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La gioventù araba a dieci anni dallo scoppio della Primavera: il caso della Tunisia e dell'Egitto

Le promesse tradite sono anzitutto di carattere economico e sociale

Dieci anni fa una ventata di proteste interessava la maggior parte dei Paesi della regione del Medio Oriente e Nord Africa, ritenuta fino al 2011 una delle più immobili rispetto ai processi di regime change orientati alla transizione verso un modello democratico.

I temi al centro delle rimostranze vertevano sull’eliminazione della corruzione, dei metodi dispotici, dell’ingiustizia sociale, sottolineando la necessità di ridurre le gravi disparità socioeconomiche e l’alto tasso di disoccupazione. Vi era stata la rivendicazione delle libertà che compongono il nucleo duro della democrazia: quella di opinione, d’espressione, di stampa, di associazione e di riunione. La popolazione, soprattutto nella sua componente più giovane, bramava la possibilità di scegliere ma, soprattutto, l’opportunità di vivere un’esistenza dignitosa, al riparo dalla miseria.

Infatti, al di là dei dibattiti sul successo o fallimento della democrazia, occorre esaminare se sono stati fatti passi in avanti verso una riduzione delle gravi disuguaglianze socioeconomiche, in particolare nei due Paesi in cui gli autocrati al potere agli albori del 2011 sono stati spodestati senza capitolare nel limbo di una guerra intestina: la Tunisia e l’Egitto. La prima è osannata quale esempio virtuoso di democrazia araba, mentre il secondo – dopo una breve parentesi definibile come una “fase embrionale di democrazia” – pare aver abortito a tale tentativo con una vorticosa ricaduta in un sistema di proibizioni.

Tuttavia, dal punto di vista della lotta alla corruzione, alle disuguaglianze preesistenti e alla disoccupazione giovanile, non si registrano vincitori, bensì solo vinti.

La situazione precedente allo scoppio delle rivoluzioni

Come in tutti i Paesi la cui economia è passata dall’interventismo statale – proprio dell’ideologia socialista – ad un’economia di libero mercato aperta al capitale straniero, la Tunisia e l’Egitto si sono trovati ad accogliere gli anni Ottanta in un clima caratterizzato da animate proteste antigovernative per il rincaro dei beni di prima necessità e il taglio dei sussidi [1]. C’è da sottolineare che, soprattutto in Tunisia, la popolazione era stata testimone di un massiccio intervento riformista nel sistema educativo, il quale aveva stabilito la scolarizzazione obbligatoria sin dai primi anni di vita della Repubblica nata nel 1956 [2]. Tale lungimirante riforma ha avuto un impatto duraturo sulla vita di intere generazioni di tunisini, fornendo l’opportunità di apprendere la formulazione di un pensiero critico ed analitico, che si è rivelato proficuo negli anni a venire.

Sfortunatamente, sia nel Paese dei gelsomini che in quello dei faraoni all’ampiezza dell’offerta educativa non corrispondeva un ventaglio di opportunità lavorative, sicché la maggior parte dei giovani si ritrovava disoccupato e bloccato in patria, senza la possibilità di valicare i confini nazionali. Ne discende che il settore preferenziale in cui si riversavano tali giovani risorse era quello dell’economia sommersa o, ancor peggio, della criminalità.

A tutto ciò si deve addizionare un clima politico allora dominato dalla censura, dalla paura, dalla violenza e dai brogli. In due Paesi in cui la prima risposta a molte domande era data dalla repressione delle forze di polizia, governavano indisturbati due autocrati trentennali: Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto. Mentre il patrimonio familiare dei due – e dei membri del loro entourage – cresceva a dismisura, gran parte della popolazione si posizionava ben al di sotto della soglia di povertà.

È in giustificazione di ciò che ritroviamo i grandi scioperi di Gafsa e Mahalla nel 2008 [3], considerati i prodromi delle rivoluzioni, a cui presero parte molti dei movimenti sociali e sigle sindacali che si sarebbero resi protagonisti – di lì a pochi anni – della Primavera araba.

