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La resistenza delle donne Afghane

Il ritiro delle forze militari americane dall’Afghanistan nell’agosto 2021, seguito dal ritorno al potere dei talebani, ha rappresentato un duro colpo per i diritti delle donne. La preoccupazione che il movimento fondamentalista avrebbe re-imposto la sua interpretazione intransigente della legge islamica su donne e ragazze si è rivelata essere corretta. I talebani avevano fatto voto, durante la prima conferenza stampa ufficiale tenutasi a Kabul, di proteggere i diritti delle donne, seppur all'interno della loro interpretazione fondamentalista della legge islamica della Shari’a. Successivamente, però, hanno operato una progressiva re-imposizione di alcune delle stesse leggi repressive e politicamente retrograde che avevano definito il loro precedente governo estremista. Infatti, lo stesso giorno, dopo la conferenza, alle giornaliste è stato impedito di tornare alla TV nazionale.

Secondo Ismat Raza Shahjahan, presidentessa del Women Democratic Front (organizzazione di resistenza femminista con sede in Pakistan), l’immagine moderata che i Talebani hanno deciso di comunicare al mondo è un esercizio di pubbliche relazioni per ottenere il riconoscimento globale del loro governo: «Patriarcato estremista, autoritarismo e fascismo vanno di pari passo. Il raj talebano imporrà dure restrizioni patriarcali alle donne». Shahjahan ha inoltre spiegato come i luoghi circoscritti in cui le restrizioni potrebbero non essere così marcate, come nella capitale Kabul, fungono da immagine figurativa per contribuire alla legittimazione del gruppo islamico. Infatti, contemporaneamente all’esistenza di queste oasi puramente simboliche, il 7 settembre 2021 i talebani hanno formato un nuovo governo tutto al maschile, composto esclusivamente da militanti di alto livello e senza includere alcuna donna, nemmeno in ruoli secondari. In aggiunta, i militanti hanno abolito il Ministero degli Affari delle Donne e ristabilito il temuto Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio.

In aggiunta alle manovre politiche, molte scuole femminili sono rimaste chiuse in tutto il paese, mentre nelle università i talebani hanno applicato un nuovo codice di abbigliamento e separato uomini e donne in quelle che gli attivisti hanno descritto come pratiche estranee alla cultura afghana, un “chiaro segno di repressione”. Non solo, il nuovo governo ha poi violentemente represso i media indipendenti, vietato i raduni non autorizzati e detenuto, picchiato e ucciso ex agenti di polizia, soldati e funzionari governativi.

Nonostante le azioni repressive, il governo talebano ha ereditato un paese profondamente trasformato a seguito dell’invasione guidata dagli Stati Uniti nel 2001, con milioni di ragazze a cui era stata data l’opportunità di andare a scuola e numerose donne entrate nel mercato del lavoro. Precedentemente all'intervento americano, le donne vivevano totalmente private del diritto all’istruzione, del diritto al lavoro, del diritto di muoversi, ma soprattutto del diritto alla salute e di quello a rivolgersi a un tribunale. Nessuna donna poteva infatti essere visitata da un dottore maschio né poteva essere operata da team chirurgici se un uomo ne faceva parte, mentre erano autorizzate a rivolgersi a un tribunale solo attraverso un parente prossimo maschio e la testimonianza di una donna valeva la metà di quella di un uomo. A oggi, nelle aree rurali, dove risiede circa il 76% delle donne afghane, le donne fanno ancora affidamento sugli uomini per il permesso di frequentare la scuola e il lavoro, mentre le famiglie organizzano matrimoni combinati. Nel 2020, si è stimato che solo il 29,8% delle donne sapesse leggere e scrivere, e la perdita di mariti, fratelli e padri a causa della guerra ha ulteriormente compromesso la capacità delle donne di vivere dignitosamente la vita di tutti i giorni.

Con i talebani di nuovo al comando del paese, un’ondata di resistenza civile è stata avviata, principalmente dalle donne afghane. Le proteste hanno caratterizzato diverse parti del territorio afghano, in aperta contravvenzione al divieto di protesta imposto dai talebani, con folle di donne in marcia per difendere i propri diritti. In risposta, i combattenti talebani armati hanno usato i calci dei propri fucili e fruste per picchiare e disperdere i gruppi di donne, finendo per sparare e uccidere le manifestanti. Ma questo non ha dissuaso le donne dal riversarsi costantemente in strada per rivendicare il loro diritto all'istruzione, al lavoro e alla sicurezza. Uno dei principali gruppi che da decenni si occupa della difesa dei diritti delle donne afghane è l'Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan – RAWA). La RAWA è stata fondata nel 1977 come organizzazione politica indipendente di donne afghane che lottano per i diritti delle donne, e da allora il suo lavoro è svolto in clandestinità. Guidata dalla convinzione che solo un governo democratico e laico possa garantire sicurezza, indipendenza e uguaglianza per il popolo afghano, la RAWA racconta la condizione delle donne afghane, scevra da qualsiasi narrazione retorica, paternalistica o strumentale. Il suo intenso lavoro politico viene affiancato da progetti concreti di sostegno e aiuto, organizzando marce e incontri pubblici, aprendo scuole, ospedali e centri di artigianato per le rifugiate e per sostenere finanziariamente le donne afghane. Nonostante stia diventando sempre più pericoloso per le donne organizzarsi, il movimento continua la propria resistenza, scagliandosi contro il nuovo regime attraverso reportage testimonianti le orribili condizioni in cui le donne afghane versano a causa dei mujaheddin e dei talebani, così come la distruzione e lo spargimento di sangue avvenuti durante l'occupazione statunitense, raramente riportati dai media.


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  • L'Autore

    Sara Scarano

    Sara Scarano, classe 1996, è una studentessa di Laurea Magistrale in International Cooperation on Human Rights and Intercultural Heritage all’Alma Mater Studiorum di Bologna, dove ha conseguito anche la Laurea Triennale in Sociologia con una tesi sul fenomeno del karoshi ed il ruolo della donna nel mercato del lavoro giapponese. Femminista, ambientalista, con un forte interesse per la cooperazione e la politica internazionale, la questione migratoria, e in generale i Diritti Umani. Sogna di fare dell’aiutare gli altri la propria carriera.

    Sara Scarano, class 1996, is a student of the Master Degree in International Cooperation on Human Rights and Intercultural Heritage at the Alma Mater Studiorum of Bologna, where she also graduated in Sociology with a thesis about the phenomenon of karoshi and the role of women in the Japanese job-market. Feminist, environmentalist, with a strong interest for international policy and cooperation, migration, and Human Rights in general. She dreams of making supporting others her career.

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