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La violenza ha un genere?

Minimizzazione ed enfatizzazione di un fenomeno complesso

Creare un reato ad hoc è la giusta via per evitare la discriminazione? Per promuovere l’uguaglianza di genere? Per attribuire alla donna pari dignità e liberarla dalla connotazione di vittima?

Fonti Istat hanno evidenziato l’andamento delle vittime di omicidio volontario per genere tra il 1992 e il 2018, con valori per 100.000 abitanti. Il grafico ha, prima di tutto, rilevato un calo significativo degli omicidi totali, precisamente da 2,24 nel 1992 a 0,52 nel 2018. A rispettare la tendenza è anche il dato relativo agli omicidi di uomini, che diminuiscono rispettivamente da 4,0 a 0,7. Diverso è il quadro degli omicidi volontari di donne che, seppur nettamente inferiori a quelli con vittime maschili per l’intero periodo analizzato, mostrano un calo meno significativo nel tempo, a tratti impercettibile (0,64 nel 1992 e 0,36 nel 2018). Secondo l’Istat però, il calo differenziale fra i generi negli anni è soprattutto riconducibile alla diminuzione degli omicidi causati dalla criminalità organizzata, che colpisce quasi esclusivamente gli uomini. Inoltre, secondo Eurostat, il numero di omicidi di donne in Italia resta stabile nonché inferiore alla media europea. In linea generale sembrerebbe, quindi, che non si possa parlare di un aumento di femminicidi in Italia ma piuttosto, di un minore calo se comparato ad altri delitti, assumendo conseguentemente un peso maggiore nella proporzione.

Negli ultimi anni, i dati sopra indicati non sono stati sufficienti a porre fine alle diatribe e gli accesi dibattiti che circolano intorno al tema della violenza di genere e del femminicidio. Oggi più che mai i mass media, tra cui giornali, radio e televisione, insieme ai new media, svolgono un ruolo fondamentale nell’informare, nonché influenzare e creare attenzione pubblica attorno a una serie di importanti fenomeni, tra cui quello della violenza di genere. Allo stesso tempo però, questi mezzi di divulgazione hanno il dovere, nonché la responsabilità di misurare il proprio linguaggio al fine di fornire una rappresentazione oggettiva della realtà sociale. Nel caso specifico del femminicidio, una serie di distorsioni, confusioni e fraintendimenti hanno spesso comportato la minimizzazione, o al contrario, l’enfatizzazione del fenomeno, contribuendo alla forte polarizzazione delle discussioni all’interno dell’opinione pubblica.

Prima di approfondire l’impatto e le conseguenze dei rischi di comunicazione, è necessario far chiarezza sulla definizione e il contesto della violenza di genere e il femminicidio. All’interno della letteratura sul tema, non vi è ancora una definizione univoca di femminicidio. Tuttavia, si può far riferimento al concetto promosso dall’antropologa messicana Marcela Lagarde nel 1997, introdotto a seguito dei tragici eventi avvenuti a Ciudad Juàrez (Messico) a discapito di centinaia di donne sfruttate, maltrattate e brutalmente uccise. Secondo Lagarde, il termine femminicidio non si riduce alla mera uccisione della donna in quanto tale ma, comprende tutte le forme di discriminazione e violenza fisica, sociale e psicologica, che priva la donna dei propri diritti e della libertà e che può, eventualmente, culminare con l’uccisione della stessa. Intorno agli stessi anni, un rilevante contributo giunse anche dalla criminologa femminista Diana H. Russel, che introdusse il femminicidio, dall’inglese femicide. L’obiettivo di Russel era quello di analizzare un’ottica di genere all’interno dello studio dei crimini “neutri”, al fine di rendere nota la principale e ricorrente causa di morte delle donne, ossia quella per mano di conoscenti. Inoltre, la volontà era quella di rafforzare il sistema delle condanne ai danni di chi, per mancata accettazione della libertà e autodeterminazione della donna, la punisse con la morte.

Prendendo in considerazione l’ampiezza e la complessità del concetto di femminicidio, nonché la sua natura culturale, strutturale e criminale, ne consegue un ampio spazio per interpretazioni poco nitide. Cercando di riconciliare tutte le possibili falle nel dibattito sul femminicidio, possiamo distinguere almeno due categorie, entrambe mancanti di una visione completa e accuratamente contestualizzata. Da un lato, si cela il rischio di minimizzare il fenomeno, trattandolo come mero evento episodico, spesso negandone le radici culturali più antiche, dall’altro, il pericolo è quello di enfatizzare gli avvenimenti, spesso trascurando l’analisi dei dati, i progressi, nonché altre forme di violenza esistenti.