Nell’inverno tra il 2010-2011, con lo scoppio delle rivolte e l’impossibilità di sedarle, saltarono le due “teste coronate” che fino ad allora avevano avuto un dominio pressoché incontrastato sulla scena politica, sociale ed economica dei due Stati.

Un decennio mirato alla ristrutturazione del tessuto sociale ed economico

Sin da subito, entrambi i Paesi accolsero le prime elezioni democratiche della loro storia repubblicana. Nonostante i diversi iter costituzionali intrapresi, a prevalere nel marasma di vecchi e nuovi partiti furono soprattutto i rappresentanti dell’Islam politico [4]. Ciò che da subito ha segnato la differenza nei due processi di transizione democratica appena innestati, però, è stata la partecipazione ai cambiamenti sperimentati da parte della componente giovanile. In Tunisia, i giovani che dapprima riempivano le piazze sono da subito entrati a far parte di una florida realtà associativa, tentando di influenzare il più direttamente possibile il processo di decision making. Nella vicenda egiziana, invece, sembra che l’attivismo della gioventù – e di tutta la società civile – sia rimasto intrappolato nelle piazze e nelle strade che hanno accolto la rivoluzione prima e la controrivoluzione poi. Per la mancanza di una solida visione programmatica o di canali di comunicazione atti a dar loro voce, i giovani egiziani pare abbiano assopito la loro sete rivoluzionaria a partire dal 2013 [5].

Dall’altra parte, la Tunisia dal 2015 si è conquistata la qualifica di unica democrazia araba nella regione MENA [6]. I tunisini ad oggi sono considerati estremamente più liberi rispetto al passato e godono di maggiori diritti civili e politici, se rapportati all’intera regione. Tuttavia, la politica rivolta alla perenne ricerca del compromesso ed orientata al consenso negli anni non ha permesso alla classe politica tunisina di incidere in maniera preponderante sulla corruzione, sulle gravi disparità tra governatorati e sull’altissimo tasso di disoccupazione giovanile. L’azione degli undici governi succedutisi nell’arco di un decennio è stata altresì limitata dalle politiche di austerity richieste dal FMI e dai donatori internazionali, che hanno costretto Tunisi a ridurre stipendi del settore pubblico e sussidi, aumentando al contempo le privatizzazioni [7].

Nel Paese dei faraoni, più che di fragilità politica dovuta alla presenza di svariate forze politiche spesso tra loro inconciliabili tra le fila parlamentari, si può parlare di compattezza governativa. Dalla sua elezione a presidente nel 2014, negli anni a conquistare la maggioranza schiacciante dei voti è stato al-Sisi in qualità di candidato alla presidenza, e i partiti a lui affiliati nelle due Camere del Parlamento. Il modus operandi intrapreso dal generale ha visto un evidente rafforzamento del ruolo dell’esercito nelle aree strategiche dell’economia, nonché gli ingenti prestiti provenienti dai donatori esteri [8]. Anche in questo caso, gli aiuti forniti dal FMI hanno richiesto un taglio dei sussidi e della spesa pubblica, con il Paese che ha investito soprattutto in mega progetti infrastrutturali.

E i giovani in tutto ciò? In entrambi i contesti nazionali, risultano sicuramente i soggetti più colpiti dalle scelte di politica economica [9]. Soprattutto quelli che risiedono nei sobborghi delle grandi città e nelle aree rurali storicamente più povere e svantaggiate del Paese, risultano essere giovani privi di sogni e prospettive realizzabili nel medio-lungo periodo, motivo per cui negli anni sono stati sempre più spesso assoldati tra le fila di organizzazioni terroristiche. Infatti, sia la Tunisia che l’Egitto dal biennio 2011-2013 sono entrati nel mirino della minaccia terroristica, il che ha comportato l’introduzione dello stato d’emergenza che viene rinnovato ormai da anni. In contesti nazionali apparentemente avversi nel supportare lo sviluppo del capitale umano, la narrativa dei terroristi per delegittimare lo Stato e attrarre manovalanza passa per l’esaltazione delle mancanze dell’apparato statale, ritenuto incapace di provvedere in modo adeguato ai bisogni della cittadinanza.


