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Minaccia terroristica in Italia: dalla propaganda dello Stato islamico alla situazione reale

Come risaputo, l’attività di Daesh non è contrassegnata solamente dai brutali attentati o dalle varie conquiste territoriali, ma anche, dall’intensa campagna propagandistica dell’organizzazione. La propaganda ufficiale dello Stato Islamico ha finora menzionato l’Italia e Roma con una frequenza che può risultare sproporzionata. L’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale ha condotto una ricerca in tal senso, analizzando le riviste dell’IS,  i video ufficiali, gli e-book, i discorsi tenuti dai leader e i comunicati di Amaq (l’agenzia di stampa). Nel complesso, lo studio ha identificato 432 menzioni relative all’Italia e al Vaticano, 299 riferimenti a Roma (o ai romani) e circa 80 citazioni legate agli italiani. Entrando più nello specifico, si scopre che il richiamo all’Italia è contenuto principalmente negli e-book - con ben 213 riferimenti. Nella maggior parte dei casi, le dichiarazioni contro l’Italia sono giustificate da motivazioni di carattere storico/religioso alla luce della carica simbolica che riveste la città di Roma. Per tale motivazione, sono numerose le intimidazioni, le dichiarazioni di conquista e le esortazioni a compiere attentati contro la capitale. Sebbene il sedicente Stato islamico non abbia mai prodotto un video in lingua italiana, sono 12 quelli inglesi con chiari riferimenti al nostro Paese o al Vaticano. Tra questi, ha destato particolare scalpore quello in cui sono stati decapitati 21 cristiani copti nei pressi di Sirte (febbraio 2015). Durante il video un miliziano ha dichiarato: “Siamo a sud di Roma, nelle terra dell’Islam…conquisteremo Roma, a Dio piacendo”. Ulteriori minacce sono contenute nella rivista di Daesh, Daqib; nella copertina del suo quarto numero era comparsa un’immagine ritoccata dell’obelisco di Piazza San Pietro sovrastato da un vessillo dell’IS. Inoltre, non mancano i riferimenti alle singole personalità politiche. Nel marzo 2016 Daesh ha pubblicato un video dedicato alla Libia e contenente fotogrammi di Matteo Renzi (allora Presidente del Consiglio) e Paolo Gentiloni (allora Ministro degli esteri). Negli ultimi minuti del filmato si notano altresì le figure di Mussolini e del generale Graziani, probabilmente a causa del loro ruolo nell’ambito dell’espansione coloniale italiana in territorio libico.

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Bandiera dell'IS che sventola su Piazza San Pietro (immagine tratta dalla copertina del quarto numero della rivista dello Stato islamico Daqib).

Nonostante l’intensa attività di propaganda dell’IS contro il nostro Paese, l’Italia non è stata colpita da attacchi di matrice jihadista, né ha sperimentato elevati livelli di radicalizzazione – se paragonati con quelli di alcuni dei suoi vicini europei. A tal proposito, occorre analizzare una serie di fattori che, messi tutti insieme, hanno reso lo stato italiano meno esposto alla minaccia concreta del terrorismo islamico. Un punto centrale è certamente la mancanza in Italia di una comunità musulmana radicata da generazioni come in Belgio, Regno Unito e Francia. Dunque, diversamente dagli stati appena citati, l’Italia non ha una consistente popolazione di immigrati di seconda generazione esposti al rischio di adesione all’ideologia jihadista. A questo elemento, va aggiunta l’assenza nel territorio italiano delle “cittadelle islamiche”, ossia delle aree urbane e suburbane degradate e a forte concentrazione islamica, che possono favorire la radicalizzazione - basti pensare alle banlieu parigine o al celebre quartiere di Molenbeek a Bruxelles. Oltre ai fattori sociali-culturali, è necessario considerare un ulteriore aspetto: l’ottimo risultato conseguito dall’intelligence e dalla forze dell’ordine (sempre in costante dialogo a livello operativo) nell’ambito delle attività di contrasto al terrorismo internazionale. L’efficacia del nostro sistema di prevenzione e repressione dell’islam armato è in parte spiegata dalla pluridecennale esperienza in materia di lotta alle organizzazioni mafiose e ai gruppi eversivi di estrema destra e sinistra. Considerando più nel dettaglio i provvedimenti adottati dai nostri organi di polizia, notiamo che l’Italia dispone di un valido strumento di natura amministrativa per contrastare l’opera di soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale: l’espulsione dal territorio italiano. Questa misura, che rientra a pieno titolo nel novero delle attività di prevenzione, può essere applicata sia nei confronti degli stranieri sospettati di progettare atti ostili all’interno dei confini nazionali, sia nei confronti di eventuali returnees individuati. Dal 2015 sono state eseguite più di 280 espulsioni per motivi di sicurezza, 50 delle quali solo dall’inizio del 2018. Come visto poc’anzi, in Italia, a differenza di altri paesi europei, non vi sono ancora numeri consistenti di immigrati di seconda e terza generazione. Quindi, nella maggior parte dei casi le autorità italiane si sono focalizzate su soggetti non in possesso di cittadinanza, che possono essere espulsi più facilmente al primo segnale di pericolo. Per quanto concerne l’azione deterrente di carattere penale, il Parlamento italiano, all’indomani degli attentati a Parigi nel gennaio e novembre 2015, ha sostanzialmente modificato la norma penale di contrasto al terrorismo - rendendola maggiormente efficace. Nello specifico, sono state emanate nuove ed autonome figure di reato e sono state inasprite le pene, specialmente per le attività di propaganda, indottrinamento, arruolamento e finanziamento (perpetrate anche sul web). Inoltre, colmando un’inspiegabile lacuna, è stata introdotta la punibilità dei foreign fighters - la cui norma sancisce una pena tra i 3 ed i 6 anni di reclusione. Questa modifica normativa ha permesso di intraprendere attività investigative a più ampio raggio, orientando l’azione penale non solo verso la rete di supporto logistico, ma anche direttamente allo stesso foreign fighter. Sono un esempio in tal senso  le indagini condotte negli ultimi anni in Lombardia, che hanno reso possibile l’emanazione di misure restrittive o sentenze di condanna nei confronti di persone partite dall’Italia per affiliarsi all’IS o Hayat Tahrir Al Sham (ex Jabhat al Nusra). L’esecuzione delle misure emesse a carico di questi soggetti altamente pericolosi sono estese altresì in campo internazionale. Tuttavia, il numero di combattenti islamici che hanno abbandonato il suolo italiano è basso se confrontato con quello di altri paesi. Infatti, dalla comunità europea avrebbero intrapreso la loro personale hjira (migrazione-viaggio secondo l’ideologia islamica) circa 5000 musulmani, tra cui 1700 dalla Francia, 900 dalla Germania, 900 dal Regno Unito e solo 130 dall’Italia. Ciò comunque non toglie l’elevato stato di allerta nel nostro Paese a fronte di questa minaccia, specialmente se si considera la possibilità di un eventuale ritorno di alcuni foreign fighters in Italia. In aggiunta, si incorrebbe in un gravissimo errore di valutazione qualora si considerasse il potenziale rischio di attentati direttamente proporzionale al numero di combattenti islamici partiti dal nostro territorio.

