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L'intervento ugandese in Congo e la minaccia delle ADF

Il 30 novembre l’esercito ugandese ha colpito – con un raid aereo e fuoco di artiglieria – le postazioni del gruppo Allied Democratic Forces (ADF) nel nord-est del Congo. L’operazione è stata concertata con le forze congolesi, nell’ambito di una nuova cooperazione tra i due Paesi, atta a contrastare le milizie delle ADF. Un numero imprecisato di soldati ugandesi (con veicoli blindati) è anche entrato nel territorio della DCR, passando per il valico di Nobili, nel Nord Kivu. La notizia merita certamente attenzione, considerata la storia recente di Uganda e Congo, coinvolti dal 1998 al 2003 in quella che è considerata la più grande guerra in Africa, nota altresì come “Guerra mondiale africana[1].

Breve storia delle ADF: origini e sviluppo

Il bersaglio dell’operazione, le ADF, sono un gruppo armato islamista dalle origini ugandesi ed operativo nelle zone orientali del Congo. Esso nasce nel 1995, dall’unione della setta islamica ugandese Tabliq con l'Esercito Nazionale per la Liberazione dell'Uganda (NALU)[2], col fine di rovesciare il governo ugandese del Presidente Yoweri Museveni.

Dal 1996, grazie all’iniziale supporto del Sudan in termini logicisti e di addestramento, le ADF si sono rese protagoniste di violenti attacchi, specialmente nella capitale Kampala. Ciò ha provocato la dura reazione dell’esercito ugandese, che, sfruttando la sua presenza militare nell’Est del Congo durante il primo e secondo conflitto congolese, ha lanciato una vasta offensiva contro le milizie delle ADF. Contestualmente, le autorità congolesi hanno sostenuto il movimento islamico per sovvertire l’influenza ugandese (e ruandese) nel proprio territorio.

Nei primi anni 2000, il gruppo ha vissuto una fase di ridimensionamento operativo, preferendo mantenere un profilo più basso anche nei proclami ufficiali e in quel che concerne più in generale la sfera propagandistica. In tale periodo, le ADF hanno optato per lo per lo sviluppo dei propri interessi economici, specialmente nell’area transfrontaliera del Ruwenzori[3], avventurandosi in attività quali l’estrazione dell’oro, commercio del legname e agricoltura. Ciò ha consentito al gruppo non solo di inserirsi nelle dinamiche locali (mercato nero e sistemi clientelari), ma altresì di ricavare rilevanti entrate e di perseguire obiettivi economici diversi da quelli politici di contrasto al governo ugandese.

Il periodo di quiescenza delle ADF, contrassegnato da un numero relativamente basso di attacchi, è terminato nel 2013, anno che ha segnato un incremento generalizzato delle offensive del gruppo. In particolare, i militanti hanno iniziato a perpetrare attacchi mirati contro l’esercito congolese, generando conseguentemente la reazione di quest’ultimo. La controffensiva delle forze nazionali ha costretto il leader delle ADF, Jamil Mululu, ex cristiano convertitosi all’Islam (di orientamento salafita), a rifugiarsi in Tanzania, dov’è stato arrestato e successivamente estradato in Uganda per essere processato. Fuorigioco Mululu, nella leadership dell’organizzazione è emersa gradualmente la figura di Musa Baluku, il cui intento principale era quello di avvicinare le ADF alla causa jihadista. Non è un caso, pertanto, che dal 2017 alcuni elementi del gruppo abbiano iniziato a stringere dei legami diretti con esponenti dello Stato Islamico. In seguito, nel 2019, un video di propaganda dall’ISIS ha mostrato il giuramento di fedeltà a Daesh da parte di Baluku. Egli, nel tentativo ancor più esplicito di allineare il proprio gruppo all’IS, nel settembre 2020 ha annunciato la fine dell’esistenza delle Allied Democratic Forces, incorporate nell’Islamic State’s Central Africa Province (ISCAP). In virtù di ciò, gli Stati Uniti hanno designato le ADF come gruppo terroristico, nonché sottoposto Baluku all’executive order 13224[4]. Occorre comunque sottolineare che, a detta di diversi analisti, l’allineamento con l’ISIS non ha coinvolto tutti i membri dell’ADF e alcuni di questi sarebbero rimasti fedeli a Mululu, provocando una frammentazione interna.

Gli ultimi eventi in Uganda e l’intervento armato

Negli ultimi due mesi, una sequenza di attentati perpetrati in Uganda ha innalzato il livello della minaccia terroristica nel Paese. Il primo episodio è avvenuto l’8 ottobre, quando un ordigno rudimentale è deflagrato nei pressi di una stazione di polizia a Kampala. L’attacco non ha cagionato vittime, ma è stato il primo atto di terrorismo interno ad essere rivendicato dallo Stato Islamico. Il 23 ottobre è stato colpito un bar nella capitale ugandese (provocando una vittima e il ferimento di almeno tre clienti) e, solo due giorni dopo, un attentatore suicida si è fatto esplodere su un autobus che percorreva la tratta Kampala – Masaka (uccidendo l’autista e ferendo una decina di persone). Ambedue gli attacchi sono stati fin da subito attribuiti alle ADF e l’ISIS ne ha rivendicato prontamente la paternità. E ancora, il 16 novembre, due esplosioni quasi simultanee si sono verificate rispettivamente in prossimità di un comando di polizia e del parlamento nazionale. Il bilancio finale è di almeno sei morti, compresi gli attentatori, e oltre trenta feriti. Anche in questo caso l’ISIS ha tempestivamente assunto la responsabilità degli attentati, che sarebbero stati condotti nuovamente per mano delle ADF.

