background

Le donne e il diritto all'equo processo in Medio Oriente

Il diritto all’equo processo è il diritto di ciascun individuo (senza alcun tipo di discriminazione basata sul sesso, razza, religione, ecc.) di vedere le proprie garanzie processuali rispettate, tra le quali: una ragionevole durata dei processi, il diritto a non essere giudicato colpevole prima della sentenza di condanna (c.d. “presunzione di innocenza”), il diritto al contraddittorio tra le parti, e così via.

Tali principi appaiono quasi automatici e sottintesi nella tradizione giuridica dell’Occidente, dati i numerosi trattati internazionali sui diritti umani che vincolano gli Stati a rispettare tali garanzie.

Eppure, nelle altre parti del Mondo, in particolare in Medio Oriente, si può facilmente (e altrettanto tristemente) appurare che tali principi basilari non vengono riconosciuti e rispettati allo stesso modo, specialmente per quanto riguarda la figura della donna, che viene costantemente discriminata in ragione del proprio sesso.

In Paesi come il Bahrain, il Libano e la Siria, le donne sono spesso costrette (attraverso minacce di violenza sessuale o di atti di tortura) a denunciare i propri mariti o i propri fratelli, se questi sono attivisti per i diritti umani. Diversi report stilati da ONG interessate a tale tema hanno rivelato che in moltissimi casi le donne vengono punite con pene più alte (tra le quali figura anche la lapidazione). Inoltre, alle imputate di sesso femminile non vengono garantiti gli stessi diritti processuali riconosciuti, invece, agli uomini, come ad esempio il diritto ad essere assistiti da un interprete. In molte ipotesi, infatti, le donne vengono incentivate a firmare delle dichiarazioni in una lingua diversa dalla propria, con l’illusione che tali dichiarazioni valgano come consenso alla scarcerazione, quando invece (il più delle volte) si tratta di confessioni false.

In Iraq, sebbene sia codificato nella Carta Costituzionale del Paese (ratificata nel 2005) il diritto a non essere discriminati in ragione del proprio sesso in Tribunale, ciononostante tale principio resta meramente teorico: innanzitutto, vi è una diffusa ignoranza circa i diritti processuali e - in generale - il sistema giuridico, specialmente nelle zone rurali, dove le donne sono costrette a vivere in sistemi patriarcali. In questi casi, tra l’altro, molto spesso gli organi giudicanti richiedono alle donne coinvolte in cause processuali di nominare alcuni parenti maschi al fine di proseguire il giudizio in loro vece. Da ciò derivano inevitabili conseguenze durante il processo, come l’impossibilità di rendere dichiarazioni di persona e di interagire con il proprio legale.

Vi è poi la tragica questione dei c.d. “delitti d’onore”: la pena massima prevista per il caso di uxoricidio, secondo il codice penale iracheno, è di 3 anni di reclusione, nel caso in cui il marito colga in fragrante la propria coniuge fedifraga. Pene ancor più basse sono, poi, comminate nelle ipotesi di femminicidi basati su c.d. “motivi di onore”. Si deduce, pertanto, che gli uomini sono evidentemente avvantaggiati durante il processo, in quanto è sufficiente dimostrare che vi fosse un motivo di onore alla base del delitto per poter ottenere un’attenuante e, consequenzialmente, uno sconto di pena.

Ad aggravare maggiormente tale tragica situazione, sono le minacce di morte dirette ai difensori legali delle vittime di stupro o di violenza sessuale; a causa di tale diffuso clima di terrore, di norma le famiglie delle vittime sono restie a denunciare tali tipi di violenza e preferiscono, piuttosto, procedere autonomamente alla sepoltura delle proprie figlie e sorelle e affermare che il decesso è avvenuto in un contesto di violenza e scontri con le forze di polizia.

Un tentativo di cambiamento del sistema si ebbe nel 2001, quando il Governo locale curdo elevò a 15 anni di reclusione la pena per l’omicidio della propria coniuge. Tuttavia, tale riforma non ebbe effetto nel restante territorio iracheno. Nel 2008, fu avanzata la proposta di punire tali fattispecie con la pena dell’ergastolo o della pena di morte; tale iniziativa trovò l’opposizione dei partiti a maggioranza Sciita e Sunnita, i quali giustificano tali tipi di crimini sulla base della Shari’a.