Nel primo caso, due sono le strategie che conducono alla minimizzazione del tema della violenza di genere. La prima è quella di trattare il fenomeno come mero evento episodico, spesso attraverso un racconto giornalistico che presenta una sequenza di eventi come isolati, dando maggiore attenzione ai dettagli della cronaca, attraverso narrazioni morbose ed efferate in grado di generare audience, piuttosto che all’individuazione di una tematizzazione, o un problema comune tra gli eventi. In questo modo si evidenzia solo la nota punta dell’iceberg di un intero fenomeno, ossia l’atto di uccisione, omettendo sovrastrutture più radicate, spesso di natura patriarcale e maschilista. La seconda riguarda il linguaggio utilizzato dai media, che spesso reitera, invece che eliminare, alcuni stereotipi che implicano la colpevolezza della donna vittima, vedendola, in questo modo, doppiamente violata.

Il rischio diametralmente opposto, invece, è quello di eccessiva enfatizzazione del fenomeno. Da un lato, l’individuazione e la comunicazione di un frame e una tematizzazione più chiara hanno permesso di mettere in luce l’intero iceberg, ossia tutta una serie di discriminazioni e violenze esercitate sulle donne, al punto di ottenere qualche piccolo progresso, quantomeno sotto il profilo normativo (legge n.119 del 2013, legge n.69 del 2019). Dall’altro, però, disperdere e sovrastimare il fenomeno può comportare il rischio di creare un’ulteriore frammentazione sociale e di genere, deviando il cammino verso l’uguaglianza e la parità dei sessi all’interno della società. Per fare un esempio, molti osservatori, in particolare quelli doverosamente attenti ai diritti delle donne, hanno individuato la giurisprudenza come chiave di successo per combattere il fenomeno del femminicidio. Tuttavia, incentrare l’attenzione sulla pena e le sentenze, attribuendogli una funzione simbolica, sfocia nella ricerca di pene iperpunitive e vendicative piuttosto che nell’identificazione di soluzioni che combattano il fenomeno in modo strutturale. I problemi strutturali cui ci si riferisce spaziano da dinamiche culturali di natura patriarcale ai disagi sociali che possono essere alla base di questi delitti, e che possono investire trasversalmente sia uomini che donne, nonché alle carenze presenti nel nostro sistema giuridico non in termini di reati e pene ma di rapidità e certezza nella comminazione delle stesse. In aggiunta ai già numerosi rischi esposti, vi è anche quello di trascurare altre forme analoghe di violenza, sia fisica che psicologica, di cui però sono vittime gli uomini. Di fronte a problematiche di natura così diversa, è evidente la necessità di un intervento altrettanto eterogeneo, che coinvolga il sistema educativo, giuridico, politico, sanitario, familiare e sociale.

L’obiettivo non è quello di determinare vittime di prima e seconda categoria e nemmeno quello di andare ad indagare i tratti che rendono necessariamente i delitti distintivi tra i generi. Piuttosto, soffermarsi sui tratti comuni e ricorrenti potrebbe aiutare ad ampliare e approfondire la conoscenza del fenomeno della violenza, il vero grande cancro, nei confronti di qualsiasi essere umano, indipendentemente dal genere.

Fonti consultate

https://www.igorvitale.org/storia-del-femminicidio/

https://www.chiarapenna.it/la-violenza-di-genere-le-origini-del-femminicidio/

https://www.treccani.it/enciclopedia/femminicidio_res-49388c97-2723-11e6-8a1f-00271042e8d9_%28Enciclopedia-Italiana%29/

https://www.osservatoriodiritti.it/2019/02/20/violenza-sugli-uomini/

https://ilbolive.unipd.it/index.php/it/news/femminicidi-processo-stereotipi-pregiudizi

https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2020-11/brochure_violenza_sulle_donne_25_novembre_2020.pdf

https://dpc-rivista-trimestrale.criminaljusticenetwork.eu/pdf/merli_1_15.pdf

https://www.dequo.it/articoli/femminicidio-legge

https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/omicidi-di-donne

http://www.donneierioggiedomani.it/5119/Femminicidi-Istat:-Smettiamola-di-contare-solo-le-donne-uccise-Intervista-a-Linda-Laura-Sabbadini

https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza


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  • L'Autore

    Michela Rivellino

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