sociali più deboli. Questo in virtù del fatto che coloro che hanno possibilità economiche, sono costrette spesso a viaggiare in altri Paesi per poter procedere all’interruzione di una gravidanza indesiderata, mentre per i più poveri l’unica alternativa è il c.d. “mercato nero” (in Iran, ad esempio, il costo per un intervento chirurgico di interruzione della gravidanza può arrivare fino a 40,000,000 Rial, che corrispondono a circa 800 euro).

Inoltre, laddove vi sia la possibilità di poter accedere a tecniche legali e consentite di interruzioni di gravidanza, vi è comunque scarsa informazione e un totale isolamento per le donne che intraprendono tale tipo di decisione (che dovrebbe richiedere, necessariamente, anche un supporto di natura psicologica).

Ad oggi, pertanto, la questione dell’aborto è un tema purtroppo ancora molto scomodo dal punto vista sociale e culturale. Si tratta di un problema che ha delle inevitabili conseguenze per le donne, in relazione alla propria possibilità di poter intraprendere delle decisioni libere circa la propria vita e la propria sfera più intima e delicata, quella della maternità, che dovrebbe essere esente da qualsivoglia intromissione esterna.

Le seguenti fonti consultate per la redazione di questo contributo sono liberamente consultabili:

Ephrat Livni, “Saudi Arabia’s abortion laws are more forgiving than Alabama’s”, in “Quartz”, 25 maggio 2019

(https://qz.com/1628427/saudi-arabias-abortion-laws-are-more-forgiving-than-alabamas/)

Hazal Atay, “When abortion is Haram, women find strategies to claim their rights”, in “SciencesPo”

(https://www.sciencespo.fr/programme-presage/en/news/when-abortion-haram-women-find-strategies-claim-their-rights.html)

International Campaign for Women's Right to Safe Abortion, “TURKEY – Health professionals slam government demand for names of women who have had abortions as part of “terror investigations”

(https://www.safeabortionwomensright.org/turkey-health-professionals-slam-government-demand-for-names-of-women-who-have-had-abortions/)

International Campaign for Women's Right to Safe Abortion, “Palestine – Stories from Palestine

(http://www.safeabortionwomensright.org/palestine-stories-from-palestine/)

International Campaign for Women's Right to Safe Abortion, “TURKEY – De facto abortion ban means women face dangerous conditions to obtain abortion”

(https://www.safeabortionwomensright.org/turkey-de-facto-abortion-ban-means-women-face-dangerous-conditions-to-obtain-abortion/)

International Campaign for Women's Right to Safe Abortion, “IRAN – Women’s bodies have become a battleground in the fight for Iran’s future

(http://www.safeabortionwomensright.org/iran-womens-bodies-have-become-a-battleground-in-the-fight-for-irans-future/)

International Campaign for Women's Right to Safe Abortion, “IRAN: Rise in abortion rates

(https://www.safeabortionwomensright.org/iran-rise-in-abortion-rates/)

Safe Abortion, “Calls for legal reform to allow abortions after 120 days of pregnancy for fetal anomaly in the United Arab Emirates”, in International Campaign for Women's Right to Safe Abortion

(https://www.safeabortionwomensright.org/calls-for-legal-reform-to-allow-abortions-after-120-days-of-pregnancy-for-fetal-anomaly-in-the-united-arab-emirates/)


Condividi il post

  • L'Autore

    Simona Maria Destro Castaniti

    Diritto Penale: Praticante Avvocato e Tirocinante presso l’Ufficio del GIP.
    Diritto Internazionale: Tesi di Laurea in Diritti Umani, partecipazione ai progetti MUN, esperienze all’estero (in particolare: Kosovo, Costa Rica, Stati Uniti d’America).
    Competenza linguistica in lingua Italiana (madrelingua), Inglese (C2) e Spagnola (B1).



    Criminal Law: Trainee Lawyer and Intern at the Office of the Judge for the Preliminary Inquiries.
    International Law: Dissertation on Human Rights, participation at MUNs projects, experiences abroad (in particular: Kosovo, Costa Rica, USA).
    Linguistic Competence in Italian (mother tongue), English (C2), Spanish (B1).

Categorie

Diritti Umani


Tag

#middle east #Humanrights #abortion #woman

Potrebbero interessarti

Image

L'imprenditoria femminile Medio Oriente tra divieti e tabù

Sofia Perinetti
Image

Le donne e l’aborto in Medio Oriente

Simona Maria Destro Castaniti
Image

La pena di morte prevista per le donne adultere in Asia

Simona Maria Destro Castaniti
Accedi al tuo account di Mondo Internazionale
Password dimenticata? Recuperala qui