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La persona sulla destra è El Mkhayar Monsef, nazionalità marocchina e classe 95. Nel gennaio 2015, insieme all'amico Aboulala Tarik, si è imbarcato dall'aereoporto di Orio al Serio su un volo diretto ad Istanbul. Da lì, i due hanno proseguito il loro cammino verso il sedicente Califfato per affiliarsi all'ISIS. Mentre Tarik è morto in combattimento pochi mesi dopo l'arrivo, El Mkhayar Monsef è divenuto un noto militante jihadista e un attivissimo membro della propaganda dello Stato islamico, indirizzando la sua opera di proselitismo sul web specialmente ai giovani della comunità di recupero da cui è scappato (nella provincia milanese). L'attività di indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Milano e condotta dall'Antiterrorismo della Questura di Milano ha permesso alla Corte d'Assise di emettere nei confronti di Monsef, in primo grado, una condanna di 8 anni di reclusione. Egli ha dichiarato che, se un giorno fosse tornato in Italia, si sarebbe fatto esplodere. Secondo le ultime informazioni, Monsef è ancora nei teatri bellici. E' ricercato in campo internazionale.

Sulla base di quanto espresso finora, si rende necessaria un’altra considerazione: è uno sbaglio ritenere il nostro Paese immune dagli attacchi terroristici alla luce di fantasiose teorie tra cui quella dei presunti “patti di non belligeranza”. Il fatto che l’Italia rappresenti un punto sicuro di approdo per il flusso di migranti, tra i quali si celerebbero membri dello Stato islamico, non è privo di fondamento, ma allo stesso tempo, esula dai reali motivi per cui l’Italia non ha subito azioni di matrice jihadista. Oltre a ciò, ritenere che gli sforzi condotti finora possano bastare, sarebbe quasi utopico. Da un punto di vista numerico, i soggetti sospettati aumentano quotidianamente e per gli organi di polizia e di intelligence è praticamente impossibile controllare in modo costante e duraturo ogni presunto target. Dunque, è fondamentale mantenere un alto livello di guardia nel nostro paese, considerando, tra le altre cose,  l’imprevedibilità che caratterizza le azioni dei militanti islamici. Detto questo, vi è un ulteriore elemento che dimostra l’infondatezza delle tesi che vorrebbero l’Italia a zero/basso rischio di attentati: lo stato italiano ha sempre partecipato, e tuttora partecipa, alle operazioni di peace keeping nell’ambito ONU o ad attività targate NATO nei teatri mediorientali e nel Nord Africa. Così facendo, l’Italia si è esposta, similimente ad altre nazioni, alle minacce e alle dichiarazioni di vendetta dei jihadisti.


Per concludere, è opportuno ricordare i nostri connazionali deceduti all’estero sotto i colpi della furia terroristica di Daesh. Dalla strage al Museo del Bardo di Tunisi (marzo 2015) alla tragedia della Rambla di Barcellona (agosto 2017), si contano ben 29 vittime italiane. Quindi, possiamo affermare che anche l’Italia, seppur in modo indiretto, ha dovuto fare i conti con l’orrore e le atrocità arrecate dallo Stato islamico nella sua guerra dichiarata a livello globale contro l’Occidente.



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Foto di Valeria Solesin, 28enne, originaria di Venezia e ricercatrice alla prestigiosa Unversità di Sorbona. Valeria si trovava all'ingresso del Bataclan nel momento del primo blitz dei terroristi. E' stata l'unica italiana morta nella mattanza jihadista avvenuta la sera del 13 novembre 2015 a Parigi, costata ben 130 vittime innocenti.


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    Vincenzo Battaglia

Data di pubblicazione 11 giugno 2018

Categorie Attualità
Tag Italia ISIS terrorismo Sicurezza

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