background

La strage degli attivisti per i diritti umani in Colombia

La Colombia continua ad essere un posto estremamente rischioso per chi difende i diritti umani: solo negli ultimi cinque anni sono stati uccisi più di quattrocento attivisti nel Paese.

Ma perché battersi per la giustizia sociale è così pericoloso?

Come afferma humans rights watch nel suo report "Left Undefended - Killings of Rights Defenders in Colombia’s Remote Communities"[1], il problema degli omicidi di difensori dei diritti umani in Colombia è l'effetto di diversi fattori, da ricercarsi principalmente nella storia colombiana.

Una tra le principali cause di questa violenza è infatti l'instabilità politica in cui versa il Paese: per oltre cinquant'anni la Colombia è stata teatro della sanguinosa guerra tra il governo e le FARC (fuerzas armadas revolucionarias de Colombia), un gruppo di ispirazione marxista-leninista nato nel 1964.[2]

La guerra tra stato e FARC è durata fino al 2016 e ha causato più di 220mila morti.

Il gruppo armato ha portato avanti la sua lotta per più di mezzo secolo, ottenendo l'appoggio del blocco sovietico durante la Guerra Fredda e l'aiuto di diversi combattenti guerriglieri stranieri durante gran parte della sua attività. La maggioranza dei suoi profitti, però, proveniva dai rapimenti e dal traffico di droga, azioni che hanno permesso alle FARC di continuare a finanziare la propria lotta politica.

La Colombia, di fatto, non solo è tra i maggiori produttori di cocaina del mondo, ma si trova anche sulla rotta di passaggio della droga tra il Perù (altro stato produttore) e il Nord America; per questo motivo, il traffico di stupefacenti è un affare estremamente redditizio e i cartelli che ci si dedicano nel Paese sono tra i più famosi e temuti del mondo. Le FARC, nel loro momento di maggiore potere, erano arrivate a controllare gran parte della produzione e del passaggio di cocaina, attraverso la sorveglianza capillare delle piantagioni e l'uso della violenza.

Pur essendo nato come un movimento di liberazione del popolo, infatti, il controllo del territorio da parte delle FARC molto spesso era ottenuto attraverso l'uso indiscriminato della forza nei confronti della popolazione; ad essa si aggiungeva poi quella dell'esercito regolare e dei gruppi paramilitari di estrema destra alleati del governo, che secondo le Nazioni Unite sono i principali artefici dei massacri di civili avvenuti durante il conflitto[3].

In questo clima di brutale violenza, gli attivisti per i diritti umani erano visti da entrambe le parti come un pericolo e un ostacolo, e perciò spesso erano vittime di tremendi omicidi.

Anche dopo la firma dello storico accordo di pace, e dopo che la maggior parte dei guerriglieri appartenenti alle FARC hanno deposto le armi e il gruppo si è costituito partito politico con seggi in parlamento, la violenza nei confronti di chi lotta per la difesa dei diritti umani non sembra diminuire. Questo perché, se pure le forze rivoluzionarie hanno ufficialmente abbandonato la guerra, alcuni gruppi hanno comunque deciso di non accettare le condizioni di pace e di continuare quindi la guerriglia dal fondo della giungla, da sempre sede delle forze armate che lottano contro lo stato colombiano. Inoltre, il vuoto lasciato dalle FARC nel traffico di droga è stato ben presto colmato da altri narcotrafficanti altrettanto violenti nel controllo del territorio, e che considerano i difensori dei diritti umani un grande pericolo per l'impegno di questi ultimi nei programmi di lotta alla criminalità organizzati dal governo, tra cui ad esempio il tentativo di trasformare le piantagioni di coca in produzione alimentare.