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Dinamiche attuali

Anche se negli anni il tasso di crescita del PIL dell’Egitto si è attestato su valori maggiori rispetto a quello della Tunisia, secondo la Banca Mondiale dietro gli indicatori macroeconomici che testimoniano una crescita sostenuta vi sarebbero ben 9,8 milioni di egiziani che hanno visto peggiorare le proprie condizioni rispetto al periodo prerivoluzionario, con un’impennata del tasso di povertà [10].

La crisi globale scaturita dalla pandemia di Covid-19 ha messo a dura prova entrambi i Paesi che – a più riprese – hanno alternato l’adozione di misure restrittive a parziali riaperture. L’emergenza sanitaria ha finito per sottolineare nuovamente le profonde disparità fra zone e aree all’interno della medesima realtà nazionale, svelando infine che non molto è cambiato in dieci anni sotto questo punto di vista.

In Tunisia, l'instabilità politica e il malcontento per le gravi condizioni economiche e sociali acuite dalla pandemia hanno spinto molti giovani a scendere nuovamente in strada, al di là del pericolo sanitario e del rispetto del coprifuoco in vigore nel Paese, per chiedere una volta per tutte l’attuazione di riforme strutturali.

D’altro canto, l’Egitto appare ancora stabile in superficie, seppur soffra alla radice di gravi problemi strutturali che non possono essere mitigati da ammortizzatori sociali all’altezza della situazione. Il “giant with feet of clay” [11] potrebbe essere destinato a seguire nuovamente il corso degli eventi inaugurati dalla scintilla in Tunisia, proprio come dieci anni orsono.

Un’unica certezza caratterizza la realtà di questi due Paesi come del resto del mondo: un Paese che non si cura dei suoi giovani non ha futuro.

Fonti consultate:

  1. Eliminando così la netta separazione tra la sfera religiosa e quella statale. In OLIVIERO, M., I Paesi del mondo islamico, in Diritto costituzionale comparato (a cura di P. Carrozza, A. Di Giovine, G. F. Ferrari), Bari, Editori Laterza – manuali, Seconda edizione 2014, pp. 597-628.
  2. Almeno per quanto riguarda l’istruzione primaria. In EL HOUSSI, L., Il risveglio della democrazia – la Tunisia dall’indipendenza alla transizione, Roma, Carrocci editore, Seconda edizione, dicembre 2018.
  3. GOBE, E., The Gafsa Mining Basin between Riots and a Social Movement: meaning and significance of a protest movement in Ben Ali's Tunisia, 2010, pp. 1-22. https://www.researchgate.net/publication/49133337_The_Gafsa_Mining_Basin_between_Riots_and_a_Social_Movement_meaning_and_significance_of_a_protest_movement_in_Ben_Ali's_Tunisia; MULLIN, C., Gafsa mining basin uprising and its afterlives, The Centre for the Humanities, The Graduate Centre – City University of New York, 26 novembre 2018. https://www.centerforthehumani....
  4. Circa un centinaio di partiti e di candidati indipendenti si presentarono alle rispettive elezioni in Tunisia ed Egitto. In MILANI, G., I partiti politici nella costruzione della democrazia elettorale in Tunisia, in “Nomos – le attualità del diritto”, Quadrimestrale di teoria generale, diritto pubblico comparato e storia costituzionale, gennaio 2018. http://www.nomos-leattualitane....
  5. Le ultime mobilitazioni di rilievo in Egitto si sono avute nel settembre del 2019. In La Repubblica, Egitto, protesta in piazza Tahrir contro il presidente Sisi: almeno 150 arresti, in “La Repubblica – Esteri”, 20 settembre 2019.
  6. Freedom House, Report Freedom in the world 2015, 2015. https://freedomhouse.org/sites/default/files/01152015_FIW_2015_final.pdf7
  7. Le politiche suggerite dal FMI erano ricche di misure draconiane ed impopolari.
  8. Aiuti finanziari provenienti soprattutto dalle monarchie del Golfo. In DEL PANTA, G., L’Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione – Da Piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi, Bologna, Il Mulino – Studi e Ricerche, 2019.
  9. È importante sottolineare che sia l’Egitto che la Tunisia sono Paesi composti da giovani: l’età media nel primo è di 24 anni, nel secondo di 32 anni. Dati raccolti dal sito ufficiale World Population Review basato sulle previsioni dell’ONU, www.worldpopulationreview.com.
  10. https://www.indexmundi.com/g/g...https://www.indexmundi.com/g/g...
  11. DEL PANTA, G., From Mubarak to al-Sisi: What has Changed in Egypt’s Political Structure?, in “Reset Dialogues on Civilization”, 3 marzo 2020. https://www.resetdoc.org/story..
  12. Fonti utilizzate per lo schema sui giovani: the World Bank, Unemployment rate, https://data.worldbank.org/indicator/SL.UEM.1524.ZS?locations=EG; LI, S., WEE, J., Politics and Social Media in the Middle East and North Africa: Trends and Trust in Online Information, Arab Barometer, ottobre 2019. pp. 1-15. https://www.arabbarometer.org/wp-content/uploads/AB_Media_Report_Final_Public-Opinion-2019-5.pdf; THOMAS, K., Civic Engagement in the Middle East and North Africa, Arab Barometer, Agosto 2019. pp. 1-29. https://www.arabbarometer.org/wp-content/uploads/AB_Civic_Engagement_public-opinion-2019-1.pdf.

