background

La Resistenza

Tre popoli che lottano per l'indipendenza

A cura di Alice Stillone, Davide Shahhosseini, Ludovica Costantini

Il 25 aprile 1945 le maggiori città italiane furono liberate dal nazifascismo, grazie al movimento di resistenza. Con la nascita dei gruppi partigiani iniziò la lotta contro l’occupazione tedesca, lotta che vide il trionfo delle forze di liberazione. Dalla fine della seconda guerra mondiale, l’Europa ha attraversato fino ai nostri giorni un periodo di pace, ma non si può dire lo stesso per le altre aree del mondo. Ad oggi, sono molti i popoli sottoposti ad occupazione, non riconosciuti, privati dei propri diritti che attuano quotidianamente forme di resistenza, e l'intento di questo articolo è di raccontare le loro storie.

La resistenza degli indigeni Mapuche in difesa della terra

Sebbene sia complesso raccontare ciò che la resistenza dei popoli indigeni in Sud America rappresenta in poche righe, il tentativo è quello di offrire una visione del movimento del popolo Mapuche, nell’ottica di raccontare quali siano oggi i contesti in cui ancora si può parlare di resistenza.

I Mapuche sono uno dei popoli indigeni che abita la regione latinoamericana, nello specifico il territorio tra l’Araucania in Cile e la Patagonia argentina. La resistenza di questo popolo va avanti dal 1500, con l’arrivo dei conquistadores europei, ed ancora oggi si lotta per la difesa del territorio. La cultura mapuche, infatti, ha un legame ancestrale con la terra, c’è una forma di rispetto che va al di là del concetto di sfruttamento. Il diritto alla terra e alle risorse naturali sono quindi fondamentali e la loro protezione rimane una delle questioni centrali per le popolazioni e le organizzazioni indigene.

Dalla nascita degli stati strutturati di Cile ed Argentina, è iniziata la sottrazione di terreno ai popoli indigeni in favore dell’industria. Dagli anni ‘90, gruppi come Levi's o Benetton si sono appropriati di migliaia di ettari di territorio indigeno, che oggi è conteso dalle comunità. Inoltre, i Mapuche sono sempre più colpiti dal disboscamento e dai progetti infrastrutturali come la costruzione di strade e dighe. I cumuli di rifiuti e gli impianti di trattamento delle acque causano gravi danni ambientali e costituiscono una minaccia per i vicini insediamenti mapuche.

A livello istituzionale nell’ottobre 2021, il presidente cileno Sebastián Piñera ha dichiarato lo stato di emergenza, dispiegando truppe a Biobio e in Araucania in risposta agli scontri tra le forze di sicurezza e i gruppi mapuche, mentre la polizia militare cilena (Grupo de Operaciones Policiales Especiales) interviene sempre più spesso con violenza, intimidendo le comunità locali.

Una nuova speranza risiede nella Costituzione cilena, ora in fase di stesura: richiedono infatti che, oltre al riconoscimento dei Mapuche come popolo originario, vi sia il riconoscimento dei territori espropriati e la loro riconsegna. Il popolo indigeno resiste quotidianamente all’aumento delle violenze statali e parastatali, e resiste occupando spazi, creando momenti di rivendicazione della propria cultura e riappropriandosi dei propri usi e costumi. E proprio nel recupero dei territori storicamente mapuche e nelle rivendicazioni dei popoli indigeni si rintracciano oggi percorsi di resistenza collettiva.

Il separatismo uiguro

La stessa rivendicazione del diritto alla terra e di identificarsi nelle proprie radici culturali, matrice ispiratrice della resistenza mapuche, la si riscontra nel movimento indipendentista uiguro - l’East Turkestan Movement (ETIM) -. Dalla fine degli anni ‘80, l’ETIM rappresenta la forza motrice di quel desiderio di indipendentismo che la comunità turcofona degli uiguri - etnia maggioritaria della regione autonoma cinese dello Xinjiang - persegue da quasi un secolo. L’obiettivo politico dell’ETIM è quello di ricomporre la Repubblica del Turkestan orientale, la cui indipendenza fu definitivamente soppressa nel 1949, quando la neonata Repubblica Popolare assorbì lo Xinjiang avviando un ambiguo “processo di pacificazione”.

Con la dissoluzione dell’URSS e la costituzione delle Repubbliche centroasiatiche, i legami culturali tra le minoranze turcofone presenti in queste ultime e la comunità uigura andarono consolidandosi, ciò contribuì a sedimentare quell’ideale di panturchismo che, in definitiva, ispirò la costituzione dell’ETIM. Verso la fine degli anni ’90, a fronte dell’escalation delle attività separatiste, Pechino optò per la mano forte, ricorrendo a strumenti sempre più di carattere repressivo[1] della cultura e delle tradizioni uigure.

La “guerra al terrore” post 11 settembre si presentò come un’opportunità per la Cina in chiave di lotta al separatismo uiguro. Pechino, infatti, facendo leva sulla fase di normalizzazione dei rapporti con Washington, accelerata dalla piena adesione alla campagna contro il terrorismo, ottenne dall’allora amministrazione Bush e dal Consiglio di Sicurezza ONU, l’inclusione dell’ETIM nella lista dei gruppi terroristici[2] riconosciuti a livello internazionale. La definizione dell’ETIM come organizzazione terroristica, valse per il governo cinese un lascia passare verso un ulteriore inasprimento della lotta al separatismo uiguro, legittimandone i mezzi sempre più controversi[3].

