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La geopolitica della Cina secondo Kissinger (3)

Tra la Cina e il Pacifico si trova l’arcipelago che Pechino chiama “la prima catena di isole”. Troviamo anche la Linea Dei Nove Punti o Nine Dash Line, successivamente soprannominata  dei Dieci Punti, per potervi includere anche Taiwan da sempre rivendicata. Questa contesa sulla proprietà di oltre 200 tra isolette e scogli sta avvelenando i rapporti tra il colosso asiatico e i suoi vicini. L’orgoglio nazionalistico spinge la Cina a voler assumere il controllo dei corridoi di transito all'interno della catena; la geopolitica glielo impone, in quanto essi danno accesso alle principali rotte di navigazione verso il Mar Cinese Meridionale.

Il libero accesso al Pacifico è ostacolato innanzitutto dal Giappone. Le navi cinesi che arrivano dal Mar Giallo e aggirano la penisola coreana dovrebbero attraversare il Mar del Giappone e lo stretto di La Pérouse sopra Hokkaido per poi entrare nel Pacifico. Qualora, le navi riuscissero a passare, dovrebbero ancora costeggiare le isole Curili che si trovano a nord-est di Hokkaido, e sono controllate dalla Russia ma rivendicate dal Giappone. Il Giappone contende alla Cina anche l’arcipelago disabitato che chiama Senkaku e che i cinesi chiamano Diaoyu, a nord est di Taiwan.

Le navi cinesi che partono dal Mar Cinese Orientale o lo attraversano, procedendo in linea retta da Shanghai verso il Pacifico, devono passare davanti all’arcipelago Ryukyu, di cui fa parte Okinawa, sulla quale si trovano non solo una gigantesca base militare americana, ma anche tutti i missili terra-mare che i giapponesi possono schierare estremità dell’isola. Sotto Okinawa c’è Taiwan, che si trova al largo della costa cinese e separa il Mar Cinese Orientale dal Mar Cinese Meridionale. Per la Cina, Taiwan è la sua ventitreesima provincia, ma in realtà è alleata dell’America e dispone di una marina e di un’aviazione armate fino ai denti da Washington.

Gli americani si sono impegnati a difendere l’isola da un’eventuale invasione cinese con il Taiwan Relations Act del 1979. Ma se Taiwan dovesse dichiarare la piena indipendenza dalla Cina, ponendo in essere quello che Beijing considererebbe un atto di guerra, gli Stati Uniti non sarebbero tenuti a intervenire in suo aiuto perché si tratterebbe di una provocazione. I cinesi vorrebbero annettere Taiwan, ma ad oggi non sono assolutamente in grado di farlo con l’uso della forza.

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Per andare a ovest verso i paesi petroliferi del Golfo, quali Iran, Iraq etc., le unità cinesi devono costeggiare il Vietnam che, come abbiamo visto, ha recentemente posto in essere offerte di amicizia agli americani. Devono avvicinarsi così alle Filippine, prima di attraversare lo stretto di Malacca su cui si affacciano Malesia, Singapore e Indonesia, tutti paesi legati diplomaticamente e militarmente agli Stati Uniti. Lo stretto è lungo circa 800 chilometri e nel punto più angusto misura meno di 3 chilometri. 

La Cina rivendica quasi per intero il Mar Cinese Meridionale, con i giacimenti petroliferi che dovrebbe custodire nei suoi fondali. Ma anche la Malesia, Taiwan, il Vietnam, le Filippine e il Brunei hanno rivendicazioni territoriali nei confronti della Cina e tra di loro. Per perseguire i suoi scopi, la Cina sta usando metodi di dragaggio e bonifica dei terreni in modo da trasformare una serie di reef e di atolli contestati in isole vere e proprie. La Cina ha poi annunciato di aver modificato la sua strategia da difensiva ad offensiva e difensiva. Essa deve proteggere le rotte che attraversano il Mar Cinese Meridionale, sia per fare arrivare i suoi prodotti sul mercato, sia per garantire l’afflusso delle materie prime con cui fabbricarli – in primis petrolio, gas naturale e metalli preziosi. Non può subire un blocco navale. La diplomazia è un’altra soluzione ma le garanzie migliori sono offerte dagli oleodotti e dai gasdotti, dalle strade e dai porti.

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Sul piano diplomatico, la Cina tenterà di sottrarre i paesi del sud-est asiatico all’abbraccio degli Stati Uniti. Per l’esperto di geopolitica e relazioni internazionali Robert Kaplan, il Mar Cinese Meridionale sarebbe per i cinesi nel XXI secolo quello che i Caraibi erano per gli Stati Uniti all'inizio del Novecento. Come gli Stati Uniti, anche la Cina ambisce a diventare una potenza affacciata su due oceani. A questo scopo sta investendo in porti d’alto mare in Myanmar, Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka.

