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La vicenda delle Comfort Women

Una tragica parentesi della Seconda Guerra Mondiale in Asia Orientale

Quando si parla di crimini internazionali commessi durante la Seconda Guerra Mondiale inevitabilmente si fa riferimento ad una macchia indelebile della storia europea: l’Olocausto. Tuttavia, la violenza nazista che ha avuto espressione nei campi di sterminio, non è la sola svolta tragica che ha assunto il secondo conflitto mondiale. Abbandonando l’ottica eurocentrica e adottandone una globale, è interessante studiare come si è sviluppato il conflitto mondiale in Asia, analizzando il ruolo chiave dell’Impero Giapponese. Questo, a seguito dell’era di "modernizzazione Meji" a partire dal 1868, ha subito una rapida crescita economico-sociale che l'ha portato ad assumere un ruolo leader in Asia, superando la Cina, e a raggiungere tassi di sviluppo economico ed industriale comparabili a quelli dei Paesi europei. Tale spinta propulsiva verso l’espansionismo economico e geografico, ha portato il Giappone ad entrare nel secondo conflitto mondiale a fianco della Germania Nazista e dell’Italia Fascista. L’Impero Giapponese, che già dagli anni ’30 aveva avviato una propria politica espansionistica verso la Cina e verso altri territori dell’Asia Orientale come la Birmania (attuale Myanmar), si macchia di gravi violazioni dei diritti umani (seppur il Giappone sia passato alla storia come un Paese “vittima” della Seconda Guerra Mondiale a causa dei bombardamenti atomici subiti a Hiroshima e Nagasaki e avvenuti rispettivamente il 6 ed il 9 agosto 1945).

Certamente imputabile al governo Giapponese, è la creazione dei cosiddetti “centri di comfort” dove le Comfort Women, donne appartenenti ai popoli asiatici colonizzati dall’Impero Giapponese, erano costrette a prostituirsi con i soldati giapponesi.

Le Comfort Women furono quindi donne del sud est asiatico sottoposte a sfruttamento sessuale da parte dell’esercito giapponese durante le campagne di conquista coloniale dello Stato nipponico in Asia orientale. Queste donne provenivano principalmente da Cina e Corea ed in misura minore da Filippine, Tailandia, Vietnam, Malesia, Indonesia, Birmania, India e varie Isole del Pacifico. In alcune zone, le ragazze che dovevano essere reclutate venivano ingannate: si prometteva loro di svolgere mansioni infermieristiche per i soldati giapponesi e, dopo che le ragazze accettavano, le si spediva nei "centri di comfort". Ben presto, specie in Corea, si adottò un’altra tipologia di reclutamento, nota come "mediazione ufficiale", tramite la quale i soldati maggiori giapponesi si accordavano con le autorità locali di reclutare delle ragazze destinate ai centri di comfort. In cambio, i soldati giapponesi promettevano alle autorità locali di astenersi dal compiere stupri di massa e saccheggi a civili.

I luoghi teatro di queste atrocità furono, come già accennato sopra, i cosiddetti “centri di comfort”, situati in varie zone dell’Asia orientale, in cui le donne vivevano in condizioni igienico-sanitarie del tutto precarie ed erano costrette a ricevere i soldati giapponesi senza ordine di continuità.

La prima prova ufficiale dell’esistenza dei "centri di comfort" risale al 1932 durante la guerra tra Giappone e Cina. Tale prova consisteva in una lettera inviata dal luogotenente della Marina giapponese ai suoi superiori, in cui egli chiedeva di poter avviare un centro di prostituzione ad esclusivo appannaggio dei militari giapponesi durante la spedizione giapponese a Shanghai. Sfortunatamente, però, questo tragico ripiego assunto dal colonialismo nipponico non si esaurì durante quella campagna ma proseguì per il corso di tutta la Seconda Guerra Mondiale.