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  • L'Autore

    Federica Sulpizio

    IT

    Federica Sulpizio è una ragazza fortemente interessata all’ambito delle relazioni internazionali e al mondo amministrativo. Classe 1996, abruzzese d’origine, si è trasferita a Milano dove ha appena conseguito la laurea magistrale in Politiche Europee ed Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, dopo aver concluso il corso di laurea triennale in Scienza Politiche presso l’Università degli Studi di Teramo. A partire dal 2019, la città di Milano l’ha avvicinata alla grande realtà di Mondo Internazionale in cui svolge il ruolo di Responsabile di Revisione e Traduzione, oltre ad essere Presidente del Collegio dei Revisori dei Conti. Entrambi i ruoli riflettono la cura del dettaglio e le capacità comunicative ed organizzative che ha dimostrato negli studi e che vuole coltivare in ambito lavorativo. Appassionata di scrittura, partecipa alla stesura del report bimensile di Mondo Internazionale “Framing the World”, contribuendo alla descrizione della regione del Medio Oriente e Nord Africa. Quest’ultima è una delle aree che più catturano il suo interesse, insieme alla penisola iberica, dove ha svolto un periodo di Erasmus + nella città di Granada. La passione per le lingue straniere l’accompagna dall’adolescenza e, grazie agli studi nel Liceo linguistico di Chieti, ha potuto approfondire la lingua spagnola, inglese e francese.

    Il suo motto è “non si smette mai di imparare” e “si può sempre migliorare”. La ricetta per andare avanti? Mettere passione e impegno in ogni minima azione.



    EN

    Federica Sulpizio is a girl strongly interested in the field of international relations and administration. Born in 1996, originally from Abruzzo, she moved to Milan where she has just obtained her master's degree in European and International Policies at the Catholic University of the Sacred Heart, after completing her three-year degree course in Political Science at the University of Teramo. Since 2019, the city of Milan has brought her closer to the great reality of Mondo Internazionale, where she is Head of Editing/Proofreading and Translation and Chairman of the Board of Auditors. Both roles reflect the attention to detail and the communication and organizational skills that she has demonstrated in her studies and that she wants to cultivate in the workplace. Passionate about writing, she participates in the drafting of Mondo Internazionale's bi-monthly report "Framing the World", contributing to the description of the Middle East and North Africa region. The latter is one of the areas that most capture her interest, along with the Iberian Peninsula, where she did a period of the Erasmus + program in Spain. Her passion for foreign languages has accompanied her since her adolescence and, thanks to her studies at the Liceo linguistico in Chieti, she was able to deepen her knowledge of Spanish, English and French.

    Her slogan is "you never stop learning" and "you can always improve". The recipe for moving forward? Putting passion and commitment into every little thing.

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