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La questione uigura nello Xinjiang

I meccanismi di reazione della comunità internazionale ai crimini contro l’umanità in Cina

Nel maggio del 2014 il governo cinese ha lanciato la “Campagna colpire duro contro il terrorismo violento” nella regione autonoma uigura dello Xinjiang contro gli abitanti uiguri e gli altri musulmani turchi.

La questione uigura nasce a seguito del crollo dell’Unione Sovietica e della conseguente istituzione di nuove repubbliche indipendenti nell’area dell’Asia Centrale, quando si accesero i sentimenti secessionisti della minoranza turca in Cina. All’epoca il governo cinese non si rivelò capace di contrastare adeguatamente il separatismo e ciò portò, specialmente a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York, a ritenere che le minoranze musulmane presenti in Cina costituissero una minaccia terrorista. In Cina, infatti, attualmente, le autorità fanno rientrare nel quadro della “guerra globale al terrorismo” i gruppi con tendenze secessioniste e ciò spiega l’inasprimento delle politiche governative nei confronti della comunità uigura.

A seguito del lancio della campagna del 2014, le organizzazioni per i diritti umani hanno mostrato come il governo cinese abbia commesso e continui a commettere crimini contro l’umanità in prevalenza nei confronti della popolazione turca. In particolare, Amnesty International ha denunciato che gli uiguri, i kazachi ed altre minoranze etniche a prevalenza musulmana subiscono imprigionamenti di massa, torture e persecuzioni da parte del governo centrale di Pechino.

Inoltre, in tutta la regione autonoma, le autorità centrali hanno istituito uno dei più sofisticati sistemi di sorveglianza del mondo che ha portato all’arresto arbitrario, in veri e propri campi di internamento finalizzati alla “rieducazione”, di un numero indefinito di uomini e donne appartenenti alle comunità musulmane.

Tuttavia, secondo le testimonianze degli oltre 50 ex detenuti ascoltati da Amnesty, gli arresti spesso avvengono a seguito di condotte legali, come il possesso di immagini a tema religioso o il contatto con persone all’estero. Inoltre gli intervistati rivelano particolari agghiaccianti della loro detenzione, come ad esempio l'utilizzo delle c.d. “sedie della tigre” – consistenti in strutture d’acciaio con sbarre e manette per costringere i carcerati in posizioni dolorose – durante gli interrogatori, caratterizzati anche dal ricorso a pratiche come la privazione del sonno o i ripetuti pestaggi.

Inoltre, stando alle testimonianze, gli internati sono costretti a seguire corsi di “educazione” forzata consistenti in un vero e proprio programma di indottrinamento volto a far disprezzare l’Islam ed i tratti culturali della minoranza, come la lingua e le tradizioni, e contestualmente, a far studiare loro la propaganda del Partito comunista cinese (PCC) ed il cinese mandarino.

Dall’analisi delle prove presentate nei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch, il governo cinese ha commesso – e continua tutt’ora a farlo – crimini contro l’umanità a danno della popolazione musulmana turca.

Nonostante il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ed i parlamenti di Canada e Paesi Bassi si siano pronunciati qualificando gli atti come genocidio ai sensi del diritto internazionale, attualmente, dall’analisi delle prove, manca il rinvenimento dello specifico intento di distruzione del gruppo degli uiguri, necessario al fine della qualificazione del crimine di genocidio, così come definito dalla Convenzione sul genocidio del 1948.

Tuttavia, rimane indubbio che le condotte perpetrate dalle autorità cinesi contro la minoranza uigura costituiscano crimini contro l’umanità ai sensi dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale (CPI) che li definisce reati gravi e specifici commessi consapevolmente come parte di un attacco diffuso o sistematico contro qualsiasi popolazione civile. Da tale definizione ne consegue che l’attacco, per esserediffuso, deve avere un’entità tale da causare un elevato numero di vittime. Dall’aggettivo sistematico deriva invece che l’attacco debba constare di uno schema o di un preciso piano metodico contro il gruppo degli uiguri.

La portata del crimine può ad ogni modo essere dedotta dalle prove che attestano l’internamento di circa un milione di soggetti detenuti arbitrariamente, concentrati in 300-400 strutture e dal fatto che, solo nel 2017, secondo le statistiche ufficiali, gli arresti nello Xinjiang abbiano rappresentato il 21 % di tutti gli arresti in Cina nonostante i residenti nella regione costituiscano solamente l’1,5 % della popolazione totale.