La serie di attacchi ha pertanto spinto il governo ugandese ad intervenire militarmente nel nord-est del Congo, dove sono concentrati i militanti delle ADF. Come anticipato sopra, le forze di Kampala, con il supporto di Kinshasa, hanno dapprima bombardato le postazioni del gruppo ribelle e poi hanno fatto ingresso in territorio congolese per effettuare operazioni di controllo e di ricerca dei miliziani. Secondo alcuni testimoni locali, esplosioni e spari sono avvenuti principalmente nel distretto di Watalinga, nella provincia del Nord Kivu, e in quelli di Boga e Tchabi, nella provincia di Ituri.

Rispetto all’intervento ugandese, evento sicuramente di rilievo nel panorama geo-politico africano, occorre fare alcune considerazioni. In primis, da un punto di vista prettamente operativo, i precedenti tentativi di stanare le forze delle ADF hanno sempre riscontrato notevoli complessità, causa il territorio impervio e fitto di vegetazione che contraddistingue le zone orientali del Congo, ove i militanti hanno i loro nascondigli. Per quel che riguarda la percezione locale, diversi residenti hanno già espresso forti critiche e (anzitutto) preoccupazioni in merito alla presenza militare delle truppe ugandesi, considerate responsabili di atrocità e violenze contro i civili durante il secondo conflitto civile congolese. Ciò potrebbe esacerbare ulteriormente le tensioni socio-cultuali in un contesto contrassegnato da uno stato endemico di contrapposizioni e rivalità inter-etniche. Oltre al livello locale, bisogna tener conto anche delle dinamiche regionali, nonché delle reazioni degli altri attori africani interessati agli sviluppi in Congo. Infine, non è da escludere che l’intervento armato contro le ADF possa provocare la risposta dei membri del gruppo (o di organizzazioni ideologicamente affini), con conseguenti attacchi di basso profilo in Uganda sulla scia di quanto accaduto negli ultimi mesi. L’esecuzione di nuovi attentati potrebbe aumentare la notorietà dello Stato Islamico nella regione, il cui obiettivo è proprio quello di diffondere il suo “logo” in loco – motivo per cui gli organi di propaganda dell’ISIS rivendicano regolarmente gli attacchi condotti in Uganda (così come in Congo).

Tuttavia, c’è da sottolineare che la natura e portata dei legami tra le ADF e lo Stato Islamico rimangono incerti e opacizzati. Nelle comunicazioni ufficiali di Daesh sono state notate delle discrepanze sui tempi, luoghi e numero di vittime degli attacchi rivendicati; ciò solleva ancor di più i dubbi sulla profondità delle relazioni tra l’ISIS e le Allied Democratic Forces. Tra l’altro, come si è visto, il messaggio jihadista non avrebbe coinvolto tutti i militanti delle ADF e solo una parte del gruppo si sarebbe allineata allo Stato Islamico. In più, diversi analisti hanno messo in discussione la reale importanza dell’islam per le ADF, le quali avrebbero utilizzato la retorica fondamentalista per mascherare i propri obiettivi politici. L’identità del gruppo si espande oltre l’islamismo e si intreccia con le dinamiche sociali, economiche e culturali della regione. E sarebbe proprio questa sua configurazione “fluida” a rendere resilienti le ADF, che hanno proseguito nel tempo la loro insurrezione malgrado gli scismi interni, problematiche organizzative/strutturali ed operazioni militari ai propri danni. D’altro canto, sovrastimare i rapporti tra ADF e le cellule jihadiste internazionali può essere utile agli Stati, come proprio l’Uganda, per ricevere assistenza nell’ambito dell’anti-terrorismo e giustificare interventi armati oltre ai propri confini. Ed è anche in questa chiave che possono essere letti gli accadimenti dell’ultimo periodo.

[1] Ci si riferisce al secondo conflitto civile in Congo, che ha visto coinvolti 8 Stati africani, nonché innumerevoli gruppi armati, e che fa seguito al primo conflitto civile locale (avvenuto tra il 1996 e 1997).

[2] Il NALU è un gruppo ribelle, formatosi nel 1988 in opposizione al governo ugandese. Tabliq è una setta islamica, anch’essa critica nei confronti delle autorità di Kampala, accusate di emarginare la comunità musulmana.

[3] Area montuosa situata tra l’Uganda e il Congo.

[4] Sottoscritto da Bush Jr. nel settembre 2003, è finalizzato a bloccare la rete di sostegno finanziario di terroristi (o organizzazioni terroristiche) e autorizza il governo degli Stati Uniti a designare e bloccare i beni di individui ed entità che commettono, o presentano un rischio significativo di commettere, atti di terrorismo.


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  • L'Autore

    Vincenzo Battaglia

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Dal Mondo Africa Sub-Sahariana Temi Sicurezza Internazionale Framing the World


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Uganda Congo ADF terrorismo Sicurezza ISIS

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