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La guerra di Trump all'euro

L’elezione alla Presidenza statunitense di Donald John Trump ha lasciato al mondo un senso di stupore, di incredulità ed a tratti di delusione. A poche settimane dall’insediamento, il Presidente ha già annunciato una forte politica economica mirata a proteggere in primis gli interessi americani, anche a scapito del libero commercio, tramite una nuova linea di misure protezionistiche verso gli scambi esteri. In tale prospettiva, la Cina si configura come il primo avversario, accusata di manipolare la propria moneta per “vincere il gioco della globalizzazione”, ma non l’unico; l’amministrazione Trump, in particolare il Presidente del Consiglio Nazionale del Commercio Peter Navarro, si è schierata contro anche la Germania, affermando che “sta sfruttando sia gli Stati Uniti sia gli stati europei attraverso la moneta unica”.

Secondo Navarro, la debolezza della moneta unica sul dollaro americano e il conseguente aumento di esportazioni dalla Germania verso gli States sta innescando un processo deflazionistico nell’economia europea ed americana, come indica anche il rapporto semestrale del Tesoro americano sulle valute straniere ed i paesi economicamente concorrenti.

Queste critiche tuttavia non sono nuove: l’avvento del Sistema Monetario Europeo nel 1979, nato in seguito ai negoziati condotti all’interno della Comunità Economica Europea tra il Cancelliere tedesco Schmidt e il Presidente francese d’Estaign, aveva già suscitato criticismo verso le politiche tedesche. L’istituzione dell’SME ebbe come funzione quella di creare un sistema di parità di cambio fra le diverse monete europee attraverso l’unità di conto europea e di reagire alla debolezza del dollaro durante la Presidenza americana Carter; il risultato fu un grande afflusso di capitali monetari a breve termine dagli Stati Uniti verso la Germania e un conseguente rafforzamento del marco tedesco.

Se la prima critica venne da un’America preoccupata per una nuova “primacy” tedesca, non più in senso militare ma economico, la seconda arrivò dall’interno dell’Europa: nei primi anni ‘80 un esponente del partito laburista inglese, Denis Healey, vide nell’SME un sistema per garantire un’inflazione minore in Germania, rispetto alla Francia e ai paesi mediterranei, limitando il deprezzamento delle altre valute europee. La strategia tedesca si configurava quindi in un tasso di cambio fisso e una moneta nazionale debole per ottenere un maggior surplus nelle esportazioni.

La preoccupazione per la nuova amministrazione riguarda soprattutto il surplus nelle esportazioni che la Germania ha accumulato negli ultimi anni: secondo il Fondo Monetario Internazionale si parla dell’8,1% del PIL tedesco, una cifra molto consistente rispetto l’1,6% cinese, equivalente a 271 miliardi di dollari statunitensi; le precedenti amministrazioni americane avevano già cercato di risolvere questo problema: nel 2010, al G-20 di Seul, ci fu un tentativo da parte degli Stati Uniti di negoziare una diminuzione della quota di surplus che non superasse il 4% del PIL, tuttavia senza successo. Il disappunto americano è generato anche dagli ultimi dati del 2016, che vedono gli Stati Uniti in deficit di 6,5 miliardi con la Germania[1].

Il principale motivo del forte vantaggio nelle esportazione tedesche si configura nel deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro e la Germania ha tutto l’interesse a mantenerlo tale attraverso il sistema di pagamento in Target2, il sistema di pagamenti interbancario per l’elaborazione in tempo reale dei bonifici transfrontalieri in tutta l’Unione europea che serve a riequilibrare gli squilibri della bilancia dei pagamenti tra i paesi aderenti e mantenere stabile la moneta unica nell’eurozona.

Il processo che ha portato a vantaggio della bilancia commerciale della Germania il deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro viene ben descritto dall’articolo pubblicato su Modern Diplomacy da Giancarlo Elia Valori, economista ed imprenditore italiano.

Non si è lasciata attendere la risposta del Cancelliere Angela Merkel, affermando che una speculazione tedesca sull’euro non sarebbe possibile vista l’indipendenza della Banca Centrale Europea, come della Bundesbank prima della moneta unica, il cui compito è proprio quello di vigilare sulla stabilità dell’euro e dei prezzi dell’eurozona intesa come un unico blocco economico. Inoltre, il Ministero delle Finanze tedesco ha affermato che un elevato surplus in materia di esportazioni indica un’elevata competitività dell’economia, pertanto ha definito le accuse come “incomprensibili”.

Contro le dichiarazioni di Navarro e dell’amministrazione Trump è intervenuto lo stesso Mario Draghi durante un’audizione parlamentare, affermando che le politiche economiche europee hanno garantito uno sviluppo positivo, sia per il tessuto finanziario che per l’economia reale, sottolineando anche il livello minimo del tasso di disoccupazione nella zona euro dal 2009. Draghi ha citato un rapporto dello stesso Ministero del Tesoro americano, risalente al 14 ottobre 2016, in cui si afferma che la Germania non manipola la sua moneta e la BCE non interviene nel mercato dei cambi dal 2011[2].

La decisiva linea di Donald Trump in materia economica e le dichiarazioni di Navarro, come la conclusione lapidaria “Il Ttip è morto”, potrebbe far collidere gli interessi dei 2 paesi e compromettertene le relazioni, una situazione simile a quella verificatasi negli anni ’70 con il surplus commerciale del Giappone, che contribuì alla crisi del sistema monetario di Bretton Woods e del dollaro americano.

Sicuramente l’imposizione di dazi commerciali a fini protezionistici da parte degli Stati Uniti contro la Germania provocherebbe una forte crepa nel sistema di libero scambio internazionale e nella concezione stessa di globalizzazione.



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    Andrea Maria Vassallo

    Studente di scienze politiche appassionato di relazioni internazionali, con un forte interesse per la geopolitica e l'area post-sovietica.

    Il mio impegno in Mondo Internazionale è motivato dal confrontarmi continuamente con contesti e punti di vista diversi, così anche dall'incredibile opportunità di sviluppare e accrescere le soft-skills fondamentali per una maggiore abilità professionale e

Categorie

Economia


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Euro Europa Stati Uniti TrumpPresident

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