Nonostante la Costituzione irachena proibisca gli arresti arbitrari, le detenzioni in carcere effettuate senza i presupposti di legge e gli atti di tortura, molte donne irachene hanno dichiarato di essere state arrestate illegalmente e trattenute in carcere per anni, senza la possibilità di consultare un legale o di affrontare un equo processo. Molte vittime dichiarano, poi, di aver subito violenze sessuali da parte del personale penitenziario, nonché dai membri delle Forze dell’Ordine, i quali utilizzano tali metodi violenti per estorcere una confessione.

Tale ultima ipotesi è una chiarissima violazione del principio, oramai consolidato e codificato dalla maggior parte dei Paesi del Mondo, del divieto di utilizzare durante il processo la confessione estorta con tortura.

Vi è, però, una sorprendente previsione normativa nel sistema giuridico iracheno che consente alle donne detenute in carcere di portare con sé i propri figli (se in tenera età) e di affidarli ai servizi di assistenza forniti dagli istituti penitenziari, nel caso in cui gli altri membri della famiglia siano impossibilitati ad accudirli.

In molti casi, nei Paesi del Medio Oriente, dal punto di vista strettamente processuale la legge locale richiede che la testimonianza resa in giudizio da parte di una donna sia, poi, confermata da un’altra donna, al fine di esser considerata attendibile, mentre tale previsione non vale per i testimoni di sesso maschile, che possono rendere testimonianza singolarmente. E tale fattore incide inevitabilmente sull’attendibilità che le testimonianze rese dalle donne possano avere in giudizio; se, come si è detto, vi è una diffusa reticenza a denunciare i crimini di violenza sessuale, è chiaro che è ancora più arduo tentare di convincere un’altra donna a confermare tali denunce.

In Arabia Saudita, la situazione non pare essere troppo differente. Recentemente, si è assistito a un processo nei confronti di alcune attiviste per i diritti delle donne nella Regione (Aziza al-Yousef, Eman al-Nafjan e Hatoon al-Fassi e altre). Le imputate erano accusate di crimini informatici e alle stesse venne negato il diritto a poter interloquire con il proprio difensore, così come altri diritti processuali.

Alcune delle imputate hanno dichiarato di essere state torturate e stuprate in costanza di detenzione, ma tali affermazioni vennero immediatamente smentite dalla Procura saudita.

In un panorama siffatto, è evidente che la tutela dei diritti umani e, in particolare, del diritto all’equo processo per le donne è ben lontana dall’essere effettiva. In Paesi nei quali la Shari’a si configura ancora quale Legge di Stato, appare ancor più arduo poter codificare normativamente le garanzie dell’equo processo per le donne.

Le seguenti fonti consultate per la redazione di questo contributo sono liberamente consultabili:

Freedom House, Women's Rights in the Middle East and North Africa 2010 – Iraq, 3 March 2020, available at: https://www.refworld.org/docid... [accessed 20 October 2019]

BBC News, Saudi Arabia puts women's rights activists on trial, 13 March 2019, available at: https://www.bbc.com/news/world... 47553416?fbclid=IwAR3bjv4jd59qVK7DKzD6sRt_-jjhoG1iNLsRXdNhVtW18yeT3cS_SDjLsYg

Amnesty International, Middle East and North Africa: The right to a fair trial is a basic human right, available at: https://www.amnesty.org/download/Documents/156000/mde010061998en.pdf?fbclid=IwAR1VFZhqE83mF4btlXZnmeCH-c2spsd2rPcDoM3LT1SaxeViYQ5OXYXs1AM

Le Fevre Cervini E. M., Arabia Saudita. Uno Stato islamico contro le donne e i diritti, in Diritti Comparati, 7 novembre 2016, available at: http://www.diritticomparati.it/arabia-saudita-uno-stato-islamico-contro-le-donne-e-i-diritti-di-liisa-limatainen-castelvecchi-2016/?fbclid=IwAR2dRW3jHzW_HPU6QdY8P1VAmV71T49Eosm45Z_VcbdocIv9Sg_6YMgr-dc


Condividi il post

  • L'Autore

    Simona Maria Destrocastaniti

Categorie

Diritti Umani


Tag

equoprocesso Medioriente Donne DirittiUmani

Potrebbero interessarti

Image

Il forte carisma di Loujain Al-Hathloul e Israa al-Ghomgham

Valeriana Savino
Image

GUIDA: DONNE NEL MONDO ARABO

Sofia Abourachid
Image

Donne e seduzione femminile in Africa

Sofia Abourachid
Accedi al tuo account di Mondo Internazionale
Password dimenticata? Recuperala qui
Diventa Associato