Aldilà delle azioni dei singoli governi volte a denunciare la grave perpetrazione di tali crimini – si fa riferimento, ad esempio, al Canada, all’Unione Europea, al Regno Unito ed agli Stati Uniti che hanno imposto sanzioni mirate a funzionari e società del governo cinese ritenuti responsabili delle violazioni dei diritti – è necessario accennare ad i meccanismi di reazione da parte della comunità internazionale.

In particolare, vista la posizione del governo cinese che ha ripetutamente negato che i funzionari abbiano commesso abusi nello Xinjiang, è legittimo chiedersi quale possa essere il ruolo della CPI per bloccare e punire la commissione di tali crimini. Invero, la giurisdizione della Corte si estende ai casi in cui: i presunti colpevoli siano cittadini di uno Stato parte dello Statuto di Roma; le presunte violazioni siano commesse nel territorio di uno Stato parte; quando uno Stato non membro, di sua volontà, chieda alla CPI di indagare sulle violazioni commesse sul suo territorio; o, infine, quando sia il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad “allargare” la giurisdizione della Corte, rendendola competente a valutare e a pronunciarsi su una specifica situazione. Tuttavia, l’ultima ipotesi risulta fortemente limitata dal fatto che la Cina è un membro permanente del Consiglio di Sicurezza e, di conseguenza, dal suo potere di apporre il veto ad una qualsiasi iniziativa simile.

Ad ogni modo, data la gravità delle violazioni dei diritti umani è urgente che la comunità internazionale reagisca e, in particolare, una soluzione potrebbe essere individuata nell’istituzione di una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite che indaghi sulle presunte violazioni nello Xinjiang, che stabilisca i fatti e che identifichi gli autori per imputare loro le responsabilità dei crimini internazionali commessi. La Commissione d’inchiesta potrebbe essere istituita tramite una risoluzione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite o dagli altri organi dell’ONU che parimenti hanno competenza.

Infine, date le dimensioni dell’attacco alla popolazione uigura, la gravità delle violazioni dei diritti umani e la perpetrazione della tortura nei campi di internamento, i singoli stati potrebbero indagare e perseguire i crimini gravi anche se questi non sono stati commessi nel proprio territorio, seguendo il principio della giurisdizione universale.


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  • L'Autore

    Alice Stillone

    Alice Stillone è nata a Palermo il 14.06.1998, si è diplomata presso il Liceo Scientifico G. Galilei di Palermo, ha successivamente ottenuto una prima laurea triennale in “Sviluppo economico e Cooperazione Internazionale” presso l’Università degli studi di Palermo nell’ottobre 2019, ed al momento sta studiando per la laurea magistrale in “Relazioni Internazionali e Diplomazia”, presso l’Università degli studi di Padova.

    Entra a far parte di MI nel novembre 2020 ed, in particolare, nel team di redazione dell’area “Diritti Umani”.

    Far parte dell’associazione può essere una grande opportunità per la sua crescita personale e formativa, volta all’acquisizione di nuove conoscenze e alla condivisione di quelle già in suo possesso. Come obiettivi futuri, dà anzitutto priorità al conseguimento della laurea magistrale e, a seguito di ciò, ha intenzione di svolgere diverse esperienze lavorative che la possano indirizzare al meglio nel contesto lavorativo che più le si addice e che maggiormente l’appassiona. Gli studi svolti infatti le consentirebbero di opzionare vari contesti lavorativi tuttavia, ciò che al momento più le interessa è l’ambito delle organizzazioni internazionali attive nella salvaguardia dei diritti umani e del diritto umanitario, specialmente le agenzie specializzate delle Nazioni Unite.



    Alice Stillone was born in Palermo in 14.06.1998 and she studied there since the primary school. In particular, she obtained the degree at the Scientific High School G. Galilei and, in October 2019, she reached her first Graduation in “Economic Development and International Cooperation” at the University of Palermo. Then, she moved to Padua where she started to study “International Relations and Diplomacy”, and she is still studying for this.

    She entered the MI association in November 2020 and she asked for enter in “Diritti Umani” editorial staff because she had always been interested in human rights and generally in the international law.

    She thinks that enter this association could be a very exciting occasion to improve her personal knowledges and to share, with other members, what she has already known. First of all, she wants to obtain her second graduation and then she would like to have very different work experiences, this will lead her to choose her future work consciously. She would like to work in international organizations linked to human rights or humanitarian law and especially, her principal ambition is to enter some international organizations linked to the United Nations.

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Xinjiang Uiguri Diritti umani tortura crimini contro l'umanità Cina PCC ONU Comunità internazionale Consiglio per i diritti umani

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