I porti dell’Oceano Indiano e del Golfo del Bengala fanno parte di un piano ancora più ambizioso per garantire il futuro della Cina. L’affitto del nuovo mega-scalo di Gwadar, in Pakistan, sarà decisivo (se la regione pakistana del Belucistan resterà abbastanza stabile) per la creazione di una rotta alternativa terrestre verso la Cina. Partendo dalla zona costiera occidentale dell’ex Birmania, la Cina ha costruito gasdotti e oleodotti che collegano il Golfo del Bengala con la Cina sud-occidentale: è l’unico mezzo che ha a disposizione il colosso asiatico per ridurre la sua angosciosa dipendenza dallo stretto di Malacca, attraverso il quale passa quasi l’80% delle sue forniture energetiche.

Gli Stati Uniti potrebbero riuscire a ribaltare la situazione attuale favorevole alla Cina se il governo dell’ex Birmania si convincerà di avere l’appoggio di Washington. I cinesi stanno costruendo anche porti in Kenya, linee ferroviarie in Angola, un bacino idroelettrico in Etiopia, una base militare a Gibuti, oltre a cercare minerali e materiali preziosi in tutta l’Africa. Una questione più recente ed immediata riguarda la Corea del Nord.La presenza all'interno dell’arsenale nordcoreano di armi nucleari ha un effetto geopolitico rilevante, che va al di là della semplice utilità militare. Esse sono un incentivo per il Giappone e la Corea del Sud a dotarsi loro volta di un arsenale nucleare.

Per la Cina, la Corea del Nord incarna eredità complesse. Agli occhi di molti cinesi la guerra di Corea appare come un simbolo della determinazione del loro paese a porre fine al suo secolo di umiliazione e ad alzarsi in piedi sulla scena mondiale, ma anche come un monito a non farsi coinvolgere in guerre le cui origini la Cina non controlla e le cui ripercussioni possono avere gravi e non previste conseguenze a lungo termine. Questa è la ragione per cui Cina e Stati Uniti anno assunto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU posizioni analoghe. I leader della Cina e degli Stati Uniti hanno riconosciuto pubblicamente il comune interesse dei due paesi a pianificare un esito costruttivo. Una partnership strategica nella regione del Pacifico volta a mantenere un equilibrio, mentre si riduce la minaccia militare intrinseca.

Molti cinesi forse vedono gli Stati Uniti come una superpotenza già oltre il suo apogeo. Tuttavia, da parte dei dirigenti cinesi c’è anche un esplicito riconoscimento del fatto che gli Stati Uniti manterranno un’importante capacità di leadership nel prevedibile futuro. Il punto essenziale è che nessun paese, né la Cina né gli Stati Uniti, è in condizione di ricoprire da solo un ruolo di leadership mondiale paragonabile a quello avuto dagli Stati Uniti dopo la guerra fredda. Nell’Asia orientale, gli Stati Uniti non sono tanto un elemento equilibratore quanto una parte integrante dell’equilibrio. Essi sono parte di un equilibrio tra Cina, Corea e Giappone con la Russia e il Vietnam come partecipanti periferici. Accade così che gli Stati Uniti sono un alleato del Giappone e un partner dichiarato della Cina.

La Cina fa ormai stabilmente parte dell’economia globale. Se i paesi terzi non acquistassero, la Cina non produrrebbe, e se non producesse, ci sarebbe una disoccupazione di massa mai vista prima, con inevitabili disordini che si riverserebbero su tutti i paesi vicini, ma anche i più lontani.

Fonti principali:
- Marshall Tim, (2017), Le 10 mappe che spiegano il mondo, Garzanti. Traduzione a cura di Roberto Merlini. 
- Kissinger Henry, (2017), Ordine Mondiale, Mondadori. Traduzione a cura di Tullio Cannillo.
- Kissinger Henry, (2012), On China, The Penguin Press. 
- Kissinger Henry, (1994), Diplomacy, Simon&Schuster Paperbacks, Rockefeller Center.


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  • L'Autore

    Michele Pavan

    Nasco a Gallarate nel 1995 e mi laureo in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee nel luglio 2017, ormai prossimo al conseguimento della laurea magistrale in Relazioni Internazionali - Diplomazia ed Organizzazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Milano.
    Una grande passione per la diplomazia e gli studi strategici ed un particolare interesse per il settore di intelligence, mi hanno portato a seguire diverse iniziative a carattere internazionale, sia per il mio percorso formativo che lavorativo.
    Negli ultimi anni a contatto con diverse culture ho sviluppato un particolare interesse per le strategie di sviluppo e innovazione in diversi settori e questo ha suscitato in me il desiderio di realizzare progetti internazionali. Nello specifico l'attenzione è rivolta a sviluppare idee e proposte pensate per i giovani, dando loro uno spazio per esprimere le proprie potenzialità in diversi ambiti e che permetta la concretizzazione delle loro ambizioni.
    Per questo l'idea di creare con i miei colleghi, nonché amici, Mondo Internazionale.
    Mi piace descrivermi come creativo, ambizioso, equilibrato, sensibile e flessibile nella vita e nel contesto lavorativo, ed altrettanto desideroso di imparare da chi mi circonda confrontandomi.

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Geopolitica Cina Storia

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