La posizione della Comunità internazionale rispetto al separatismo uiguro non è unanime. I risvolti dell’ascesa economica e militare cinese, tanto negli equilibri geopolitici quanto nei mercati globali, hanno influenzato e, per certi versi, polarizzato la percezione della questione da parte dei diversi attori globali, a seconda di come questi ultimi interpretassero la crescita cinese: un’opportunità per le loro economie o una minaccia per il loro interesse nazionale. Nel gennaio 2021, pochi mesi dopo aver rimosso l’ETIM dalla black list[4], il Dipartimento di Stato americano ha accusato la Cina di atti di genocidio[5], facendo della questione uigura uno dei punti fermi della narrazione anticinese che, nell’ultimo decennio, ha preso il largo nel dibattito politico americano.

Se da un lato, le nuove dinamiche geopolitiche, determinate dall’ascesa cinese, hanno favorito, come nel caso americano, un approccio revisionista al separatismo uiguro, dall’altro lato, paesi che in passato si erano dimostrati più sensibili alla causa, anche alla luce dei legami etnici e/o culturali, oggi, a fronte di un rapporto sempre più interdipendente con Pechino, tendono ad assumere una posizione più ambigua, anche alla luce di quel principio di non ingerenza che la Cina pone come conditio sine qua non alla base di ogni rapporto bilaterale.

La valenza strategica che ha assunto negli ultimi anni lo Xinjiang – punto nevralgico della Belt and Road Initiative – ha inevitabilmente dilatato la frattura tra uiguri e governo centrale, dove quest’ultimo, come riportato da un recente report[6] dell’Alto Commissariato ONU, continua a vedere nella repressione dei movimenti per la libertà e nella “sinizzazione” forzata delle minoranze, l’unico modello di modus vivendi possibile.


Movimenti di liberazione palestinesi

Focalizzandosi sui movimenti di liberazione, è doveroso un riferimento alla resistenza palestinese contro l’occupazione israeliana della Cisgiordania e della striscia di Gaza.

Seppur riassumere brevemente il contesto socio politico palestinese sia profondamente complesso, in questa sede ci si propone ugualmente di analizzare i punti salienti dei movimenti di liberazione palestinese.

Dopo l’occupazione dei suddetti territori da parte israeliana, con l’obiettivo di condurre Israele alla liberazione dei territori occupati nel 1967 nascono i movimenti di liberazione palestinese.

La principale complessità nell’analisi consiste nell’individuare gli attori che hanno partecipato ai movimenti di liberazione, dal momento che sono molteplici i gruppi che hanno dichiarato di agire con l’intento di liberare la popolazione palestinese dall’occupazione straniera.

Primo fra tutti si cita l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), organizzazione politica che, a partire dal 1974, fu considerata dalla Lega araba come legittimo rappresentante del popolo palestinese. È proprio l’OLP che, a seguito delle prime manifestazioni spontanee che esplosero sia a Gaza che in Cisgiordania, guiderà la prima intifada palestinese (1987-1993) che si concluderà con i negoziati di Oslo del 1993. In tale occasione l’OLP verrà riconosciuta come unico interlocutore del governo israeliano e rappresentante ufficiale del popolo palestinese e verrà costituita l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), guidata da Arafat.

Nonostante dal punto di vista diplomatico fosse l’OLP l’interlocutore d’Israele nonché il legittimo rappresentante del popolo palestinese, a seguito della prima intifada nasce Hamas, organizzazione paramilitare segreta e costola della fratellanza musulmana.

Già dalla sola analisi di questi due attori, è facile comprendere la complessità delle dinamiche interne ai movimenti di liberazione palestinese dal momento che, nonostante in un primo momento sia l’OLP che Hamas condividessero l’obiettivo di liberare i territori occupati da Israele, ben presto l’organizzazione paramilitare si prefisse di raggiungere non solo l’obiettivo di liberare i territori occupati illegittimamente, ma anche quello di cancellare lo Stato d’Israele.

Le due entità, infatti, si caratterizzano per avere modus operandi completamente differenti in quanto se l’OLP era solita ricercare una soluzione diplomatica al conflitto, Hamas sin dalla sua nascita si è perlopiù concentrato su attacchi terroristici nei confronti dei civili israeliani, tanto da rientrare attualmente nella black list delle organizzazioni terroristiche dell’Unione Europea.


Dopo aver brevemente passato in rassegna tre casi attuali di popoli in lotta in conclusione si vuole ribadire l’importanza e l’attualità del concetto di resistenza.

Se quando si parla di resistenza, almeno nel nostro Paese, si fa riferimento alla lotta partigiana contro il fascismo, in occasione del “nostro” giorno della liberazione – il 25 aprile per l’appunto – ci si è posti l’obiettivo di onorare, ricordare nonché di supportare, seppur tramite poche righe, altre nobili cause di popoli in lotta che, per la loro liberazione, attuano la resistenza nel mondo.


Condividi il post

  • L'Autore

    Redazione

Categorie

Dal Mondo America del Sud Asia Centrale Asia Orientale Medio Oriente & Nord Africa Temi Ambiente e Sviluppo Diritti Umani Framing the World


Tag

Resistenza 25 aprile Cina Palestina mapuche Cile Ambiente Uiguri olp Hamas indigeni

Potrebbero interessarti

Image

Biennale di Venezia : non solo arte – parte I

Graziana Gigliuto
Image

22 aprile: la Giornata Mondiale della Terra

Lorena Radici
Image

L’integrazione degli indigeni in Cile: il caso dei mapuche

Ginevra Ricca
Accedi al tuo account di Mondo Internazionale
Password dimenticata? Recuperala qui