Gli attivisti per i diritti umani, inoltre, denunciano gli abusi subiti dalla popolazione e si oppongono alla presenza di gruppi armati sul territorio, trovandosi spesso a ricoprire il ruolo di educazione alla legalità e alla giustizia che dovrebbe essere proprio dello stato. Infatti, il governo colombiano ha mostrato più volte la propria incapacità di controllo capillare di vaste aree del Paese. Pur avendo ottenuto la fine ufficiale della guerra interna, il potere centrale non è poi stato in grado di migliorare un sistema giudiziario largamente corrotto, né di offrire un giusto accesso all'educazione e alla sicurezza sociale a larghe fette della popolazione. Tutte queste storture generano malcontento e una maggiore adesione ai gruppi criminali, soprattutto nelle zone rurali e più isolate del Paese. In un simile clima, non stupisce del tutto che chi combatte per i diritti umani e per il rispetto delle leggi sia guardato spesso con sospetto.

Per concludere, pare evidente che gli omicidi degli attivisti siano solo la punta di un iceberg ben più grande, e che quindi non si fermeranno finché il governo colombiano non inizierà ad estirpare alla radice i problemi sociali e politici che attanagliano il Paese. Solo dopo che la criminalità organizzata avrà perso il suo potere, e che la corruzione non sarà più così diffusa, combattere per i diritti umani in Colombia non significherà più mettere la propria vita a rischio.


[1]https://www.hrw.org/report/202...

[2]https://www.ilpost.it/2016/10/...

[3]https://sicurezzainternazional...

https://www.repubblica.it/soli...

https://www.frontlinedefenders...

https://sicurezzainternazional...

http://www.ipsnews.net/2008/08...

https://www.internazionale.it/...


Condividi il post

  • L'Autore

    Simona Sora

    Laurea triennale in Lettere Moderne ad indirizzo storico, laurea magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia. Nel 2014 ha fatto volontariato in un pueblo delle Ande peruviane perché voleva sapere cosa si prova ad essere straniera; nel 2018 ha fatto ritorno sulla stessa catena montuosa, seppur in diversi confini nazionali, per scrivere una tesi sul rapporto tra volontari italiani e campesinos, o forse solo per fare di nuovo ricerca su sé stessa.

    Nella vita ha fatto la receptionist di un ostello in Portogallo, la cameriera a Brescia, la promoter sul lago di Garda, la commessa a Milano, tenendo sempre le orecchie e gli occhi ben aperti su tutto quello che le capitava intorno.

    Da grande vorrebbe continuare ad ascoltare le storie delle persone, per fare esperienza del mondo attraverso i loro occhi; vorrebbe prendere un’altra laurea cambiando completamente ambito o forse discostandosi solo di un po’, perché studiare le piace tanto e le piace anche spaziare tra le conoscenze, e vorrebbe anche scrivere.

    Si sente sempre un essere umano in costruzione.

    In Mondo Internazionale è autrice di pezzi per il progetto TrattaMI Bene e revisore di bozze.

    Bachelor’s Degree in Modern Literature with a major in history, Master Degree in Cultural Anthropology and Ethnology. In 2014 she volunteered in a pueblo in the Peruvian Andes, because she wanted to understand what it is like to be a stranger; in 2018 she returned to the same mountain chain, although in different national borders, in order to write her thesis about the relationship between Italian volunteers and Campesinos, or maybe just to research herself again.

    She worked as a receptionist in a hostel in Portugal, as a waitress in Brescia, as a promoter on Garda lake and as a shopping assistant in Milan, and she have always kept her hears and eyes opened to see all the things around her.

    When she will grow up, she would like to keep listening about people’s stories, to experience the world through their eyes; she would like to pursuit a new degree in something completely new, or maybe in something just a little different from her degrees. She loves studying and learning different subjects too. She would also like writing.

    She always feels herself like a constantly evolving human being. In “Mondo Internazionale” she writes articles about DirittiUmani and she proofreads articles.

Categorie

Dal Mondo America del Sud Sezioni Cultura Diritti Umani Sicurezza Internazionale Società Politica


Tag

humanrights attivismo Farc Activist Cocaine Army Narco-traffic

Potrebbero interessarti

Image

Molestie, ritorsioni e intimidazioni; solo alcuni degli ostacoli agli attori della società civile

Sofia Abourachid
Image

I diritti dei sex workers sono diritti umani

Simona Sora
Image

"The Cartel"

Davide Shahhosseini
Accedi al tuo account di Mondo Internazionale
Password dimenticata? Recuperala qui