I particolari più agghiaccianti, rinvenutici grazie alle testimonianze delle donne sopravvissute, riguardano l’organizzazione scientifica e la scansione minuziosa della loro attività. Una superstite testimonia che nel campo di Myitkyina in Myanmar le ragazze erano costrette a prostituirsi per tutto il giorno e la loro attività era così scandita:

-i soldati semplici potevano essere ricevuti dalle 10.00 alle 17.00 al costo di 1,5 Yen per una durata di 20/30 minuti;

-gli addetti non militari dalle 17.00 alle 21.00 al costo di 3 Yen per una durata di 30/40 minuti;

-gli ufficiali dalle 21.00 alle 00.00 al costo di 5 Yen per una durata di 30/40 minuti.

La ratio per la quale è stato messo in piedi un simile sistema di prostituzione, può essere rintracciata nell’ottica espansionistica del Giappone. Questi ultimo infatti, fu il primo Paese non occidentale a diventare una vera e propria potenza coloniale con l’obiettivo di colonizzare territori del suo Continente. Il motivo per cui queste donne fossero diventate mere risorse ad appannaggio dell’esercito e della marina giapponese, probabilmente è da attribuire all’essenza stessa del colonialismo. Un Paese colonizzatore infatti, assume un’ottica di superiorità nei confronti del popolo colonizzato che lo porta, ingiustificatamente, a ritenere di poter disporre liberamente delle risorse che la colonia offre e, ancor più illegittimamente, anche dei civili, violandone i diritti umani fondamentali.

Questa pagina della storia dell’umanità è davvero drammatica e poco conosciuta rispetto alla gravità della violazione dei diritti umani. A più di 80 anni di distanza, il governo giapponese non si è ancora ufficialmente assunto la responsabilità di quanto accaduto, rischiando così di legittimare un terribile precedente storico che concepisce la donna alla stregua di una risorsa di cui l’uomo può liberamente servirsi.


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  • L'Autore

    Alice Stillone

    Alice Stillone è nata a Palermo il 14.06.1998, si è diplomata presso il Liceo Scientifico G. Galilei di Palermo, ha successivamente ottenuto una prima laurea triennale in “Sviluppo economico e Cooperazione Internazionale” presso l’Università degli studi di Palermo nell’ottobre 2019, ed al momento sta studiando per la laurea magistrale in “Relazioni Internazionali e Diplomazia”, presso l’Università degli studi di Padova.

    Entra a far parte di MI nel novembre 2020 ed, in particolare, nel team di redazione dell’area “Diritti Umani”.

    Far parte dell’associazione può essere una grande opportunità per la sua crescita personale e formativa, volta all’acquisizione di nuove conoscenze e alla condivisione di quelle già in suo possesso. Come obiettivi futuri, dà anzitutto priorità al conseguimento della laurea magistrale e, a seguito di ciò, ha intenzione di svolgere diverse esperienze lavorative che la possano indirizzare al meglio nel contesto lavorativo che più le si addice e che maggiormente l’appassiona. Gli studi svolti infatti le consentirebbero di opzionare vari contesti lavorativi tuttavia, ciò che al momento più le interessa è l’ambito delle organizzazioni internazionali attive nella salvaguardia dei diritti umani e del diritto umanitario, specialmente le agenzie specializzate delle Nazioni Unite.



    Alice Stillone was born in Palermo in 14.06.1998 and she studied there since the primary school. In particular, she obtained the degree at the Scientific High School G. Galilei and, in October 2019, she reached her first Graduation in “Economic Development and International Cooperation” at the University of Palermo. Then, she moved to Padua where she started to study “International Relations and Diplomacy”, and she is still studying for this.

    She entered the MI association in November 2020 and she asked for enter in “Diritti Umani” editorial staff because she had always been interested in human rights and generally in the international law.

    She thinks that enter this association could be a very exciting occasion to improve her personal knowledges and to share, with other members, what she has already known. First of all, she wants to obtain her second graduation and then she would like to have very different work experiences, this will lead her to choose her future work consciously. She would like to work in international organizations linked to human rights or humanitarian law and especially, her principal ambition is to enter some international organizations linked to the United Nations.

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